Diversi governi dell’UE stanno discutendo l’introduzione di una tassa sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere, accusate di guadagnare eccessivamente grazie ai prezzi del carburante. Ma siamo sicuri che l’UE non dovrebbe guardare piuttosto in casa propria?
Fonte: The Guardian
Venerdì, durante una riunione dei ministri delle finanze dell'UE a Dublino, il ministro tedesco Lars Klingbeil ha esortato la Commissione europea a proporre possibili modi per tassare quelli che ha definito profitti eccessivi delle compagnie petrolifere. "Diversi Stati membri chiedono da tempo dei modelli di riferimento", ha affermato Klingbeil, sollecitando proposte entro il mese prossimo. "I cittadini vedono come le compagnie petrolifere stiano sfruttando la situazione, applicando prezzi eccessivi e aumentando notevolmente i propri profitti".
I prezzi alla pompa hanno già raggiunto livelli record in tutta Europa. In Germania, mercoledì il prezzo del diesel è salito a una media record di 2,45 euro al litro, mentre la benzina ha toccato un nuovo massimo di 2,31 euro al litro, secondo l'ADAC, la più grande associazione automobilistica europea. I prezzi sono ancora più alti nei Paesi Bassi, dove mercoledì la benzina ha superato il record della settimana precedente raggiungendo i 2,73 euro al litro, con il diesel a una media di 2,78 euro al litro. I prezzi sono aumentati ulteriormente per la benzina in Danimarca e per il diesel in Finlandia. In tutta l'UE, i prezzi della benzina sono superiori del 24% rispetto all'anno precedente, mentre il diesel è aumentato del 38% e il costo del carburante per aerei è più che raddoppiato (+100%). Il prezzo di riferimento del gas è di 81 euro per megawattora, in rialzo del 150% rispetto all'anno precedente, con gli analisti che ipotizzano possa raggiungere i 100 euro.
Il commissario europeo per l'Economia, Valdis Dombrovskis, ha dichiarato che la Commissione non ha in programma, "in questa fase", un meccanismo di tassazione a livello UE, ma ha sottolineato di essere "pronta al confronto" e che gli Stati membri sono liberi di imporre le proprie tasse.
Qualche considerazione.
Le elezioni si avvicinano in molti paesi UE e i governi hanno bisogno di gestire la rabbia dei consumatori per l’enorme aumento del costo dell’energia. Durante l’ultimo anno, la benzina è rincarata in media nell’UE del 24%, il diesel del 38%, il carburante per aerei di oltre il 100%, il gas TTF, scambiato oggi a circa 81 €/MWh, del 150%. Nel frattempo, il Brent galleggia a 104 dollari per barile. La dilagante vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt ha suonato il campanello di allarme per molti governi. Urge, dunque, cercare un nemico esterno al quale attribuire la responsabilità dell’aumento dei prezzi per convogliare contro di esso il malcontento popolare.
Non che le compagnie petrolifere non stiano effettivamente speculando sulla crisi di Hormuz. I conti del primo semestre mostrano effettivamente profitti extra nell’ordine di miliardi in Europa e margini alla pompa più larghi del solo rialzo del Brent, in particolare sul diesel. Il problema degli extra profitti esiste. Il punto è se davvero sia quello il fattore principale che ha spinto al rialzo i prezzi dei combustibili dopo la crisi di Hormuz o se, piuttosto, non siano state le stesse politiche dell’UE a contribuire in larga misura a questo fenomeno.
La transizione green voluta dall’UE ha ridotto investimenti upstream e, soprattutto, la raffinazione in Europa. Per anni banche, tassonomia UE e pressioni ESG hanno reso più caro finanziare i fossili. L’Europa ha letteralmente chiuso raffinerie. Il diesel di queste settimane non esplode solo perché il Brent è sopra i 100 dollari: il cosiddetto “crack spread” (la differenza di prezzo tra il petrolio greggio e i prodotti petroliferi finiti) è salito a livelli record dopo che raffinerie mediorientali e russe sono state colpite in guerra. Ancora peggio è accaduto dopo che l’oleodotto saudita East-West si è fermato. Lo shock è di prodotto, non solo di greggio. Un sistema che disincentiva la capacità fossile senza avere ancora sostituito i volumi è un sistema fatalmente fragile ed esposto a rischi logistici e geopolitici, come puntualmente si sta verificando oggi.
A ciò va poi aggiunto che dopo il 2022 l’UE ha tagliato gran parte del petrolio e soprattutto del diesel russo via mare, rivolgendosi principalmente a Medio Oriente, India e USA. Oggi che lo stretto di Hormuz è praticamente chiuso e la guerra in Ucraina e nel Golfo Persico ha messo fuori uso raffinerie e navi prodotto, l’Europa paga a caro prezzo la mancanza del cuscinetto russo. Come nel caso del disinvestimento nei fossili, anche questa è stata una scelta politica consapevole e deliberata, che fatalmente ha comportato un costo in termini di sicurezza energetica. Possiamo accusare quanto vogliamo AfD di cavalcare il malcontento, ma il nesso strutturale esiste. E il responsabile non viene da fuori.
Infine, non vanno dimenticate accise e IVA, che rappresentano una fetta enorme del prezzo. In media, alla pompa europea poco meno del 50% del prezzo della benzina e circa due quinti del prezzo del diesel sono tasse. Dunque, lo Stato è il primo beneficiario sul litro, soprattutto sulla benzina.
Terrorizzata dalle prossime scadenze elettorali, l’UE sembra dunque decisa a percorrere la strada del populismo elettorale scaricando su un fattore esterno come le compagnie petrolifere (che poi nemmeno tanto esterne sono, se pensiamo che Eni, TotalEnergies, Repsol, Orlen e OMV sono europee e Shell BP sono britanniche) per gestire la rabbia dei consumatori. In altre parole, il tentativo è quello di trasformare la rabbia per “il pieno costa 2,40 euro” nello slogan “le major si stanno arricchendo”. Laddove venisse effettivamente implementata, una windfall tax contro le compagnie petrolifere non riaprirebbe Hormuz, non farebbe arrivare più diesel e non ricostruirebbe le raffinerie. Come ogni slogan, può funzionare in campagna elettorale, ma di certo non farà aumentare l’offerta e non renderà l’UE meno strutturalmente fragile sul piano energetico.

