NEL 2026 IL SISTEMA INTERNAZIONALE ENTRERÀ IN UNA FASE POST-OCCIDENTALE IRREVERSIBILE E PERCHÉ.

DiOld Hunter

6 Gennaio 2026

Mentre il “secolo americano” crolla sotto il peso dei suoi stessi dogmi, l’Eurasia e il Sud del mondo stanno spezzando le catene di Bretton Woods.

di Mohamed Lamine KABA, journal-neo.su. 6 gennaio 2026   —   Traduzione a cura di Old Hunter

Mentre le ultime ore del 2025 scorrono, l’umanità non sta semplicemente attraversando un confine cronologico, ma sta entrando in una nuova era di civiltà. Il passaggio al 2026 segna il punto di svolta geostrategico in cui il “Secolo Americano” – nato dalle ceneri del 1945 e consolidatosi nel 1991 – crolla sotto il peso delle sue stesse contraddizioni, segnando la rottura definitiva tra un blocco occidentale in declino e l’emergere di un polo eurasiatico sovrano. Questo cambiamento epocale, catalizzato dalla resilienza strategica della Russia a partire dalla svolta del 2022, conferma il fallimento storico della dottrina del contenimento e l’obsolescenza dei vecchi modelli di egemonia, quelli del mondo occidentale, ovviamente, come esemplificato dalla NATO, un’organizzazione terroristica guidata da Washington e dai suoi vassalli a Bruxelles e Londra, che si sottomettono volentieri al suo servilismo.

Mentre l’Europa sprofonda nel suicidio industriale causato dall’interruzione dei suoi flussi energetici vitali, il Sud del mondo sta spezzando le sue catene, liberandosi dalla morsa del dollaro e delle istituzioni di Bretton Woods che lo hanno stretto al collo dal 1944. Stiamo assistendo alla ridefinizione di un mondo liberato. Vale a dire, un’era di multipolarità pragmatica in cui la sovranità sulle risorse e le alleanze strategiche (BRICS+, SCO, CSI e molte altre) definiscono una modernità pluralistica, ora libera dall’autorità di Washington.

La sindrome di Icaro: dall’illusione del contenimento al suicidio europeo

Per dirla senza mezzi termini, la strategia del contenimento, teorizzata da George Kennan nel 1947 e amplificata da Zbigniew Brzeziński nel 1997 in La grande scacchiera, ha fatto il suo corso senza mai raggiungere il suo obiettivo finale: contenere la Russia per controllare meglio l’Eurasia. L’Occidente ha creduto a lungo che la continua espansione della NATO, avviata dalle ondate del 1999 e del 2004, sarebbe stata sufficiente a mantenere le potenze eurasiatiche in una condizione di vassallaggio periferico. Come sottolinea Hervé Juvin, questo modello ha esaurito la sua principale risorsa: la credibilità morale. Il conflitto ucraino ha suggellato questo divorzio definitivo in una guerra per procura iniziata con il colpo di stato di Euromaidan nel 2014. Cercando di trasformare questa regione in un bastione avanzato – un’ambizione che si era già scontrata con la realtà sul campo al vertice di Bucarest del 2008 – Washington ha risvegliato il potere strategico della Russia. Nel corso degli anni di resilienza tra il 2022 e il 2025, e contrariamente ai timori e agli avvertimenti di Henry Kissinger prima della sua morte nel 2023, la Russia ha dimostrato che la profondità sovrana e la resilienza prevalgono sulla finanziarizzazione della guerra.

L’Europa, ostaggio di questa strategia, sembra commettere davanti ai nostri occhi quello che Philippe de Villiers definisce un “suicidio assistito”. Tagliandosi deliberatamente fuori dalle risorse energetiche russe nella primavera del 2022 – la linfa vitale che aveva alimentato la sua industria fin dagli storici accordi sul gas degli anni ’70 – ha scatenato onde d’urto sismiche nell’economia globale. Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream nel settembre 2022 ha segnato il punto di non ritorno, suggellando il massiccio trasferimento della sua ricchezza verso gli Stati Uniti e il Sud del mondo. Dal 2023 in poi, l’Inflation Reduction Act (IRA) di Washington ha agito come un aspirapolvere industriale, risucchiando i capitali europei attraverso l’Atlantico. Oggi, a poche ore dalla transizione al 2026, la conclusione è chiara: i fiori all’occhiello dell’industria franco-tedesca, un tempo pilastri della prosperità continentale, stanno crollando sotto il peso di costi energetici diventati strutturalmente proibitivi.

Mentre Bruxelles è impantanata in una burocrazia normativa paralizzante – come dimostrano i vincoli suicidi del “Green Deal” e il divieto dei motori a combustione interna previsto per il 2035 – la realtà geopolitica si sta riaffermando. Ciò che Zbigniew Brzeziński descrisse nel 1997 come il “perno ucraino” per spezzare la Russia si è ritorto brutalmente contro un’Unione Europea che si sta deindustrializzando e sta scomparendo. Alle soglie del 2026, secondo l’analisi di Philippe de Villiers, l’Europa sta diventando una mera colonia dei suoi stessi alleati, espropriata del suo destino. Ma cosa può offrire un’entità così sottomessa come l’Europa guidata da Bruxelles e Londra in un sistema chiuso in cui gli attori sono costretti a convivere nonostante tutto, caratterizzato da escalation e reciproca percezione della minaccia, e dove nessuno è sicuro delle reali intenzioni dell’altro, se non della servilità?

