Un tempo, il progresso voleva dire una conquista tangibile di ciò che è necessario, qualcosa che si poteva vedere, toccare e riparare. Ma le cose sono cambiate.
di Anthony Deden, forumgeopolitica.com, 13 novembre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter
Questo saggio è nato dalla repulsione per una lettura estiva casuale che ostentava il progresso come virtù e il private equity come suo sommo sacerdote. Ogni paragrafo parlava lo stesso pio linguaggio di “miglioramento sostenibile”, “beneficio sociale” e “creazione di valore a lungo termine”, come se leva finanziaria, spoliazione patrimoniale e cosmetica di bilancio fossero diventati atti morali. Mi sono ritrovato disgustato non solo dall’ipocrisia, ma dalla sua vacuità. Nella nostra società iperfinanziarizzata, siamo arrivati a confondere la valutazione con il valore e l’attività con il conseguimento di un obiettivo. La parola “progresso” è stata sfruttata per giustificare qualsiasi cosa si muova, indipendentemente da ciò che distrugga. Ciò che segue è un atto di rifiuto di sottomettersi all’idea che più denaro significhi progresso. Se questo saggio ha un movente, è il disprezzo per gli slogan banali che passano per pensiero e per la vuota teoria che confonde l’ingegneria finanziaria con il miglioramento umano.
“L’illusione è il primo di tutti i piaceri”.
Voltaire, La Pucelle d’Orléans . Edizione londinese, 1756. Epilogo.
Un tempo, il progresso significava una tangibile conquista della necessità: qualcosa che poteva essere visto, afferrato e riparato. Il progresso era la storia di uomini e donne che dominavano la natura per mezzo dell’invenzione: l’aratro che trasformava la sopravvivenza in surplus, la bussola che apriva i mari, la stampa che diffondeva la conoscenza oltre i confini del chiostro. Ogni progresso ampliava il cerchio della libertà e dava forma all’ascesa della civiltà.
Il XVIII e il XIX secolo accelerarono questa ascesa. Il vapore comprimeva le distanze, il ferro attraversava fiumi e continenti, e il telegrafo trasportava il pensiero alla velocità della luce. La luce a gas e l’elettricità allungavano le giornate, e l’acqua pulita, i servizi igienici e la medicina relegavano la morte ai margini della vita quotidiana. Il progresso si poteva contare in termini di motori costruiti, mattoni posati e malattie debellate. Era visibile, misurabile e radicato nell’uso.
Inoltre, i risultati erano tangibili. Tra il 1800 e il 1900, l’aspettativa di vita media nell’Europa occidentale aumentò da circa 35 a 55 anni. I salari reali all’incirca triplicarono. L’alfabetizzazione si diffuse da una minoranza alla grande maggioranza della popolazione. Il salario di un operaio in fabbrica poteva permettersi di acquistare più cibo, vestiti e comfort di quanto potesse permettersi un artigiano un secolo prima. Una casa poteva disporre di acqua corrente, riscaldamento, luce e, all’inizio del XX secolo, di trasporti e comunicazioni accessibili. Il progresso non era un’astrazione: poteva essere contato e misurato.
Dietro queste conquiste visibili si celava un ordine invisibile. L’iniziativa si basava sul risparmio; il risparmio dipendeva dalla moderazione. Il denaro onesto era scarso, riscattabile e reale. Collegava lo sforzo alla ricompensa e la produzione al valore. Il mondo era costruito da coloro che producevano prima di consumare. Anche il credito era un ponte tra il lavoro passato e la creazione futura, non una fonte di moto perpetuo. Denaro e beni si muovevano in armonia: ogni banconota rappresentava qualcosa di guadagnato, qualcosa di costruito.
Quando le nazioni costruirono ferrovie o attraversarono gli oceani, lo fecero con i capitali risparmiati dai cittadini. In altre parole, i piaceri differiti furono convertiti in acciaio e pietra. Inventori come Watt ed Edison non promossero la speculazione, ma il servizio. Il loro genio arricchì la vita comune. Il libero mercato non era ancora un casinò, ma un’arena di utilità, dove la prosperità seguiva il contributo. E sì, il profitto era la prova di aver soddisfatto un bisogno reale.
