Washington spaccia la sua presenza militare per protezione delle monarchie del Golfo, ma la guerra con l’Iran sta rivelando una realtà ben diversa e più pericolosa.
di Mohamad Hasan Sweidan, thecradle.co, 7 marzo 2026 — Traduzione a cura di Old Hunter
“Francamente, l’Arabia Saudita non ci ha trattato in modo equo, perché stiamo perdendo una enorme quantità di denaro per difendere l’Arabia Saudita”. Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump in un’intervista del 2017 con Reuters
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump promuove da tempo una dottrina molto chiara: le basi militari americane nel Golfo Persico non sono un servizio di beneficenza. Sono un ombrello di sicurezza che deve essere pagato. Nella visione di Trump, la sicurezza è una questione di conti.
La logica è semplice. Gli stati arabi del Golfo Persico ospitano le forze statunitensi. In cambio, finanziano la propria protezione. Eppure la guerra in corso tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran sta mettendo a nudo una netta contraddizione in questa logica. Invece di fungere da scudo stabilizzatore, le basi americane nel Golfo sono diventate obiettivi primari. Gli attacchi iraniani hanno già raggiunto diversi stati che ospitano strutture statunitensi. Lo stesso ombrello di sicurezza si sta trasformando in un richiamo per i fulmini.
In tempo di guerra, la stessa presenza che dovrebbe garantire la stabilità può trasformarsi in una calamita per l’escalation. La domanda che ora si pongono alle capitali del Golfo è inevitabile: le basi americane le proteggono oppure attirano il campo di battaglia sul loro territorio?
Le azioni dell’Iran nel Golfo Persico dal 28 febbraio seguono uno schema chiaro, piuttosto che un’escalation casuale. Gli attacchi di Teheran sembrano progettati per aumentare il costo della guerra per tutti gli attori coinvolti. Anziché limitare il confronto a uno scontro diretto tra Stati Uniti e Iran, l’Iran sembra determinato a spingere la battaglia più lontano. Tre obiettivi sembrano guidare questo approccio. Il primo è l’internazionalizzazione del campo di battaglia.
Prendendo di mira le risorse e le infrastrutture americane nel Golfo, l’Iran sta tentando di trasformare un conflitto bilaterale in una crisi regionale più ampia. I centri economici e le infrastrutture energetiche – linfa vitale della prosperità del Golfo – stanno diventando parte integrante dell’equazione strategica.
Teheran sta segnalando che il Golfo non rimarrà una base arretrata protetta finché l’Iran dovrà assorbire gli attacchi in patria.
Ebrahim Jabbari, consigliere del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) dell’Iran, ha recentemente avvertito: “Stiamo dicendo al nemico che se decide di colpire i nostri centri principali, colpiremo tutti i centri economici della regione”.
Il secondo obiettivo è quello di esercitare pressione sulla stessa presenza militare americana. I funzionari iraniani hanno ripetutamente sottolineato che i loro attacchi prendono di mira gli interessi degli Stati Uniti piuttosto che i governi del Golfo. Teheran ha inquadrato le sue operazioni come una rappresaglia contro Washington, non come una guerra con gli stati vicini.
In effetti, l’Iran sta dicendo alle monarchie del Golfo che è proprio la presenza militare americana la vera fonte del pericolo. Se gli stati del Golfo vogliono che gli attacchi cessino, suggerisce Teheran, dovrebbero riconsiderare l’idea di ospitare basi statunitensi che ora fungono da piattaforme di lancio per attacchi contro l’Iran.
Il terzo obiettivo è la pressione politica sui leader del Golfo. Gli attacchi iraniani pongono i governi regionali di fronte a un difficile dilemma: devono decidere se proteggere la loro partnership strategica con Washington o dare priorità alla sicurezza immediata del proprio territorio.
Quanto più le economie del Golfo si sentono minacciate – dal centro finanziario e turistico di Dubai alle esportazioni di gas naturale liquefatto (GLN) del Qatar o alle infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita – tanto maggiore è l’incentivo a spingere per un de-escalation. In questo senso, la campagna dell’Iran non è solo militare. È anche pressione diplomatica.