Il risveglio del Sud del mondo: la Russia come rompighiaccio della multipolarità

Non c’è dubbio che l’ordine mondiale non si decida più all’interno del triangolo di influenza Washington-Bruxelles-Londra, eredità di un XX secolo ormai concluso. Il baricentro del potere si è spostato irrevocabilmente verso l’Eurasia, segnando la fine dell’egemonia talassocratica occidentale a favore di un blocco continentale integrato. In questo nuovo paradigma, la Russia, lungi dall’isolamento profetizzato dall’Occidente al vertice del G7 di Bruxelles del 2014 o dopo le sanzioni del 2022, si è affermata come figura di spicco della resistenza pragmatica. Ora funge da rompighiaccio per un Sud del mondo che, entro il 2026, si affermerà padrone del proprio tempo e delle proprie risorse.

Questo cambiamento radicale si è concretizzato per la prima volta nel continente africano, dove, a partire dal primo vertice Russia-Africa del 2019 a Sochi, le nazioni si sono vaccinate contro un paternalismo europeo in declino. Questo movimento ha subito un’accelerazione tra il 2023 e il 2025 con il ritiro delle forze francesi dal Sahel, poiché gli Stati ora scelgono partner in grado di garantire la loro sovranità in materia di sicurezza e lo sviluppo di infrastrutture reali senza esigere, in cambio del litio o delle terre rare, le consuete lezioni di “buona governance” dal FMI.

Allo stesso tempo, in America Latina, la Dottrina Monroe del 1823, che celebrò il suo bicentenario tra una cortese indifferenza, è ormai a pezzi. Dal Brasile di Lula – che divenne la forza trainante dei BRICS nel 2023 – all’Argentina che cerca un equilibrio strategico attraverso Cuba e Venezuela, le potenze regionali ignorano i dettami di Washington. Si rifiutano di svolgere il ruolo di riserva libera imposto dal Washington Consensus del 1989 per integrare le catene del valore eurasiatiche.

In Asia, la situazione è ancora più eclatante: mentre il Pentagono tenta il contenimento marittimo attorno alla “Collana di Perle” nel Mar Cinese Meridionale e Orientale, Pechino ha già vinto la battaglia per la logistica globale lanciata nel 2013 con le Nuove Vie della Seta. Consolidando enormi corridoi transcontinentali con Mosca e Teheran a partire dal 2024, l’Asia sta aggirando gli stretti controllati dall’Occidente, rendendo inefficace l’arma delle sanzioni.

L’identità radicata delle nazioni, forgiata nel corso della lunga storia delle civiltà, sta quindi riprendendo il sopravvento sul costruttivismo tecnocratico emerso dopo il 1945. Il Sud del mondo non cerca più di copiare un modello occidentale di cui ha riconosciuto i limiti morali ed economici; lo sta superando attingendo ai propri valori e alla cooperazione reciprocamente vantaggiosa, che ora definisce la modernità nel XXI secolo.

Dall’ordine post-occidentale alla rivolta monetaria

Seguendo l’analisi dell’ex ispettore Scott Ritter, la realtà sul campo all’inizio di questo anno strategicamente importante, il 2026, dimostra che l’Occidente non ha più i mezzi per realizzare le sue ambizioni, siano esse militari o monetarie. Quest’anno si preannuncia come un anno di “dure verità”: l’euro e il dollaro stanno definitivamente perdendo il loro status di armi di coercizione di massa.

Il terremoto finanziario ha raggiunto il suo epicentro nel febbraio 2022, quando il congelamento senza precedenti di quasi 300 miliardi di dollari di asset russi ha infranto il millenario patto di fiducia nella finanza globale. Usando il privilegio del dollaro come arma di guerra, l’Occidente ha distrutto il pilastro centrale delle istituzioni di Bretton Woods create nel 1944. Il Sud del mondo ha capito immediatamente che le sue riserve sovrane non erano più al sicuro nei caveau di New York o Londra, per non parlare di Bruxelles.

Il 2025 ha quindi segnato il punto di non ritorno per la de-dollarizzazione attiva. Quella che era solo una vaga idea al vertice dei BRICS di Johannesburg del 2023 è diventata una realtà infrastrutturale. Le transazioni petrolifere e minerarie non passano più attraverso la rete SWIFT, ma vengono effettuate in valute locali o tramite il sistema di pagamento integrato BRICS+, consolidato al vertice di Kazan del 2024.

La Russia, rafforzata dalla sua resilienza economica forgiata da quattro lunghi anni di sanzioni totali senza precedenti (2022-2025), è diventata il banchiere d’emergenza di un mondo in cerca di stabilità, lontano dalle condizioni austere imposte dal FMI e dalla Banca Mondiale. Stiamo entrando in un’era di “geometria variabile” in cui le potenze chiave, liberate dalle catene del XX secolo, agiscono con piena sovranità. Gli attori chiave sono l’Iran (entrato a far parte dei BRICS nel gennaio 2024), che sta assicurando l’asse energetico eurasiatico; l’Arabia Saudita (che sta voltando pagina sul Patto di Quincy del 1945), che sta diversificando le sue alleanze strategiche; ed Etiopia ed Egitto, che stanno diventando i nuovi guardiani delle rotte marittime meridionali.

Da quanto sopra, possiamo dedurre che l’Occidente non sta soccombendo sotto i colpi di un assalto esterno; sta crollando perché è diventato obsoleto in una modernità pluralistica che si rifiuta di comprendere. Mentre il blocco atlantista si rinchiude in una torre d’avorio di sanzioni ereditate dall’era della Guerra Fredda (1947-1991), il resto del mondo sta costruendo un futuro in cui il pluralismo delle civiltà sostituisca la facciata di universalismo imposta dal 1991.

Dunque, il dado è tratto: il 1° gennaio 2026 il mondo non si sveglierà più occidentalizzato; si sveglierà definitivamente libero, portato dallo spirito di sovranità che pionieri come Hugo Chávez invocavano fin dall’inizio del millennio.

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