All’alba del XX secolo, il progresso era diventato un paesaggio visibile nei pali del telegrafo, nei tram e nella luce elettrica. Portava con sé una fiducia quasi morale: che l’uomo, guidato dalla ragione e dall’impegno, potesse migliorare il mondo nella sostanza, non solo nei simboli. Henry Grady Weaver ci dice che la molla principale del progresso non era l’energia del carbone o del petrolio, ma l’uomo stesso – la sua immaginazione disciplinata dalla libertà. Quando perse la fede in quella libertà, le sue macchine sopravvissero al suo spirito [i].
Hans-Hermann Hoppe ci ricorda in Breve storia dell’uomo che per gran parte della storia umana, il progresso ha significato imparare ad agire razionalmente entro i limiti – a usare intelligenza, parsimonia e cooperazione per trasformare la scarsità in sufficienza. Richiedeva disciplina, prudenza e la volontà di vivere entro i limiti [ii].
I veri progressi dell’umanità – dall’agricoltura all’industria – non furono solo i doni dell’invenzione, ma anche quelli dell’ordine morale: la scoperta che proprietà, famiglia e risparmio potevano legare l’impegno alle conseguenze e trasformare la scarsità in sufficienza. Il progresso fu una conquista del carattere prima di essere una misura della produttività. Fu il costante miglioramento della vita attraverso virtù che legavano l’azione alle conseguenze: parsimonia, proprietà, responsabilità e protezione di ciò che si costruiva.
Eppure, all’inizio del XX secolo, questo antico significato di progresso – radicato nel lavoro, nella disciplina e nel miglioramento tangibile della vita – stava già iniziando a svanire. I fondamenti morali che un tempo univano la virtù alla crescita iniziarono a erodersi. La parola stessa fu assorbita da un nuovo credo, che scambiava l’astrazione per risultato e il movimento per miglioramento. Lentamente, i mezzi della creazione si trasformarono in mezzi della speculazione.
Quando la finanza ha sostituito la produzione
L’era materiale che aveva costruito ponti, navi e centrali elettriche entrò nel XX secolo con una incrollabile fede nel proprio slancio. Eppure, sotto la superficie, la struttura dell’impresa stava già cambiando. Gli strumenti della finanza – credito, mercati dei capitali e contabilità – furono inventati per finanziare la produzione, ma iniziarono a evolversi più rapidamente della produzione a cui erano destinati.
Agli albori dell’ordine industriale, denaro e merci si muovevano insieme. Il banchiere era l’amministratore dei risparmi accumulati e la borsa era un luogo d’incontro tra parsimoniosi e intraprendenti. L’investimento era una forma di partenariato tra lavoro, invenzione e capitale. Ma con l’avanzare del secolo, la finanza si staccò dai suoi fondamenti materiali. I titoli di credito si moltiplicarono ben oltre la quantità di beni tangibili. L’astrazione che un tempo aveva facilitato il commercio iniziò a definirlo.
Due rivoluzioni accelerarono questa separazione. La prima fu monetaria: il graduale abbandono dell’ancoraggio del denaro al valore reale. La convertibilità cedette il passo alla fiducia; la creazione di credito sostituì il risparmio. Come osservò Hans-Hermann Hoppe, quando il denaro cessa di essere ancorato al valore
reale, la preferenza temporale della società aumenta inevitabilmente: il futuro viene scontato, la pazienza cede il passo all’immediatezza e la visione a lungo termine del costruttore cede il passo alla visione a breve termine del commerciante [iii].
La seconda rivoluzione fu istituzionale: l’ascesa di aziende il cui valore si basava meno su ciò che producevano e più su ciò che gli altri credevano valessero. La contabilità, un tempo registrazione dei fatti, divenne il mezzo delle aspettative.
