TRUMP RACCOGLIE CIÒ CHE HA SEMINATO

DiRedazione

4 Novembre 2026
La guerra contro l’Iran ha smentito la promessa di porre fine alle “infinite guerre americane nel mondo”, alimentando una crisi energetica che ha finito per colpire duramente lo stesso elettorato che aveva premiato Trump nel 2024. Una parte dello stesso movimento MAGA oggi gli contesta di aver anteposto gli interessi di Israele a quelli degli Stati Uniti.

di Redazione


Donald Trump paga il prezzo delle proprie contraddizioni. Le elezioni di midterm del 3 novembre segnano una pesantissima battuta d’arresto per il presidente americano e per il Partito repubblicano. Tra le cause del risultato, c’è in primo luogo una guerra che Trump non avrebbe mai dovuto iniziare, almeno se avesse voluto mantenere fede alle promesse con cui aveva conquistato la Casa Bianca.

La sua vittoria nel 2024 era stata costruita anche sulla promessa di chiudere la stagione delle interminabili guerre americane, evitare nuove avventure militari e riportare la politica estera al servizio degli interessi nazionali. Un messaggio che aveva intercettato non soltanto il malcontento della base MAGA, ma anche le aspettative di una parte dell’elettorato democratico e indipendente, contraria all’ennesimo coinvolgimento degli Stati Uniti in un conflitto mediorientale. Non pochi giovani della coorte 18-24 anni, neri, ispanici e altri settori tradizionalmente vicini al partito democratico si erano fidati delle sue promesse.

Trump aveva saputo presentarsi come l’uomo della pace, il presidente che avrebbe posto fine alle guerre anziché inaugurarne di nuove. Ma l’attacco all’Iran ha rovesciato questa narrazione. Gli Stati Uniti si sono ritrovati coinvolti in un conflitto dagli obiettivi e dagli esiti incerti, senza una chiara strategia d’uscita e con il rischio di un’escalation regionale dalle conseguenze difficilmente prevedibili.

Il problema, per Trump, non è soltanto militare o diplomatico. È soprattutto politico ed economico. La guerra ha destabilizzato i mercati energetici, provocato un’impennata dei prezzi dei carburanti e alimentato le pressioni inflazionistiche. Il conflitto è arrivato così direttamente nelle case degli americani: alla pompa di benzina, dove fare il pieno costa oggi il 37% in più di quando Trump è stato eletto due anni fa; al supermercato, dove il rincaro dell’energia si trasmette lungo le filiere produttive e distributive.

È difficile chiedere agli elettori di sostenere una guerra quando sono loro stessi a pagarne il conto, senza peraltro vedere risultati decisivi né intravedere una conclusione. Secondo un sondaggio dell’Associated Press diffuso in occasione del voto, circa sei elettori su dieci ritengono che l’intervento militare contro l’Iran sia stata una decisione sbagliata. Peggio ancora succede quando la contrarietà al conflitto viene sentita direttamente nel portafoglio.

Ma c’è un altro aspetto, forse ancora più insidioso per il presidente: la frattura all’interno del suo stesso movimento. Una parte del mondo MAGA, soprattutto nella sua componente più isolazionista, gli contesta di aver tradito il principio dell’America First. L’accusa è pesante: Trump avrebbe finito per difendere gli interessi strategici di Israele più di quelli degli Stati Uniti, trascinando il Paese in una guerra che non risponde alle priorità dei cittadini americani. È proprio su questo terreno che il presidente ha perso una parte del consenso che lo aveva portato al potere: non soltanto tra gli avversari democratici, ma anche tra gli elettori che avevano creduto alla sua promessa di sottrarre l’America alle guerre senza fine.

Gli ultimi due anni di mandato si preannunciano come una lunga battaglia di resistenza. Privato del controllo di Camera e Senato, Trump rischia di trasformarsi in una proverbiale anatra zoppa: potrà continuare a esercitare i poteri presidenziali, soprattutto in politica estera e attraverso ordini esecutivi, ma incontrerà ostacoli nel tradurre la propria agenda in legge. I democratici potranno aprire inchieste sull’amministrazione, bloccare o rallentare le nomine e usare il controllo del Congresso per mettere sotto pressione la Casa Bianca. Si profilano inoltre scontri sul bilancio federale e sul tetto del debito, con il rischio di nuove paralisi istituzionali. Trump potrà ancora forzare la mano e cercare accordi caso per caso, ma ogni compromesso rischierà di scontentare una parte della sua base. Il vero rischio, e lo diciamo sottovoce, è che un uomo disperato faccia cose disperate. Impossibilitato a candidarsi di nuovo e non avendo ormai più nulla da perdere nel suo ultimo mandato, Trump potrebbe essere tentato di varcare l’ennesima linea rossa, ad esempio usando una nucleare tattica in Iran. Uno scenario che causerebbe una reazione a catena dagli esiti imprevedibili.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *