Da inizio maggio blocchi stradali, scontri e crisi economica paralizzano il Paese. Evo Morales accusa gli USA e il governo di volerlo assassinare, ma otto nazioni sudamericane si schierano con Paz.
La crisi sociale attuale in Bolivia è scoppiata intorno al 2-3 maggio 2026, alimentata da carenza cronica di carburante (il cosiddetto “gasolinazo”), inflazione galoppante, rialzo dei prezzi dei generi di base e accuse di cattiva gestione delle importazioni. Durante i primi giorni, la Central Obrera Boliviana (COB), insieme a federazioni di minatori, campesinos, gruppi rurali e organizzazioni indigene, ha annunciato e avviato le prime mobilitazioni nazionali. Già dal 4-5 maggio i blocchi stradali sono diventati massicci, soprattutto nell’Altiplano, sulla strada La Paz-El Alto, Oruro, Cochabamba e nelle zone minerarie, paralizzando il traffico e le forniture.
A partire da quel momento la protesta si è rapidamente trasformata in una crisi politica e sociale aperta: dalle rivendicazioni economiche iniziali si è arrivati ad avversare le riforme governative, giudicate anti-popolari, e a chiedere le dimissioni del presidente Rodrigo Paz.
Le agitazioni sono tuttora in corso, anche se si registrano timidi segnali di parziale allentamento delle tensioni in settori specifici.
Negli ultimi due giorni polizia e forze Armate hanno eseguito azioni congiunte (“Corredor Humanitario” e simili) per liberare le vie di comunicazione. Un convoglio di oltre 30 cisterne di carburante è partito da Senkata scortato dalle forze dell’ordine per rifornire La Paz. In alcune zone (ad es. l’autostrada La Paz-El Alto e Cochabamba) gli agricoltori hanno sospeso i blocchi dopo accordi con il governo. La polizia prepara interventi mirati (300 agenti a San Julián).
Si sono registrati momenti di violenza con aggressioni (un deputato dell’Alleanza Unidad, Labardens, è stato picchiato a El Alto e trasferito d’urgenza). Segnalati anche danni a veicoli della polizia. I manifestanti hanno lanciato pietre. La polizia ha usato gas lacrimogeni in punti critici come Lipari. Almeno 5 persone sono state accusate di atti di vandalismo.
Il presidente Paz ha definito alcune marce “destabilizzanti”, collegandole a settori vicini all’ex presidente Evo Morales, e ha avvertito che chi tenta di “distruggere la democrazia” finirà in carcere. Ha ringraziato l’Argentina per il ponte aereo di aiuti alimentari, considerato, però, insufficiente. I blocchi (arrivati fino a 60-67 nei giorni scorsi) continuano a causare scarsità di cibo, medicine e carburante a La Paz ed El Alto, con conseguente rialzo dei prezzi. Le perdite stimate nel turismo ammontano a 400 milioni di Bs. La catena produttiva amazzonica è a rischio. La Defensoría del Pueblo e la Chiesa cattolica chiedono pause umanitarie e dialogo.
Otto paesi latinoamericani hanno espresso sostegno al governo Paz respingendo quelli che chiamano “tentativi di destabilizzazione”. I Paesi firmatari sono: Argentina, Cile, Costa Rica, Ecuador, Guatemala, Panamá, Paraguay e Perù.
Ieri 15 maggio la giustizia ha ordinato lo sblocco delle strade arrivando ad ammettere azioni contro dirigenti della COB. Alcune cooperative di La Paz hanno dato 24 ore di ultimatum al governo, minacciando nuovi blocchi.
Nonostante progressi parziali nello sblocco delle vie e alcuni accordi settoriali, le mobilitazioni principali (soprattutto COB e minatori) proseguono e il rischio di nuovi focolai rimane alto. Il governo punta in parte sul dialogo, in parte sull’uso della forza, mentre l’opposizione sociale continua a chiedere le dimissioni di Paz.
Il ruolo e la posizione di Evo Morales
L’ex presidente Evo Morales è intervenuto direttamente sui social negando di essere l’organizzatore o l’unico responsabile delle mobilitazioni e ha attribuito le proteste al malcontento sociale: “Il governo e la destra dicono che sono un cadavere politico e che non ho capacità di mobilitare nessuno, ma continuano a incolparmi… Finché non si affronteranno le domande strutturali come carburante, cibo e inflazione, la sollevazione non si fermerà.”
Con un post su X, Morales ha accusato ieri gli USA di volerlo assassinare o di orchestrare un’operazione per catturarlo o eliminarlo, in un’escalation verbale fortissima arrivata in contemporanea con il picco delle proteste e dei blocchi stradali: “Io dico: che mi processino, che mi arrestino, speriamo solo che non mi uccidano”.
Morales ha contestualmente accusato il governo boliviano di Rodrigo Paz di essere complice di questo presunto piano, nell’ambito di una campagna di “diffamazione, insulti e accuse senza prove” contro di lui. L’accusa arriva mentre la giustizia boliviana ha emesso ordini di cattura e richieste di condanna pesante (fino a 20 anni) nei suoi confronti in altri procedimenti, tra cui il caso di presunta tratta di persone.
Post originale: Giubbe Rosse Substack