Risposte del Golfo: coordinamento senza unità
Finora, le risposte del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno seguito un andamento cauto. L’aspetto più evidente è il coordinamento sul fronte della sicurezza, senza una piena unità politica sul conflitto più ampio.
Il 1° marzo, il Consiglio dei ministri del Consiglio di cooperazione del Golfo ha rilasciato una dichiarazione insolitamente ferma in cui condannava gli attacchi iraniani in tutti gli stati membri. La dichiarazione descrive la sicurezza del Golfo come “indivisibile” e faceva esplicito riferimento al diritto all’autodifesa previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. La dichiarazione ha inoltre sottolineato, cosa ancora più importante, che i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo hanno compiuto sforzi diplomatici per evitare un’escalation e hanno ribadito che il loro territorio non verrà utilizzato per lanciare attacchi contro l’Iran. In termini pratici, gli stati del Golfo hanno attivato reti congiunte di difesa aerea e incrementato le pattuglie di ricognizione.
Allo stesso tempo, i funzionari hanno lanciato avvertimenti a Teheran attraverso canali pubblici e privati. Il messaggio è di deterrenza senza ritorsioni immediate. Ma questo equilibrio diventa più fragile a ogni nuovo attacco. Quanto più gli attacchi iraniani colpiscono il territorio del Golfo, tanto più diventa difficile mantenere una posizione puramente difensiva.
Arabia Saudita: evitare la guerra senza subirne i colpi
L’Arabia Saudita ha cercato di mantenere una linea di condotta prudente. Riad cerca di evitare di essere trascinata in una guerra che non ha scatenato. Tuttavia, ripetuti attacchi sul suo territorio non possono restare senza risposta all’infinito.
In seguito a un presunto attacco con un drone iraniano nei pressi del complesso dell’ambasciata U.S.A a Riad, il governo saudita ha avvertito che il regno avrebbe adottato “tutte le misure necessarie” per difendere la propria sicurezza.
Le infrastrutture energetiche rimangono particolarmente sensibili. Il complesso di Ras Tanura della Saudi Aramco, la più grande raffineria nazionale dell’Arabia Saudita e importante terminal di esportazione, è stato nuovamente preso di mira il 4 marzo, dopo che un precedente attacco aveva costretto a una chiusura temporanea. Funzionari sauditi hanno riferito che l’ultimo tentativo non ha causato danni e non ha interrotto le esportazioni.
A livello politico, il messaggio saudita ha unito la deterrenza con gli appelli alla de-escalation. Il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman (MbS), ha telefonato al presidente degli Emirati Arabi Uniti, Mohammed bin Zayed (MbZ), e ha “discusso degli sviluppi regionali e dei palesi attacchi iraniani contro gli Emirati Arabi Uniti e diversi altri paesi fratelli”.
Il primo, nonostante le recenti tensioni con il suo vicino più piccolo del Golfo, ha espresso la “piena solidarietà” di Riyadh ad Abu Dhabi e ha offerto “tutte le sue risorse per sostenere qualsiasi misura adottata dagli Emirati Arabi Uniti”, mentre il presidente degli Emirati “ha espresso la sua gratitudine e apprezzamento”.
La strategia di Riad si basa in parte sulla sua capacità di deviare parte delle esportazioni di petrolio dallo Stretto di Hormuz attraverso oleodotti diretti al Mar Rosso. Ma questa soluzione alternativa non può proteggere il regno dalle più ampie conseguenze politiche dei ripetuti attacchi al suo territorio.
Gli Emirati Arabi Uniti: la guerra minaccia il modello economico del Golfo
Gli Emirati Arabi Uniti si trovano ad affrontare un diverso tipo di vulnerabilità. Il loro modello nazionale si basa in larga parte sulla fiducia degli investitori, sul turismo, sulla connettività aerea e sulla percezione che città come Dubai siano isolate dai conflitti regionali. Ma gli attacchi del 28 febbraio hanno infranto questa percezione. Sono stati segnalati danni nelle zone attorno a Dubai e Abu Dhabi: uno shock senza precedenti per uno Stato che da tempo si propone come un centro regionale sicuro.
