LA SPIRITUALITÀ DEL COMFORT

DiChiara Ciampi

23 Luglio 2026
Quando il sacro diventa benessere

L’Occidente non ha smesso di cercare il sacro. Ha smesso, come civiltà, di cercare una Verità capace di precederlo, contraddirlo e trasformarlo. È una differenza che traccia una delle rivoluzioni più profonde della modernità.

Per secoli la domanda religiosa non è stata: «Che cosa mi fa stare meglio?», ma: «Che cosa è vero?». Fra queste due domande si è consumato uno spostamento silenzioso che va ben oltre la religione, e riguarda il modo in cui l’uomo comprende se stesso: il significato che esso attribuisce alla propria libertà e ciò che considera degno di orientare un’intera esistenza.

Oggi continuiamo a parlare di spiritualità, forse persino più di quanto sia accaduto in altri momenti della storia recente. Libri, podcast, ritiri, meditazione, mindfulness, pratiche energetiche, respirazione consapevole, costellazioni familiari, percorsi di crescita interiore, coaching spirituale: l’offerta è praticamente infinita. La spiritualità continua ad attrarre. È il sacro, piuttosto, ad aver cambiato natura. Più precisamente, è cambiato il criterio con cui scegliamo ciò che siamo disposti a riconoscere come sacro.

Non ci domandiamo più, anzitutto, se una via spirituale sia vera. Ci domandiamo se funzioni, se ci piace, se aumenta la nostra comodità, se riduce l’ansia, se migliora le relazioni, se ci fa sentire più centrati o ci restituisce l’impressione di essere in cammino. La giudichiamo in base agli effetti che produce sul nostro stato interiore. Un cambiamento apparentemente innocuo, in realtà sostanziale: il benessere è diventato il criterio attraverso cui misuriamo perfino la verità.

Eppure, le due cose non coincidono. Ciò che consola non è necessariamente vero, così come ciò che è vero non consola sempre nell’immediato. Un anestetico allevia il dolore, ma nessuno lo scambierebbe per una cura. Può spegnere il sintomo senza toccarne la causa e restituire sollievo lasciando intatta la malattia. Allo stesso modo, una pratica spirituale può aiutare una persona a respirare meglio, a contenere l’ansia, a osservare con maggiore lucidità i propri pensieri. Può migliorare per un po’ la qualità della vita. 

Ma chiamarla salvezza significa confondere piani differenti.

Il benessere è un bene, non è il criterio del bene. E, soprattutto, non è il criterio della verità.

La trasformazione della spiritualità contemporanea non può essere compresa senza partire da un cambiamento ancora più profondo: il progressivo restringimento dell’orizzonte umano alla sola dimensione materiale e terrena dell’esistenza.

Per secoli la civiltà occidentale ha vissuto nella convinzione che la vita visibile non esaurisse il significato della realtà. L’uomo si percepiva inserito in un ordine più grande di lui, chiamato a confrontarsi con una verità che lo precedeva e con un destino che andava oltre il semplice benessere personale. Non era necessariamente il centro della storia: ne era parte, erede e responsabile.

In questa prospettiva, acquistavano senso categorie oggi sempre più estranee alla sensibilità comune: il sacrificio, la rinuncia, la fedeltà, il dovere, la testimonianza, perfino il martirio. Non perché la sofferenza fosse considerata un valore in sé, ma perché si riteneva che esistessero realtà più preziose della semplice conservazione individuale. Si poteva rinunciare a qualcosa per un figlio, per una comunità, per una fede, per un principio o per un’opera che sarebbe sopravvissuta a chi l’aveva iniziata.

Con la modernità questo orizzonte si restringe progressivamente. Pur nelle loro profonde differenze, le declinazioni storicamente dominanti del liberalismo e del socialismo hanno condiviso una concezione prevalentemente terrena e materialista dell’emancipazione umana, concentrata sul hic et nunc. Il metafisico è stato progressivamente escluso dal discorso pubblico o relegato nella sfera privata. Ciò che non è misurabile, verificabile o immediatamente sperimentabile ha perduto rilevanza culturale. L’esistenza dell’uomo ha finito così per coincidere sempre più con la sua esperienza biologica, psicologica, sociale ed economica.