A metà del XX secolo, i profitti non richiedevano più una produzione in senso tradizionale. I bilanci potevano espandersi attraverso il debito; i prezzi delle azioni potevano salire per mezzo di fusioni, acquisizioni e, in seguito, riacquisti azionari. La speculazione sugli strumenti finanziari crebbe fino a rivaleggiare con i settori di cui rappresentavano i titoli.
Murray Rothbard avvertiva che tale inflazione monetaria non arricchisce la società nel suo complesso, ma ne trasferisce la sostanza – silenziosamente e sistematicamente – dai produttori e dai risparmiatori a coloro che sono più vicini alla fonte del nuovo credito. Ciò che appare come crescita è, in realtà, una redistribuzione mascherata dall’aumento dei prezzi e dall’espansione dei bilanci [iv].
Alla fine, questa trasformazione ridefinì il significato che la società attribuiva al termine “crescita”. La prosperità dell’industriale un tempo si basava sulla sua capacità di produrre e vendere beni utili; la prosperità del finanziere ora dipendeva dai movimenti all’interno del regno dei simboli: tassi di interesse, valutazioni, derivati e aspettative. L’apparenza della ricchezza divenne un sostituto della ricchezza stessa.
Il cambiamento ha anche alterato l’orizzonte temporale dell’impresa. Una fabbrica richiedeva anni di pazienti investimenti, ma un prodotto finanziario poteva essere inventato e venduto in poche settimane. La visione a lungo termine del costruttore ha ceduto il passo a quella a breve termine del trader. I mercati hanno premiato l’agilità, non la durevolezza. La capacità di arbitrare, ristrutturare o riconfezionare i beni è diventata un’abilità superiore al lento lavoro di progettazione e produzione.
In questo contesto, il linguaggio della produzione ha ceduto il passo a quello dei rendimenti. L’efficienza è stata ridefinita come riduzione dei costi anziché come creazione di valore. Interi settori sono stati riprogettati in funzione dell’ottimizzazione dei bilanci anziché del progresso tecnologico. Un’azienda poteva ridurre la propria forza lavoro, esternalizzare i propri stabilimenti e continuare a essere celebrata per aver “sbloccato il valore per gli azionisti”. Il metro del successo non era più ciò che veniva costruito o migliorato, ma ciò che rifletteva la capitalizzazione di mercato.
Parallelamente, il prestigio culturale della finanza crebbe. Il banchiere e il gestore di fondi sostituirono l’ingegnere e il commerciante come modelli di successo. La vita economica migrò dalle officine agli schermi; dalle cose ai numeri. Il profitto divenne un fine in sé, separato dall’attività umana che un tempo lo aveva giustificato. Lo scopo dell’impresa – soddisfare i bisogni attraverso la produzione – fu eclissato dalla perenne ricerca del guadagno finanziario.
In questo nuovo ordine, persino il denaro perse la sua solidità. Non divenne la testimonianza degli sforzi passati, ma l’anticipazione delle politiche future. La creazione del credito, un tempo ponte tra risparmio e investimento, si trasformò in un processo autoreplicante: nuovo debito per sostenere il vecchio, nuova liquidità per sostenere le valutazioni. Guido Hülsmann descrisse in seguito questo come l’azzardo morale della moneta fiat. Ovvero, un regime in cui misure di valore falsificate erodono il legame tra azione e conseguenza, consentendo a intere società di consumare l’illusione della ricchezza mentre il loro capitale reale decade silenziosamente [v]. In effetti, il sistema poteva crescere senza costruire nulla, finché la fiducia persisteva.
Così l’illusione prese forma. La finanza, che era nata come serva della produzione, ne divenne la padrona. La produzione di beni passò in secondo piano rispetto alla formazione dei prezzi. L’espansione del credito cominciò a essere celebrata come progresso e la moltiplicazione della ricchezza cartacea come prova di prosperità. La vecchia sequenza – risparmiare, investire, produrre, trarre profitto – fu invertita. Ciò che un tempo era stata una misura del successo ne divenne l’obiettivo. Il mondo entrò in un’era in cui l’acquisizione di denaro, slegata da uno scopo materiale, fu scambiata per progresso stesso.
