TURNING POINT

DiEnrico Tomaselli

13 Agosto 2026

Ce l’avevamo sotto gli occhi, eppure non ce ne siamo accorti. O quanto meno, non lo abbiamo posto in  luce come meritava. Ci siamo fatti distrarre dall’epifenomeno, ed abbiamo perso di vista il punto essenziale.

La questione della crisi del munizionamento statunitense – Tomahawk, ATACMS, GBU-57, Patriot Pac-3, THAAD… – peraltro assolutamente significativa, ha messo in ombra un dato strategicamente ben più rilevante, e che rappresenta un vero e proprio punto di svolta epocale, per quanto riguarda la capacità militare degli Stati Uniti.

Se guardiamo a quelle che possiamo considerare le peggiori sconfitte USA, cioè Vietnam e Afghanistan, possiamo facilmente constatare come queste si siano prodotte per consunzione. Otto anni di guerra in Indocina, vent’anni in Asia Centro-Meridionale, hanno portato gli Stati Uniti a ritirarsi, perché semplicemente il costo – economico, militare e soprattutto politico – era diventato sconveniente, e comunque gli obiettivi iniziali avevano progressivamente perso ogni rilevanza. Dal punto di vista clausewitziano della guerra come proseguimento della politica con altri mezzi, quindi, sono state indubbiamente delle sconfitte, che hanno pesato non poco sulla reputazione imperiale statunitense. Ciò nonostante, è indubbio che – sotto il profilo strettamente militare – questi conflitti abbiano visto le forze armate statunitensi incapaci di piegare il nemico, ma anche sostanzialmente imbattute, se non in alcune occasioni tattiche.

La battaglia di Kham Duc, durante l’offensiva del Têt, o quella di Ripcord, in Vietnam, così come quelle di Wanat o di Kamdesh, in Afghanistan, rappresentano appunto degli episodi tutto sommato minori. E in entrambi i conflitti gli USA stavano combattendo contro formazioni di guerriglieri (anche se in Vietnam, oltre il Vietcong, operava anche l’Esercito Popolare del Vietnam).
La guerra dei 40 giorni, o del ramadan, come viene sinora definita la fase cinetica iniziale del conflitto USA-Iran, da questo punto di vista rappresenta una novità assoluta, sotto vari aspetti.

Innanzitutto, le forze armate americane combattono contro le forze armate di un altro stato, in una condizione – quantomeno teorica – di asimmetria dal punto di vista della capacità di potenza, ma nell’ambito di una guerra in cui entrambe le parti adottano un modello classico.

Nell’ambito di questo conflitto interstatale, gli Stati Uniti non solo stanno registrando una sconfitta strategica – legata principalmente alla gestione iraniana della leva di Hormuz – ma subiscono una non meno significativa sconfitta operativa: almeno 20 basi utilizzate dalle forze USA in otto paesi sono state gravemente danneggiate. Le perdite di equipaggiamento e di infrastrutture potrebbero aver raggiunto i 13 miliardi di dollari, con più di 42 aerei danneggiati o distrutti. Funzionari statunitensi hanno ammesso che alcuni aerei cisterna KC-135 sono stati danneggiati a terra, un aereo di comando aereo E-3 è stato distrutto, diversi aerei da combattimento sono andati persi e circa 30 droni MQ-9 Reaper. 1 F-15E Strike Eagle ed un 1 A-10 Thunderbolt II sono stati abbattuti. Al di là dell’entità dei mezzi distrutti, il dato più significativo resta la messa fuori uso dell’intera rete di basi militari nella regione del Golfo Persico.

Infine, ed è questo a mio avviso il dato più rilevante, non solo Washington ha rapidamente perduto l’iniziativa strategica nel conflitto, ma la sua intera condotta militare è caratterizzata da una postura difensiva. La chiave della crisi nel munizionamento anti-missile è esattamente qui: questa limitazione espone la vulnerabilità statunitense. Gli Stati Uniti mantengono ovviamente una capacità offensiva non indifferente, ma comunque non sufficiente a debellare la capacità di reazione iraniana; in pratica, gli USA sono costretti a difendersi ed a limitare gli attacchi per timore della risposta, poiché non sono in grado di fronteggiarla. Due squadre navali bloccate a mille miglia dall’Iran ne sono la controprova.

➡️ 𝐬𝐞𝐠𝐮𝐢𝐦𝐢 𝐬𝐮 𝐓𝐞𝐥𝐞𝐠𝐫𝐚𝐦!

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