Quando si interrompe il rapporto con la trascendenza, cambia inevitabilmente anche il modo di concepire la felicità. Se questa vita rappresenta l’unica realtà disponibile, diventa naturale concentrare ogni energia sul miglioramento dell’esperienza presente. Il problema fondamentale non è più orientare l’esistenza verso un bene che supera l’individuo, ma rendere l’individuo più sereno, più efficiente, più appagato e meno esposto al dolore. Insomma quel che conta è qui e ora, del dopo non c’è certezza.

È su questo terreno che cresce la spiritualità del benessere. Non nasce soltanto dal successo commerciale del wellness o della crescita personale. È il prodotto coerente di una civiltà che, avendo smarrito il senso dell’oltre, trasforma l’interiorità nell’ultimo spazio disponibile per la propria autorealizzazione. Quando il cielo scompare, tutto il peso della ricerca ricade sul presente. Il benessere cessa di essere uno dei beni della vita e tende a diventarne il fine ultimo.

Questo mutamento antropologico si consolidò nel secondo dopoguerra, mentre il mondo veniva diviso dalla Guerra Fredda e un’altra trasformazione attraversava il sottosuolo della cultura occidentale. Non riguardava soltanto i confini degli Stati, riguardava quelli dell’anima.

Da una parte il comunismo prometteva la liberazione attraverso la trasformazione dei rapporti economici e sociali; dall’altra il capitalismo prometteva il progresso attraverso la crescita, il consumo e il benessere materiale. Erano sistemi contrapposti, ma entrambi tendevano a interpretare l’uomo come una realtà ricostruibile modificando le condizioni nelle quali viveva.

Un po’ alla volta, la rivoluzione smise di appartenere soltanto alle fabbriche, alle istituzioni e alle piazze. Entrò nella coscienza, nel linguaggio, nella famiglia, nel corpo, nel desiderio e nell’identità. Una parte della nuova sinistra comprese che il potere non abitava soltanto nelle strutture politiche ed economiche, ma anche nei codici morali, nelle forme educative, nelle tradizioni religiose e nella percezione che l’uomo aveva di se stesso.

Il conflitto cambiò così direzione: dalla società alla psiche, dalla trasformazione del mondo alla trasformazione dell’individuo. La liberazione non riguardava più soltanto le condizioni esteriori dell’esistenza, ma anche l’interiorità, le relazioni, i ruoli, i limiti e le identità ricevute. Molte di queste istanze produssero conquiste reali e necessarie. Ma contribuirono anche a spostare progressivamente il centro della vita collettiva verso l’esperienza soggettiva.

L’uomo occidentale divenne sempre più occupato nella costruzione di se stesso. Doveva conoscersi, liberarsi, esprimersi, realizzarsi, guarire le proprie ferite, decostruire i condizionamenti e raggiungere una forma sempre più elevata di autenticità. Il mondo non veniva più soltanto trasformato attraverso l’azione politica: veniva interiorizzato come un lavoro permanente sull’io.

Fu in questo clima che religioni e filosofie orientali conobbero una diffusione senza precedenti in Occidente. Arrivarono in una civiltà stanca delle proprie istituzioni, profondamente segnata dalle guerre mondiali, diffidente verso l’autorità religiosa e sempre più convinta che il Cristianesimo appartenesse ormai al passato.

L’Oriente appariva come un altrove: una sorgente ancora incontaminata, un patrimonio di sapienze antiche apparentemente libero dai conflitti, dai fallimenti e dalle colpe che avevano attraversato l’Europa. Meditazione, silenzio, energia, consapevolezza, dissoluzione dell’ego, ritorno al sé profondo: parole nuove per una civiltà che aveva smesso di fidarsi delle proprie tradizioni.

Alcuni studiosi interpretano questo fenomeno come un processo spontaneo, favorito dalla globalizzazione culturale, dall’aumento dei contatti fra popoli e dall’apertura dell’Occidente verso altre forme di pensiero. Altri hanno avanzato una lettura più controversa, secondo cui la diffusione di determinate correnti spirituali sarebbe stata anche selezionata e sostenuta perché funzionale a uno spostamento del conflitto dal piano sociale a quello interiore: un uomo occupato indefinitamente a lavorare su se stesso sarebbe diventato meno incline a interrogarsi sulle strutture del mondo.

