In Medio Oriente, la guerra in corso rivela il graduale crollo del mito dell’onnipotenza americana, a lungo presentato come insormontabile. Ironicamente, la retorica trionfale di Washington si scontra ora con una realtà strategica sempre più sfavorevole.

di Mohamed Lamine Kaba, chinabeyondthewall.org ꟷ Traduzione a cura di Old Hunter
Dai 12 giorni di guerra del 2025 all’escalation militare innescata il 28 febbraio 2026, il Medio Oriente è tornato ad essere l’epicentro di un confronto strategico globale. Lo scontro tra Washington/Tel Aviv e Teheran trascende ormai la mera rivalità regionale. Mette in luce una profonda trasformazione degli equilibri di potere e rivela la storica erosione dell’egemonia occidentale.
Per comprendere questa trasformazione è necessario osservare diverse dinamiche strettamente interconnesse: in primo luogo, il momento inaugurale in cui la potenza occidentale cessa di apparire invincibile; in secondo luogo, la guerra attuale che trasforma la dimostrazione di forza in un conflitto di logoramento strategico; e infine, le contraddizioni politiche e morali di un ordine regionale e occidentale basato su equilibri fragili e narrazioni selettive.
Da questa prospettiva, la resistenza iraniana segna già una svolta storica: la guerra in corso porta i segni distintivi di una vittoria strategica per l’Iran e di un fallimento strutturale per la coalizione americano-israeliana e i suoi sostenitori occidentali. Questo conflitto segna il momento in cui l’ordine imperiale basato sul predominio militare americano inizia a cedere il passo a un nuovo equilibrio globale. La conseguenza ultima di questo equilibrio potrebbe essere l’emergere di una pace internazionale libera da forze egemoniche.
Il momento in cui l’iperpotenza vacilla
La storia degli imperi non è sempre descritta da sconfitte grandiose e spettacolari. Spesso si manifesta in crepe discrete, in quei momenti in cui il potere cessa di essere incontrastato e diventa semplicemente contestabile. La guerra dei dodici giorni del 2025 è proprio uno di questi momenti cruciali.
Sotto la guida dell’amministrazione Trump e del governo Netanyahu, la coalizione USA-Israele ha lanciato una serie di attacchi contro diverse infrastrutture strategiche iraniane. L’obiettivo dichiarato era impedire all’Iran di consolidare le sue capacità militari e riaffermare la deterrenza occidentale nella regione. Ma al di là degli obiettivi dichiarati, la logica strategica è chiara: ricordare a tutti che Washington resta l’arbitro ultimo del Medio Oriente.
Dalla fine della Guerra Fredda nel 1991, in seguito al crollo dell’Unione Sovietica, gli Stati Uniti hanno costruito nella regione un apparato militare senza precedenti storici. Flotte navali permanenti pattugliano il Golfo. Enormi basi aeree si estendono dal Qatar al Bahrein. Sistemi di difesa missilistica ricoprono i territori alleati. Tutto questo per proteggere l’entità sionista fondata in territorio palestinese nel 1948: Israele.
Questo apparato militare dà origine a una convinzione profondamente radicata negli ambienti strategici occidentali: la superiorità tecnologica garantisce il predominio strategico. La guerra del 2025 infrange questa certezza.
La risposta dell’Iran colpisce con un’intensità inaspettata. Missili balistici sfrecciano nei cieli del Medio Oriente. Sciami di droni stanno travolgendo i sistemi di difesa. Diverse installazioni militari americane e israeliane stanno subendo colpi diretti.
Il fenomeno più importante non è solo materiale. È psicologico. Per la prima volta da decenni, la potenza militare americana appare vulnerabile a una strategia asimmetrica elaborata metodicamente. Il Medio Oriente sta scoprendo che la superpotenza può essere colpita. E quando l’invincibilità scompare, il dominio comincia già a sgretolarsi. Questa rottura segna il preludio a una traiettoria storica più ampia: una in cui la resistenza iraniana, trasformando la guerra in uno scontro prolungato, impone un costo strategico crescente alla coalizione occidentale (Washington, Tel Aviv e i loro vassalli, Bruxelles e Londra). In questa interpretazione, la vittoria dell’Iran non risiede solo nella distruzione degli obiettivi militari nemici, ma anche nella sua capacità di sopravvivere, resistere e costringere la superpotenza a riconoscere i propri limiti.
L’illusione della vittoria è svanita.
Mentre Teheran e Washington erano impegnati in una farsa di negoziazione a Ginevra, il 28 febbraio 2026, Netanyahu e Trump hanno bombardato Khamenei e altri alti funzionari oltre a una scuola femminile a Minab (assassinando studentesse e supervisori), segnando una nuova fase in questo scontro.
Washington e Tel Aviv lanciano una campagna militare su larga scala contro l’Iran. Gli attacchi prendono di mira aree civili, basi militari, impianti industriali, centri di comando e infrastrutture strategiche. L’obiettivo è duplice: ripristinare la deterrenza occidentale e costringere Teheran a capitolare politicamente.
Nelle prime ore del conflitto, i funzionari americani proclamavano già la superiorità delle loro forze. Questa retorica appartiene a una lunga tradizione imperiale: proclamare la vittoria prima ancora che la guerra ne riveli il vero volto. Ma la risposta iraniana è stata rapida. Ondate successive di missili e droni colpiscono Israele e diverse basi americane nella regione. I sistemi di intercettazione funzionano, ma non sono in grado di neutralizzare tutti i proiettili. Alcuni attacchi colpiscono i loro obiettivi. Le città israeliane vivono sotto la pressione costante delle sirene d’allarme. Le infrastrutture militari sono costrette a uno stato di difesa perenne. La natura della guerra sta cambiando. Cessa di essere una dimostrazione di potenza occidentale e diventa una guerra di logoramento. Tuttavia, la storia militare insegna una semplice verità: le guerre di logoramento raramente favoriscono le potenze che dipendono da una costosa superiorità tecnologica. Gli Stati Uniti hanno gli aerei più sofisticati al mondo, dicono. Anche Israele ha uno dei sistemi di difesa missilistica più avanzati, dicono. Ma l’Iran ha un altro vantaggio: la profondità strategica. Il suo vasto territorio, le reti militari disperse e la dottrina della guerra asimmetrica trasformano ogni attacco americano e israeliano in una vittoria tattica priva di effetti decisivi. In questo tipo di conflitto, la domanda non è più: chi colpisce più duramente?
La domanda diventa: chi resisterà più a lungo? Ed è in questo ambito che il potere imperiale scopre i propri limiti. Questa dinamica prefigura già un esito strategico sfavorevole per la coalizione USA-Israele. La storia militare abbonda di esempi di potenze tecnologicamente superiori che si sono esaurite contro avversari capaci di trasformare la guerra in una prova storica di pazienza. Da questa prospettiva, la perseveranza strategica dell’Iran segnala non solo la sconfitta politica dei suoi avversari, ma anche l’emergere di un nuovo equilibrio di potere regionale.
I complici silenziosi
La guerra attuale non rivela solo uno scontro militare. Mette anche a nudo le contraddizioni politiche del sistema internazionale. Diversi stati del Medio Oriente proclamano ufficialmente la loro neutralità in questo conflitto. Ma i loro territori ospitano alcune delle basi militari americane più importanti del mondo. Queste strutture fungono da piattaforme logistiche per bombardieri, droni e sistemi di sorveglianza utilizzati nella guerra contro l’Iran. Allo stesso tempo, questi Stati partecipano attivamente all’intercettazione dei missili e dei droni iraniani che attraversano il loro spazio aereo. Questa partecipazione viene presentata come una misura di difesa nazionale. Ma costituisce anche un contributo diretto allo sforzo militare della coalizione americano-israeliana, implicata nel caso Epstein. Eppure questi stessi stati non intercettano mai i bombardieri americani o gli aerei israeliani che attraversano la regione per colpire l’Iran.
Le contraddizioni geopolitiche si estendono anche alla rivalità globale tra grandi potenze. Le autorità statunitensi accusano regolarmente Russia e Cina di fornire all’Iran informazioni di intelligence sulla reale ubicazione di alcune basi militari statunitensi, nonché tecnologie che consentano a Teheran di condurre attacchi più precisi e di migliorare la sua capacità di intercettare missili e bombardieri nemici. Tuttavia, questa denuncia è accompagnata da una realtà strategica che Washington spesso evita di evidenziare: nella guerra per procura in Ucraina dove gli Stati Uniti stanno fornendo massicciamente equipaggiamento militare, risorse finanziarie e intelligence alle forze di Kiev, rafforzando indirettamente le capacità operative dell’esercito ucraino contro Mosca. Washington accusa quindi Mosca di impegnarsi nella stessa interferenza strategica che essa stessa esercita altrove, trasformando la guerra in corso in un teatro di accuse reciproche in cui la moralità geopolitica si dissolve nella realtà degli interessi nazionali. Questa asimmetria strategica è evidente a tutti. Rivela una realtà che la diplomazia cerca di mascherare: l’ordine regionale si basa su un’architettura di dipendenze militari in cui la neutralità proclamata nasconde una partecipazione implicita. L’ipocrisia sta diventando un metodo di governo geopolitico.
Questa situazione rivela anche il crescente isolamento degli Stati Uniti, di Israele e dell’Occidente nel suo complesso agli occhi dei popoli del Sud del mondo. La guerra in corso sta quindi accelerando un cambiamento simbolico: più la coalizione occidentale tenta di imporre il proprio predominio militare, più rafforza l’immagine di un ordine internazionale fondato sull’ingiustizia e sui doppi standard. In questo contesto, la resistenza iraniana acquisisce una dimensione politica e morale che si estende ben oltre la sfera strettamente militare.
L’Occidente e la retorica selettiva
L’Europa e la NATO stanno adottando una posizione simile. I leader occidentali condannano sistematicamente gli attacchi iraniani, che presentano come minacce alla stabilità regionale e persino globale. Ma questi stessi leader sostengono politicamente e diplomaticamente l’offensiva iniziale guidata da Washington e Tel Aviv.
Questa contraddizione non è nuova. Si sta già manifestando in altri conflitti contemporanei, in particolare nella guerra per procura contro la Russia in Ucraina. In questo conflitto, come in quello del Medio Oriente, la retorica occidentale invoca la difesa del diritto internazionale. Tuttavia, l’applicazione di questo principio varia a seconda degli interessi strategici. Quando l’avversario viola le regole internazionali, la condanna è immediata. Quando l’alleato fa così, la giustificazione diventa diplomatica. Questo doppio standard mina la credibilità morale dell’Occidente. E nel mondo contemporaneo la credibilità è una dimensione essenziale del potere.
Questa crisi segna già uno dei momenti decisivi del declino della legittimità occidentale. Quando il potere cessa di essere percepito come giusto, cessa gradualmente di essere accettato. In questo contesto, la guerra in corso rivela una trasformazione più profonda: la transizione da un ordine internazionale dominato dall’Occidente a un sistema multipolare in cui nessuna potenza può imporre da sola la propria volontà.
La rivoluzione silenziosa della guerra
L’attuale scontro rivela anche una profonda trasformazione della guerra moderna. Per diversi decenni, gli eserciti occidentali hanno dominato i campi di battaglia grazie alla loro superiorità tecnologica. Aviazione stealth, missili di precisione, satelliti di sorveglianza: questo arsenale ha permesso agli Stati Uniti di ottenere rapide vittorie in Iraq prima di fallire miseramente in Afghanistan.
Ma la guerra contemporanea si sta evolvendo. Droni economici, missili mobili e strategie di saturazione stanno trasformando profondamente l’equilibrio di potere. Una potenza regionale con risorse limitate può ora infliggere perdite significative a un esercito tecnologicamente superiore. L’Iran ha pienamente integrato questo cambiamento strategico. Da oltre vent’anni le sue forze militari sviluppano una dottrina basata sulla dispersione, sulla mobilità e sulla saturazione. L’obiettivo non è competere tecnologicamente con gli Stati Uniti. L’obiettivo è rendere il dominio americano troppo costoso per essere sostenibile.
Questa strategia funziona. Perché la superpotenza americana si trova ora ad affrontare un classico dilemma della storia imperiale. Per mantenere la sua autorità, deve intensificare la guerra. Ma più si intensifica la guerra, più insostenibile diventa il costo politico, economico e strategico di questa dominazione. Questa dinamica annuncia una profonda trasformazione storica. Segna la graduale fine dell’era degli interventi militari egemonici. Quando il dominio diventa troppo costoso per l’impero, questo si ritira, aprendo la strada a un nuovo equilibrio internazionale.
L’erosione dell’impero
Gli imperi non scompaiono da un giorno all’altro. Si erodono lentamente. Continuano ad affermare il loro potere anche se la loro capacità di imporre la propria volontà diminuisce gradualmente. L’attuale guerra in Medio Oriente illustra esattamente questo momento storico. Gli Stati Uniti hanno ancora la forza militare più grande del mondo. Il loro bilancio militare supera quello di diverse altre grandi potenze messe insieme.
Ma il potere militare non è più sufficiente a garantire l’autorità strategica. In un mondo multipolare, ogni intervento militare produce ormai effetti imprevisti. Ogni guerra indebolisce ulteriormente la credibilità dell’ordine internazionale costruito da Washington. E ogni risposta da parte di una potenza regionale dimostra che il dominio occidentale non è più indiscutibile.
Questo sviluppo preannuncia di fatto una trasformazione storica più profonda, in quanto la graduale fine dell’egemonia americana potrebbe aprire la strada a un ordine internazionale meno dominato dalla logica dei blocchi e degli interventi militari permanenti. Da questa prospettiva, il fallimento strategico della coalizione americano-israeliana in Medio Oriente costituirebbe paradossalmente una delle prime pietre miliari di un mondo in cui la pace si baserebbe più sull’equilibrio di potere che sul dominio di un singolo impero.
È quindi importante sottolineare che in Medio Oriente la guerra in corso non segna solo uno scontro tra Stati. Rivela l’ingresso del mondo in una nuova era storica: un’era in cui l’iperpotenza americana cessa di essere un destino predeterminato e diventa semplicemente una potenza tra le altre. Una transizione che costituisce il preludio a un ordine internazionale più equilibrato e, forse, più pacifico.