Misure false: perché il PIL inganna
L’illusione del progresso trovò la sua maschera più duratura nel linguaggio della misurazione. I numeri sostituirono il giudizio e il prodotto interno lordo divenne l’idolo supremo della vita economica. Concepito negli anni ’30 per stimare la produzione bellica e la capacità industriale, il PIL non è mai stato concepito per rappresentare il benessere umano o il progresso della civiltà. Contava la produzione in nome della mobilitazione, non della prosperità [vi]. Eppure, col tempo, questa metrica di emergenza arrivò a definire il progresso stesso.
Il PIL misura la velocità dell’attività, non il valore o lo scopo di ciò che viene fatto. Conta ogni transazione come crescita, che si tratti di costruire un ponte o di bombardarne uno, di coltivare un terreno o di spogliarlo. Il disboscamento di una foresta, la riparazione dei danni causati dalle inondazioni e le cause legali che ne conseguono contribuiscono al totale. Distruzione e ripresa vengono registrate come due boom gemelli. Per quanto stupido possa sembrare, in questa aritmetica una società può spendere fino a diventare apparentemente ricca.
Come hanno notato economisti sobri, la cecità del PIL si estende oltre le dimensioni morali e qualitative, fino a quelle strutturali. Misura i punti finali dell’economia ignorando le intricate catene di produzione che li sostengono. Come ha osservato Mark Skousen, il Prodotto Lordo – quello che lui chiamava “il massimo” della contabilità nazionale – cattura questa architettura nascosta, mentre il PIL registra solo il “minimo”. Il risultato è un miraggio statistico: l’attività appare sana anche se la struttura del capitale si deforma. In condizioni di credito facile, il PIL si gonfia non per profondità produttiva, ma per distorsione monetaria, scambiando inflazione e investimenti sbagliati per prosperità [vii].
Questa illusione si aggrava perché il PIL non riesce a distinguere tra creazione e consumo, tra effettiva formazione di capitale e liquidazione del passato. Registra un movimento, non un significato. Quando un’azienda si indebita per riacquistare le proprie azioni, il PIL aumenta. Quando la speculazione finanziaria si moltiplica senza aggiungere un singolo bene o servizio, il PIL aumenta di nuovo. In questo modo, il volume delle transazioni viene scambiato per creazione di ricchezza.
Tali aggregati inducono i politici a credere che l’economia possa essere gestita come un’unica macchina. Friedrich Hayek la definì “la presunzione fatale”: la convinzione che l’azione umana dispersa possa essere guidata da indicatori statistici. Aumentare il PIL è facile: indebitarsi, spendere, gonfiare e contare. Ma ciò che tali politiche aumentano in termini numerici, spesso in sostanza lo distruggono. I ponti decadono, i salari reali ristagnano e il tessuto vitale della società viene consumato per sostenere l’illusione della crescita. Laddove un tempo il progresso misurava il miglioramento della qualità della vita e delle istituzioni, ora misura solo la quantità e la velocità. È solo un’illusione alimentata dalla politica e dalla finanza.
Secondo queste false misure, persino il declino appare come progresso. Disastri, salvataggi e guerre possono tutti far lievitare i totali. Una nazione che indebita e spende oltre le proprie possibilità appare più “dinamica” di una che risparmia e ripara. Più un’economia diventa finanziarizzata, maggiore è la sua crescita dichiarata, perché considera il fatturato e la speculazione come produzione stessa.
Così, uno strumento un tempo concepito per l’amministrazione è diventato una maschera per il deterioramento. Il PIL non può dirci se stiamo avanzando o se stiamo semplicemente accelerando verso l’esaurimento.
Quando tutto diventa un investimento
Ai nostri giorni, quasi nulla sfugge alla grammatica della finanza. Ciò che è iniziato come il distacco del denaro dalla materia è diventato il distacco del valore dalla virtù. Il vocabolario del capitale ora governa quasi ogni ambito della vita: l’arte diventa una classe di attività, l’istruzione un mercato di titoli, il cibo un veicolo di branding e persino il tempo libero una forma di esibizione competitiva. La stessa parola ” investimento” si è gonfiata fino a includere ogni attività che promette un vantaggio, indipendentemente dal fatto che produca o meno qualcosa di valore.