La risposta immediata degli Emirati Arabi Uniti si è concentrata sulla gestione del rischio. Gli uffici di cambio hanno chiuso temporaneamente, per poi riaprire pochi giorni dopo. Questa mossa mirava a segnalare che la stabilità finanziaria era rimasta intatta. Tuttavia, dal punto di vista politico, Abu Dhabi ha adottato un tono più duro nei confronti di Teheran di quanto molti osservatori si aspettassero.
Gli Emirati Arabi Uniti hanno annunciato la chiusura della loro ambasciata a Teheran e hanno ritirato il loro ambasciatore in risposta agli attacchi. La decisione ha segnato una brusca escalation diplomatica.
“Ciò che è stato ormai dimostrato è che siamo noi, non gli Stati Uniti, sulla linea del fuoco”, ha affermato il dottor Ebtesam al-Ketbi, presidente dell’Emirates Policy Center, citato da Reuters. “Quando l’Iran ha attaccato, ha colpito prima il Golfo con il pretesto di colpire le basi statunitensi”.
Per gli Emirati Arabi Uniti, la sfida strategica è profonda. Il loro approccio tradizionale è stato quello di una de-escalation volta a preservare la stabilità economica. Ora i responsabili politici devono decidere se una de-escalation senza una deterrenza credibile non faccia altro che provocare ulteriori pressioni.
Qatar: il mediatore sotto attacco
Il Qatar occupa una posizione particolarmente delicata. Doha ospita una delle più importanti strutture militari statunitensi nella regione e, allo stesso tempo, si posiziona come mediatore diplomatico nei conflitti regionali. La guerra ora minaccia entrambi i ruoli.
Le autorità del Qatar hanno confermato che le loro difese aeree hanno intercettato i missili in arrivo durante gli attacchi del 28 febbraio. Le autorità hanno diramato avvisi pubblici invitando i residenti a stare lontani da installazioni militari e potenziali zone di caduta di detriti.
Il Ministero degli Esteri del Qatar ha condannato l’attacco al suo territorio, chiedendo al contempo un’immediata de-escalation e la ripresa dei negoziati. Ma le tensioni sono rapidamente aumentate ulteriormente. Il 2 marzo, Majed al-Ansari, portavoce del Ministero degli Esteri del Qatar, ha dichiarato ai giornalisti: “L’attacco alla nostra sovranità, il palese attacco al nostro popolo, alla sicurezza e all’incolumità della nostra nazione ha già superato ogni possibile limite. Pertanto, abbiamo adottato tutte le misure possibili e ci riserviamo il diritto di reagire”.
Gli attacchi iraniani avevano preso di mira infrastrutture civili, comprese le aree vicine all’aeroporto internazionale di Hamad. Doha ha inoltre sospeso temporaneamente la produzione di gas naturale liquefatto (GNL) dopo gli attacchi nei pressi della zona industriale di Ras Laffan. Due giorni dopo, QatarEnergy ha dichiarato lo stato di forza maggiore su alcune consegne di GNL, evidenziando il potenziale impatto della guerra sui mercati energetici globali. Anche una breve interruzione delle esportazioni di GNL del Qatar può avere ripercussioni sulle catene di approvvigionamento energetico internazionali.
Tre possibili traiettorie
Oltre agli scambi militari immediati, anche il contesto economico e marittimo più ampio del Golfo sta cambiando. Le compagnie di navigazione hanno già iniziato a dirottare le navi, i premi assicurativi per la copertura dei rischi di guerra sono aumentati vertiginosamente e diversi operatori del settore energetico stanno rivalutando silenziosamente l’esposizione alle infrastrutture del Golfo. Anche attacchi limitati possono avere ripercussioni sui mercati globali quando si verificano vicino allo Stretto di Hormuz, attraverso il quale normalmente transita circa un quinto dell’approvvigionamento petrolifero mondiale.
