IRAN: PROTESTE, INFILTRAZIONI, STRUMENTALIZZAZIONI… MA NESSUN CROLLO DEL “REGIME”.

DiMaria Morigi

3 Gennaio 2026

La repressione delle proteste è diventata violenta”, “Il regime è prossimo alla dissoluzione”, “la voce dei giovani contro la corruzione”, “Il crollo della moneta riaccende la protesta, arrestati studenti”, “Contestata la riforma delle pensioni”, “Il regime totalitario non ha futuro” ecc…

Tutto il Mondo è Paese. Sembra di essere nella Siria del dittatore sanguinario Assad, o nell’Iraq del dittatore Saddam, o nella Libia del dittatore Gheddafi, oppure ad Hong Kong oppressa dal “regime autoritario” di Pechino, o in Russia oppressa dall’autocrate e zar Putin… Infatti i media parlano con tanta veemenza e malcelata soddisfazione solamente dei regimi Nemici per definizione e “canaglie”, dipinti come aggrappati all’orlo del collasso totale. Al contrario nessuna manifestazione a Tel Aviv o Gerusalemme contro il genocida Nethanyau lascia presumere che Israele possa franare. Neppure le massicce proteste a Bruxelles di agricoltori o di organizzazioni ProPal impensieriscono i volonterosi.

Ma, innanzitutto l’Iran non è la Libia e neppure l’Iraq, e siccome ci sono altre fonti rispetto ai tiggì e al mainstream, possiamo vedere e sapere meglio cosa succede davvero.

Vediamo immagini di assembramenti, qualche blocco di traffico, serrande abbassate al Gran Bazar di Teheran e in centri commerciali (ma il giorno dopo tutto normale), automobilisti che suonano il clacson, studenti che manifestano gridando “Azadi, azadi (libertà, libertà)”, “Non abbiate paura, restiamo uniti”.

Si sentono anche altri slogan più preoccupanti tipo: “Lunga vita allo Scià” di esagitati che auspicano il ritorno della dinastia Pahlavi nella persona di Reza Ciro Pahlavi, figlio del defunto Shah Mohammad Reza detronizzato dalla Rivoluzione del 1979 (il principe da allora vive negli Stati Uniti, con la sua famiglia e sembra poco interessato al suo paese d’origine). Se ne deduce che in Iran esistono non solo contestatori del governo per la crisi economica e l’inflazione, ma veri violenti provocatori filo-monarchici sostenitori della dinastia Pahlavi. Per logica supponiamo che le cariche di polizia, gli arresti e i morti avvengano laddove si superano i limiti della civile protesta.

Allora per forza, chi non è imbecille si chiede: da chi questi filo-monarchici sono pagati? La pista dei soldi va sempre seguita… sarebbe infatti un oltraggio alla logica intuitiva pensare che campioni filo-monarchici si riproducano spontaneamente nel XXI secolo, a meno che non appartengano alla peggior specie di terrorismo, i Mojaheddin e-Kalk (MEK), colpevoli di assassini e stragi, traditori della loro stessa patria ed espulsi dall’Iran fin dagli anni ’80, ma ben accolti, protetti dal pensiero radicale occidentale e finanziati con fondi parlamentari in vari Stati europei. [sui MEK ho fatto ricerca da averne la nausea e attualmente seguo i disgraziati fuggiti dal campo albanese, quindi mi perdonerete se sorvolo].

Emerge anche che molti video diffusi in rete sono stati manipolati per far credere che la gente sostenga Reza Pahlavi. In un video lo slogan “Qalibaf (il presidente del Parlamento), ridacci i nostri diritti” è stato trasformato in “Principe ereditario, dove sei? Vieni in nostro aiuto“, e in altri video sono aggiunti slogan favorevoli allo Scià che non sono presenti negli originali.

La diffusione di questi video è da attribuire ad Israele che, come sappiamo, conduce i giochi dell’informazione e ha un gran numero di infiltrati in Iran che sobillano le rivolte: un lavoro del Mossad apprezzato da Donald Trump. D’altronde proprio qualche giorno fa il noto giornalista israeliano Zvi Yehezkeli, corrispondente del canale 15 della TV israeliana ed “esperto” del mondo arabo e islamico, ha dichiarato pubblicamente: “La questione più importante in Iran è la rivoluzione; ma cosa può fare Israele ora? Deve sostenere queste proteste e guidarle. Israele deve agire con ponderazione: deve aiutare e sostenere i rivoltosi. Dobbiamo iniziare la guerra su vasta scala che aspettavamo e rivendicavamo nella guerra dei 12 giorni!”.

Le informazioni dell’ultimo giorno in diretta dall’Iran d’altronde parlano insistentemente di mercenari e agenti di Israele che in varie località distribuiscono armi e impongono ai commercianti di chiudere i negozi; ad Hamedan, nell’Iran centrale, agenti provocatori (e non popolo in protesta) hanno dato fuoco a copie del Sacro Corano e a raccolte di preghiere e invocazioni.

Tuttavia, accanto a queste notizie di pessima e strumentale propaganda, dai documenti e video emerge un’altra verità: quella del popolo iraniano unito in un sentimento patriottico che vede con chiarezza le vere cause del malcontento sociale ed economico: sanzioni illegali, unilaterali e punitive imposte dagli Stati Uniti e sostenute dall’Occidente per strangolare l’economia del Paese. Corruzione, inflazione e povertà che i manifestanti denunciano nascono proprio da questo storico impedimento a commerciare, accedere ai mercati finanziari internazionali, esportare risorse energetiche e importare beni primari.

Significativa la voce dello studente che su un palco improvvisato, all’Università di Teheran, arringa altri studenti : “Contro cosa stiamo combattendo? Stiamo combattendo contro i dirigenti senza onore e corrotti che continuano a rubare i nostri soldi. Signor Ejei [Capo della Magistratura], cosa stai facendo? Questa è la voce di un Basiji iraniano: sono pronto a dare la vita per questa terra, sono pronto a dare la vita per la Repubblica Islamica“. Qualcuno interpreta queste parole come una “rivolta contro il regime” o come un appello per ripristinare monarchia o stato laico? In queste parole noi – che non siamo prevenuti – sentiamo solo patriottismo e fede nella Repubblica islamica che ha, come sanno gli storici, una delle più antiche tradizioni di costituzionalismo, democrazia e rispetto per i valori fondativi. Come si vede proprio in questi giorni fervono i preparativi, con pellegrinaggi da tutta la nazione al cimitero di Kerman, per celebrare il sesto anniversario del martirio del Generale Haj Qasem Soleimani, evento di gran lunga più sentito dal popolo per il suo valore simbolico patriottico.

È ipocrita il tentativo occidentale di trasformare le difficoltà interne di un Paese in strumenti di pressione e destabilizzazione per offrire una “libertà” dai contorni discutibili. È ipocrita l’idea di Trump di “intervenire” o “proteggere” i manifestanti perché sarebbe un’interferenza negli affari interni di uno Stato sovrano che percepisce con lucidità il tentativo strumentale di trasformare il disagio sociale in un “cambio di regime”. A differenza della narrazione occidentale, che parla di un sistema al collasso, la realtà mostra istituzioni funzionanti, un apparato statale compatto e un dibattito che si svolge in un quadro costituzionale che rispetta i diritti e le minoranze etniche e religiose.

Per la comica finale leggo su X nel sito del principe Reza Ciro Pahlavi un messaggio in merito alle proteste: “il regime è giunto al termine del suo cammino“. Si tratta della 27esima volta negli ultimi 10 anni che Reza Pahlavi pronuncia questa frase!.

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