Il private equity è l’espressione più pura di questo nuovo credo. I suoi strumenti – leva finanziaria, ottimizzazione e exit – appartengono a un mondo in cui il tempo è stato conquistato e le conseguenze differite. Le aziende un tempo costruite per durare sono ora costruite per vendere. Il lento accumulo di buona volontà dell’artigiano viene sostituito dalla rapida estrazione di rendimento da parte del manager. Quando ogni impresa deve giustificarsi attraverso il “maggiore valore per gli azionisti”, la distinzione tra gestione e sfruttamento crolla. Il risultato non è la creazione, ma la conversione della sostanza in simboli e della permanenza in liquidità.
La stessa logica pervade l’ordinario. Il cibo, privato di stagione e luogo, diventa un derivato della chimica e della logistica. L’istruzione, un tempo strumento di coltivazione della comprensione, diventa una speculazione sull’occupabilità finanziata dal debito. La finanziarizzazione di ogni cosa non è semplicemente uno sviluppo economico, ma metafisico: ci insegna a vedere il mondo non come un patrimonio da custodire, ma come un bilancio da amministrare.
Qui risiede l’inversione morale della nostra epoca. Il denaro, che un tempo era al servizio di uno scopo, ne è diventato la misura. Lo yacht più grande, l’aereo più veloce, il maggiore “patrimonio netto” non sono simboli di abbondanza, ma di dislocazione. Segnano la distanza tra il possesso e la pace. La ricerca di qualcosa di più ha soppiantato la domanda su a cosa serva. E quando una civiltà dimentica di porsi questa domanda, continua ad avanzare nella tecnica mentre declina in saggezza.
Una politica di investimento onesta per un periodo come questo non può basarsi su previsioni o leva finanziaria, ma sulla coscienza. La vera misura del rendimento è la resistenza: ciò che rimane quando la moda è passata, ciò che serve quando la speculazione finisce. Il capitale che sostiene il significato – istituzioni, competenze e relazioni – sopravvive a tutto ciò che si limita a gonfiare i prezzi. Investire correttamente significa allineare il denaro a uno scopo, trattare il guadagno come il servitore della continuità piuttosto che come un suo sostituto.
Se ci sarà un nuovo progresso, arriverà quando comprenderemo che non si tratta di un’accelerazione infinita del cambiamento, ma del mantenimento del significato nel tempo. Non è una linea su un grafico che sale, ma un cerchio che permane.
Solo quando il denaro misurerà il servizio e il successo sarà giudicato da ciò che viene costruito e preservato, piuttosto che da ciò che viene scambiato o esibito, il progresso cesserà di essere un’illusione e tornerà a essere una conquista del carattere.
Anthony Deden
[i] Henry Grady Weaver. La molla principale del progresso umano . Fondazione per l’educazione economica, 1953. https://mises.org/library/book/mainspring-human-progress.
[ii] Hans-Hermann Hoppe. Breve storia dell’uomo: progresso e declino . Mises Institute, 2015. https://mises.org/library/book/short-history-man-progress-and-decline.
[iii] Hans-Hermann Hoppe. Democrazia: il Dio che ha fallito. L’economia e la politica della monarchia, della democrazia e dell’ordine naturale . Transaction Publishers, 2001.
[iv] Murray N. Rothbard. Cosa ha fatto il governo al nostro denaro ? 4a ed., Mises Institute, 1990.
[v] Jörg Guido Hülsmann. L’etica della produzione di moneta . Istituto Ludwig von Mises, 2008.
[vi] Elizabeth Dickinson. “PIL: una breve storia.” Foreign Policy , 3 gennaio 2011. https://foreignpolicy.com/2011/01/03/gdp-a-brief-history/
[vii] Citato in Mark Gertsen “Tassi di interesse, rotatorie e cicli economici: uno studio empirico”. Quarterly Journal of Austrian Economics , vol. 22, n. 3, autunno 2019, pp. 311–335.