Sarebbe ingenuo trasformare questa ipotesi in una certezza storica, ma altrettanto ingenuo sarebbe respingerla solo perché mette in discussione una narrazione rassicurante. I sistemi complessi non hanno sempre bisogno di inventare ciò che li favorisce: spesso è sufficiente selezionarlo, renderlo visibile, premiarne le forme più compatibili con il proprio equilibrio e marginalizzare quelle più difficili da assorbire.

Il potere raramente distrugge ciò che può riconfigurare. Più spesso lo alleggerisce, lo trasforma in linguaggio, in stile, in identità e, infine, in consumo. È accaduto alla ribellione e all’anticonformismo. Il capitalismo ha dimostrato di saper vendere persino la critica al capitalismo. Non vi è ragione di pensare che la spiritualità potesse sottrarsi a questo processo.

Al di là di qualsiasi ipotesi sulle origini del fenomeno, tuttavia, il dato più interessante è un altro: l’Occidente non ha semplicemente accolto quelle tradizioni, le ha trasformate. Nessuna civiltà importa una visione del mondo senza reinterpretarla. Le idee attraversano la sensibilità di chi le riceve, i bisogni di un’epoca e le logiche economiche e culturali che le rendono comprensibili. Anche il sacro, entrando in una nuova civiltà, cambia linguaggio.

Molte pratiche provenienti dall’Oriente furono progressivamente separate dal proprio orizzonte originario. Questa sorte non risparmiò neppure le grandi scuole spirituali orientali, tradizionalmente caratterizzate da rigore, disciplina, silenzio, ascesi, lungo esercizio, distacco e dalla fatica di una trasformazione che investe l’intera esistenza.

Il problema non è l’Oriente: il problema è ciò che l’Occidente tende a fare di ciò che incontra: lo seleziona, lo alleggerisce, lo rende immediatamente accessibile, lo adatta ai propri bisogni e infine lo vende.

Così l’ascesi diventa tecnica di rilassamento, il distacco dal desiderio si trasforma in gestione delle emozioni, la meditazione diventa uno strumento contro lo stress e la trascendenza viene tradotta nel linguaggio dello sviluppo personale. La liberazione dall’ego si converte, paradossalmente, in una forma più sofisticata di cura dell’ego.

Non è più necessario diventare discepoli: basta diventare utenti. Non occorre condividere una visione dell’uomo, della sofferenza, della morte o del destino ultimo dell’esistenza. È possibile estrarre una pratica dal proprio contesto, combinarla con altre esperienze, utilizzarla finché produce beneficio e sostituirla quando smette di funzionare.

Nasce così una sorta di consumatore spirituale che non cerca necessariamente una verità e tanto meno accetta che una verità possa imporsi su di lui. 

Preferisce effettuare un percorso, collezionare esperienze: un po’ di buddhismo, una pratica respiratoria, qualche simbolo induista, una citazione di Jung, un ritiro, una costellazione familiare, un mantra, un cristallo, un corso sul bambino interiore. Ogni elemento può convivere con qualsiasi altro, purché produca una sensazione di significato o di benessere.

È una spiritualità costruita come un abito su misura, ma un abito cucito sui nostri desideri difficilmente conterrà qualcosa capace di contraddirli.

È qui che la domanda religiosa cambia definitivamente natura. Non è più: «Che cosa è vero?», ma: «Che cosa mi fa stare meglio?». Il sacro non è più qualcosa che precede l’uomo, ma qualcosa che l’uomo sceglie. Non introduce necessariamente una cesura tra il prima e il dopo dell’esistenza: cerca di inserirsi armoniosamente nella vita che già conduciamo.

Non richiede obbedienza, dice di offrire strumenti. Non chiama alla conversione, promette equilibrio, non mette in discussione l’Io, lo accompagna, lo rassicura e lo aiuta a funzionare meglio.

La spiritualità del comfort non domanda più all’uomo chi sia o chi stia diventando, gli domanda solo come si sente. È una differenza enorme, perché il centro della ricerca non è più la verità, ma l’esperienza soggettiva. Ciò che conta non è se una pratica corrisponde alla realtà, ma se produce effetti percepibili.

Una pratica può realmente funzionare, può aiutare una persona ansiosa, insegnare il silenzio, educare l’attenzione e restituire un certo ordine interiore. Negarlo sarebbe ideologico. La vera domanda, però, è: funzionare per quale scopo?

Una tecnica può aiutarmi a convivere con un disagio senza rendermi più libero, può impedirmi di sapere perché quel disagio esista. Può calmare una ferita senza comprenderne il significato e rendermi più efficiente senza chiedersi se ciò a cui mi sto adattando sia veramente umano.

È possibile stare meglio senza stare bene nel senso più profondo, è possibile raggiungere un equilibrio dentro una situazione falsa, una relazione distruttiva o una vita costruita sulla paura. Non ogni adattamento è una guarigione, non ogni serenità è libertà.

Esiste una serenità che nasce dalla verità ed esiste una serenità che nasce dall’anestesia. Esiste la pace di chi ha attraversato il conflitto ed esiste la pace di chi ha semplicemente smesso di combattere. Esiste un’accettazione che riconosce la realtà ed esiste un’accettazione che si rassegna a essa.

La differenza non è sempre immediatamente visibile. È possibile sentirsi meglio senza essere diventati più liberi ed è possibile attraversare un tempo di profonda inquietudine proprio perché c’è una tensione verso la verità.

La cultura contemporanea fatica ad accettare questa possibilità perché ha progressivamente identificato il bene con il benessere. Ciò che ci fa stare bene viene percepito spontaneamente come giusto; ciò che ci mette in crisi appare quasi automaticamente sospetto. Il disagio viene trattato come un’interferenza da eliminare, non come un linguaggio da comprendere.

Eppure, non ogni inquietudine è una malattia: a volte è una bussola. Può essere la parte ancora viva di noi: quella che distingue, protesta e riconosce la distanza fra ciò che siamo e ciò che potremmo diventare. “Sedarla” superficialmente e con strumenti seduttivi, come quelli new age, può significare mettere a tacere proprio ciò che avrebbe potuto condurci fuori dalla nostra prigione.

Il problema della spiritualità del comfort, quindi, non è che prometta troppo. Al contrario, si fa bastare troppo poco. Promette serenità, equilibrio, consapevolezza, relazioni migliori e una maggiore qualità della vita. Tutti beni auspicabili, ma insufficienti a rispondere alla domanda ultima dell’uomo.

Una spiritualità che rassicura si limita a domandare come ci sentiamo. Una religione che trasforma chiede chi stiamo diventando. Non si accontenta che abbiamo raggiunto un equilibrio, ci domanda con che cosa ci siamo equilibrati, perché esiste anche un equilibrio nella menzogna. Esiste la serenità di chi è guarito e quella di chi ha imparato a convivere con la propria prigione.

Il sistema non teme necessariamente la ricerca spirituale: può accoglierla, commercializzarla e perfino incoraggiarla, finché essa rende l’individuo più adattabile, produttivo e capace di tollerare le contraddizioni senza metterle in discussione.

Ciò che teme veramente è il limite ed il sacro mette limiti.

Il limite ci ricorda che non tutto ciò che desideriamo ci fa bene, non tutto ciò che possiamo fare ci rende più liberi e non tutto ciò che consola ci salva. Introduce una misura che non dipende interamente dalla nostra volontà. Contraddice l’idea che ogni desiderio debba essere soddisfatto per essere autentici e che ogni ostacolo alla soddisfazione rappresenti necessariamente una forma di repressione.

Un fiume senza argini non è più libero: smette di essere un fiume. Allo stesso modo, un uomo liberato da ogni misura non diventa necessariamente più autentico: può diventare soltanto più disperso, più fragile e più facilmente governabile attraverso i suoi desideri.

Il limite non è sempre negazione della libertà. Talvolta, ne è la forma, è ciò che permette a una forza di assumere una direzione, a un amore di diventare fedele, a una promessa di sopravvivere al mutare delle emozioni. Senza limite, anche l’identità rischia di dissolversi in una successione infinita di esperienze dalle quali l’uomo riceve soltanto sensazioni.

Il venir meno della trascendenza non modifica soltanto il modo di vivere la spiritualità,: cambia il modo stesso di abitare la storia. Le grandi narrazioni cedono il posto alle esperienze, la testimonianza all’autorealizzazione, gli eroi agli influencer. Una civiltà che non riconosce più nulla al di sopra dell’individuo tende inevitabilmente a misurare ogni scelta in base al beneficio che essa produce nel presente.

Per secoli gli uomini hanno costruito cattedrali che non avrebbero mai visto completate, hanno piantato alberi alla cui ombra non si sarebbero mai seduti, hanno fondato istituzioni, trasmesso saperi e affrontato persecuzioni perché ritenevano che la verità valesse più della propria sicurezza. Vivevano dentro un tempo più grande della durata della loro vita.

