Uno degli elementi cruciali, in un conflitto, è la capacità di gestire l’escalation. Che fondamentalmente significa avere la capacità di regolarla, impedendo che si impenni quando è il nemico a volerla, e mantenendo la possibilità di escalare quando lo si ritenga opportuno.
E da questo punto di vista, la gestione iraniana è pressoché perfetta. E ovviamente, quando si parla di “gestione”, non ci si intende riferire solo alla parte cinetica, ma anche alla comunicazione. Al netto della retorica statunitense, ripresa dai media occidentali, risulta evidente a tutti coloro che sono dotati di buon senso come Teheran abbia cura di apparire sempre come la parte che rispetta gli accordi, che resta pronta al dialogo, che non è mai la prima ad innescare l’escalation – e ciò nonostante, è sempre in grado di rispondere ad ogni mossa statunitense con una contromossa che la disabilita.
Se guardiamo agli scontri di questi ultimi giorni, emergono alcuni elementi che difficilmente raggiungono i media mainstream, e soprattutto non se ne coglie il significato complessivo.
Un primo elemento, è che gli attacchi iraniani sono sempre più precisi ed efficaci, e non solo per le crescenti difficoltà delle difese antimissile. Tanto che un funzionario USA ha detto: “crediamo che l’Iran stia esaurendo i missili, motivo per cui ha aumentato il numero di missili balistici lanciati contro gli stati del Golfo negli ultimi giorni, per dare l’impressione di essere in una posizione di forza.” Un autentico volo pindarico, che ricorda tutte le volte che ci hanno raccontato come la Russia stesse per finire i suoi. Inoltre, osserviamo che l’Iran sta utilizzando solo missili balistici a corto e medio raggio, non avendo necessità di utilizzare sistemi più potenti, ed in particolare i missili ipersonici. Questo tipo d’arma è stato utilizzato nella prima fase cinetica, soprattutto contro Israele, ma allo stato attuale sarebbe ridondante, perché la maggior parte dei bersagli è molto vicina (a parte la Giordania), e perché le difese sono ormai inefficaci, e non serve utilizzare armi in grado di eluderle. Sono una riserva per un’ulteriore escalation, se necessaria.
Un altro elemento, sta nel mettere spalle al muro i paesi più attivi nel sostegno all’aggressione USA, cioè Kuwait e Bahrain. In Kuwait, sono stati attaccati impianti di desalinizzazione e centrali elettriche, che hanno già provocato una limitazione all’uso dell’energia in tutto il paese. Un avvertimento estremamente significativo.
Ma probabilmente il più importante riguarda il petrolio. Per aggirare il collo di bottiglia di Hormuz, le petromonarchie hanno cercato di spostare le linee di esportazione. L’Arabia Saudita ha riattivato l’oleodotto che arriva a Yanbu, sul mar Rosso, mentre gli Emirati Arabi Uniti hanno cominciato ad usare massicciamente il terminale di Fujairah, sul Golfo di Oman. Grazie a questi due sbocchi, un 7% circa di quel 20% di petrolio che transitava per Hormuz ha trovato altri canali, riducendo significativamente l’impatto della chiusura dello Stretto. E infatti gli iraniani hanno attaccato sia Yanbu che Fujairah; quest’ultimo è stato reso inoperante a seguito degli attacchi.
Anche la chiusura di Bab el Mandeb resta, sullo sfondo, come un ulteriore, possibile gradino di escalation, anche se non appare imminente – per quanto ventilata e temuta in occidente. A tal proposito, è significativa la mossa saudita, subito rintuzzata dagli yemeniti. Ryad ha infatti imposto un blocco all’aeroporto internazionale di Sana’a, e nei giorni scorsi – con evidente beneplacito statunitense, se non proprio su input di Washington – lo ha bombardato per impedire l’atterraggio di un aereo iraniano che riportava in patria la delegazione andata ai funerali di Khamenei, costringendolo ad atterrare ad Hodeidah. La risposta di Ansarullah è stata immediata, bombardando un paio di aeroporti sauditi; dopo di che, Ryad ha smesso di tentare mosse militari contro lo Yemen, ed ha autorizzato la Royal Jordanian Airways a riprendere i voli verso Sana’a…