Alcuni funzionari regionali temono inoltre che ripetuti attacchi possano gradualmente normalizzare i colpi alle infrastrutture economiche. Terminal petroliferi, impianti di GNL, porti e aeroporti – a lungo considerati off-limits nelle precedenti crisi del Golfo – sono ora apertamente considerati potenziali punti di pressione. Più a lungo si protrae la guerra, maggiore è il rischio che la coercizione economica diventi un elemento centrale del conflitto piuttosto che un effetto secondario.
Nel complesso, queste pressioni indicano tre possibili traiettorie per la guerra, ciascuna delle quali comporta conseguenze diverse per la regione.
Guerra limitata e contenimento
Nel primo scenario, il conflitto rimane brutale ma contenuto. Gli attacchi militari continuano, ma il Golfo non diventa un campo di battaglia su vasta scala. L’Iran evita azioni che costringerebbero i governi del Golfo a ritorsioni dirette. Gli stati del Golfo mantengono la loro attuale strategia di condanna, coordinamento difensivo e avvertimenti a Teheran.
I mercati si adattano al conflitto come a un’interruzione ad alto rischio piuttosto che come a uno shock sistemico. Lo spazio aereo si riapre gradualmente. Il traffico marittimo riprende sotto scorta navale. I mercati assicurativi riprendono con cautela. Le infrastrutture energetiche continuano a funzionare nonostante gli attacchi occasionali.
In questo scenario, la diplomazia alla fine crea una via di fuga che consente a entrambe le parti di fare un passo indietro senza dichiarare una sconfitta. I canali di mediazione tradizionali dell’Oman potrebbero tornare ad essere rilevanti.
Espansione della guerra regionale
Il secondo scenario è molto più cupo. In questa traiettoria, la logica dell’escalation si autoalimenta. Un singolo attacco riuscito potrebbe trasformare radicalmente il conflitto. Un elevato numero di vittime civili in una città del Golfo, un attacco devastante a un’importante infrastruttura energetica o la prova che il territorio del Golfo sia stato utilizzato per operazioni offensive contro l’Iran potrebbero innescare una ritorsione diretta. A quel punto, il delicato equilibrio della deterrenza crolla.
I governi del Golfo potrebbero concludere che risposte militari limitate siano preferibili ad assorbire ripetuti attacchi senza ritorsioni. I mercati energetici andrebbero incontro a gravi perturbazioni.
Lo Stretto di Hormuz potrebbe diventare di fatto inutilizzabile per lunghi periodi. L’assicurazione contro i rischi della guerra scomparirebbe. Le rotte marittime cambierebbero radicalmente. Le interruzioni temporanee si trasformerebbero in cambiamenti strutturali nei mercati energetici globali. Gli importatori asiatici si affretterebbero a cercare fornitori alternativi. Al contempo, la narrativa del Golfo sulla diversificazione economica e sulla stabilità regionale subirebbe un profondo shock.
Conflitto congelato con diplomazia fragile
La terza possibilità è un congelamento instabile. In questo scenario, i costi economici di una continua escalation diventeranno insostenibili per tutte le parti in causa. Le interruzioni delle spedizioni, l’impennata dei costi di trasporto e gli shock energetici globali spingono le potenze esterne a chiedere la cessazione delle ostilità. Tuttavia, i meccanismi per far rispettare tale congelamento restano deboli.
I canali diplomatici, tra cui gli sforzi di mediazione dell’Oman e i colloqui precedentemente programmati a Ginevra, potrebbero fornire il quadro per una pausa temporanea. Ma le tensioni di fondo rimarrebbero irrisolte. Gli stati del Golfo insisterebbero per ottenere garanzie che il loro territorio e le loro rotte di navigazione non vengano nuovamente presi di mira. Tali garanzie sono difficili da far rispettare in una regione affollata di droni, attori armati decentralizzati e tecnologie militari in rapida evoluzione.
Per ora, il Golfo Persico si trova in una posizione precaria tra questi due scenari. Ciò che è iniziato come uno scontro tra Washington, Tel Aviv e Teheran si sta rapidamente trasformando in una crisi che minaccia l’architettura della sicurezza dell’intera regione.
Le basi statunitensi, un tempo pubblicizzate come la massima garanzia di stabilità, potrebbero ora essere proprio il fattore che sta spingendo il campo di battaglia verso il suolo del Golfo.