Oggi diventa sempre più difficile perfino immaginare un simile orizzonte. Una cultura interamente concentrata sul presente fatica a riconoscere il valore di ciò che non produce un beneficio immediato. Il sacrificio appare irrazionale, la fedeltà una limitazione e l’attesa una perdita di tempo. La rinuncia viene interpretata come diminuzione di sé, raramente come condizione necessaria per scegliere davvero qualcosa.

Quando non esiste più un bene capace di trascendere l’individuo, anche il futuro perde profondità. Non è più il tempo di ciò che stiamo preparando per altri, ma l’estensione indefinita del nostro diritto a stare bene. Il valore di un’esistenza viene misurato attraverso la quantità e l’intensità delle esperienze accumulate, non attraverso ciò che essa ha custodito, generato o consegnato.

È dentro questo vuoto che il benessere può trasformarsi in una nuova religione. Non perché la salute, la serenità o l’equilibrio siano beni da disprezzare, ma perché vengono elevati a criterio ultimo dell’esistenza.

Una religione del benessere promette pace senza verità, consolazione senza conversione, armonia senza sacrificio. Ma una felicità che non sia orientata verso qualcosa che la trascende rimane inevitabilmente prigioniera del tempo, delle circostanze e delle emozioni del momento.

È precisamente qui che il Cristianesimo ricomincia a parlare con una voce completamente diversa.

Il confronto non riguarda il Cristianesimo ridotto a tradizione sociale, appartenenza culturale o strumento identitario. Né riguarda il moralismo che, nel corso della storia, ha talvolta deformato il volto del Vangelo. Riguarda il suo nucleo più scandaloso.

La differenza decisiva non è tra una religione severa e una spiritualità indulgente, è tra un Amore che trasforma e una spiritualità che conferma.

La spiritualità del comfort tende ad accarezzare l’io, a ridurre il conflitto, ad alleviare il disagio e a ricondurre ogni ferita a un nuovo equilibrio, il suo orizzonte ultimo è il benessere. Il Cristianesimo parte invece da un presupposto radicalmente diverso. Non dice all’uomo: «Cambia e sarai amato». Dice: «Sei amato. Proprio per questo non sei chiamato a rimanere ciò che sei».

È un movimento opposto. La conversione non è il prezzo dell’amore, ma la sua conseguenza. Non nasce dal tentativo di meritare Dio, bensì dalla scoperta di essere stati raggiunti da un Amore che ci conosce più profondamente di quanto noi conosciamo noi stessi.

Il Cristianesimo non disprezza il mondo e non nega il valore della salute, della serenità o del benessere. Rifiuta però di ridurre il mondo all’unica realtà possibile e di trasformare quei beni nel fine ultimo dell’esistenza ma li rimette semplicemente al loro posto.

Il Vangelo non propone una tecnica per stare meglio: annuncia la possibilità di una persona nuova. Non offre soltanto un metodo da aggiungere agli altri strumenti con cui cerchiamo di perfezionarci. Tutto ciò che ci circonda ci educa già ad accumulare esperienze, competenze, successi, relazioni, consenso e persino percorsi spirituali. Il Vangelo compie il movimento opposto: non aggiunge subito, prima sottrae ed una volta afferrato il centro, ricostruisce .

Non perché Dio ami privare l’uomo, ma perché l’uomo trascorre gran parte della propria vita identificandosi con ciò che non è: con le sue paure, con le ferite, con i giudizi ricevuti, con le maschere costruite per sopravvivere, con le immagini che gli altri hanno proiettato su di lui e persino con l’idea che egli stesso si è costruito di Dio.

La conversione cristiana è prima di tutto una liberazione da ciò che abbiamo scambiato per noi stessi. La fede non cancella l’identità: la restituisce. Per questo il Cristianesimo non parla semplicemente di cambiare comportamento, ma di rinascita; non di miglioramento, ma di creazione nuova.

Questa trasformazione può essere dolorosa, perché ogni verità sottrae qualcosa all’illusione e ogni rinascita comporta una perdita. La perdita dell’ego che pretende di bastare a se stesso, delle abitudini che chiamiamo libertà, delle relazioni che chiamiamo amore soltanto perché abbiamo paura della solitudine, delle immagini nelle quali ci siamo rifugiati.

Il dolore non è il fine, è il rumore che produce una catena quando si spezza.

La spiritualità del comfort vorrebbe guarire senza ferire, liberare senza separare, trasformare senza perdere nulla, rinascere senza morire. Il Cristianesimo sa invece che ogni nascita comporta un parto, ogni libertà implica una rinuncia, ogni resurrezione una morte e ogni amore autentico deve talvolta saper dire di no in nome di un sì infinitamente più grande.

Un amore che non distingue più ciò che salva da ciò che distrugge non è misericordia. Amare qualcuno non significa confermarlo in qualsiasi immagine abbia costruito di sé, ma desiderare che diventi libero anche da ciò che egli non riesce ancora a riconoscere come una prigione.

Il Cristianesimo non promette una pace che impedisca ogni conflitto. Promette una pace che nasce dall’aver attraversato la verità. Non annuncia un Dio che condanna l’uomo perché non è ancora cambiato, ma un Dio che gli dice: «Ti amo troppo per lasciarti prigioniero di ciò che ti ferisce».

La differenza tra conforto e salvezza è forse tutta qui. Il conforto rende più sopportabile la condizione nella quale ci troviamo. La salvezza ci chiama a uscirne.

La domanda decisiva, allora, non è quale spiritualità riesca a farci stare meglio. È quale sia ancora capace di condurre l’uomo fuori dal cerchio del proprio io. Quale sappia amarlo senza adularlo, perdonarlo senza mentirgli, accoglierlo senza lasciarlo prigioniero. Quale non si limiti a rassicurarlo, ma sia ancora capace di salvarlo.

Perché non c’è nulla di più scomodo, in un mondo che misura tutto con il metro del benessere, di un uomo che abbia smesso di cercare soltanto il proprio equilibrio e abbia ricominciato a cercare la Verità.

3 pensiero su “LA SPIRITUALITÀ DEL COMFORT”
  1. la possibilità di una crescita spirituale senza passarr necessariamente dalla sofferenza è la promessa su cui si fondano le innumerevoli tecniche dievoluzione personale, contraddicendo la visione tradizionale legata ai concetti teologici del cattolicesimo e del cristanesimo in generale. La commercializzazione di tutto questo movimento è insita nella nostra realtà occidentale dove tutto deve fare i conti e tornare nei numeri, tutto è quantificato e quantificabile e nessun valote è mai superiore a quello economico.

  2. Tratto dal ” Contemplare il Ritorno” : L’equilibrio interiore, il saper stare nel mondo fenomenico senza esserne sopraffatto è un archetipo universale, un bisogno dell’anima umana che non conosce confini geografici o temporali.
    La mente ordinaria cerca di afferrare la Realtà con i suoi concetti, le sue azioni volontaristiche, le sue virtù imposte. Ma più cerca, più si allontana. Perché ciò che cerca è già ciò che è.
    Il Saggio non cerca. Ha smesso. La sua mente è diventata come uno specchio: riflette tutto, trattiene nulla. Le sue azioni sono come un’eco: risponde solo quando chiamato, nella misura giusta, e poi tace. Le sue energie interiori non sono più disperse, ma unite in una sola Essenza.
    Il mondo fenomenico è proprio il luogo in cui si manifesta o si offusca la Via. Non altrove. Non in una fuga, non in un’illuminazione astratta. È proprio qui, nel mezzo del traffico, delle gioie e delle delusioni, del lavoro e delle relazioni, che il Tao o si incarna o rimane un’idea.
    Il mondo fenomenico non è malvagio. È semplicemente affascinante. La sua natura è di apparire, di mostrarsi in mille forme, colori, suoni e promesse. Il problema non è il mondo, ma la nostra sete di afferrare. L’inganno non sta nel fatto che il mondo esista, ma nel fatto che noi crediamo che la felicità, la completezza, o la Via si trovino in uno di questi sentieri.
    L’Occidente ha il suo taoismo interiore. Solo che lo ha chiamato con altri nomi: umiltà, fede, grazia, abbandono fiduciale, contemplazione. E spesso lo ha messo in secondo piano rispetto all’azione eroica. Ma la tensione tra azione e non-azione è dentro ogni cultura, dentro ogni cuore umano. link https://www.amazon.it/dp/B0H8FNZKBH

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