Francesca Albanese, avvocata italiana e Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani nei territori palestinesi occupati dal 1967 (incarico ricoperto dal 2022), è stata sanzionata dagli Stati Uniti il 9 luglio 2025 dal Dipartimento del Tesoro sotto l’amministrazione Trump, in base all’Executive Order 14203. Il Segretario di Stato Marco Rubio l’ha accusata di una “campagna di guerra politica ed economica” contro USA e Israele, di antisemitismo e di sostegno al terrorismo, definendola “inadatta” al suo ruolo ONU. Le sanzioni la inserivano nella lista SDN (Specially Designated Nationals), vietando a qualsiasi persona o azienda americana di fare affari con lei (con una breve finestra per chiudere operazioni esistenti entro l’8 agosto 2025). In pratica, le impedivano l’ingresso negli USA e l’uso di banche o sistemi di pagamento americani.
Le misure erano legate direttamente al suo lavoro di relatrice: Albanese ha ripetutamente criticato l’operazione militare israeliana a Gaza dopo il 7 ottobre 2023, definendola “genocidio” in rapporti ufficiali. In particolare, un report del giugno/luglio 2025 aveva individuato oltre 60 aziende (tra cui grandi tech americane come Google, Microsoft e Amazon) complici dell’occupazione e del conflitto, e aveva invitato la Corte Penale Internazionale (CPI) a emettere mandati di arresto contro leader israeliani (come Itamar Ben-Gvir, Bezalel Smotrich e Israel Katz) e, in alcuni casi, contro funzionari o aziende statunitensi per complicità. Washington ha interpretato queste azioni come “lawfare” (guerra legale) contro Israele e gli USA, in linea con la politica trumpiana di contrasto alle indagini della CPI.
Le Nazioni Unite hanno protestato formalmente, invocando l’immunità di Albanese come esperta indipendente ONU, e numerosi esperti ONU e organizzazioni (Amnesty International, Euro-Med Monitor) hanno condannato le sanzioni come un attacco al sistema dei diritti umani e alla libertà di indagine. Albanese è stata rimossa dall’elenco degli “affiliated scholars” della Georgetown University e ha persoaltre collaborazioni accademiche, oltre ad aver avuto difficoltà bancarie anche fuori dagli USA.
Nel febbraio 2026, il marito e la figlia (cittadina statunitense) di Albanese hanno fatto causa all’amministrazione Trump, sostenendo che le sanzioni violavano il Primo Emendamento della Costituzione americana sulla libertà di espressione. Il 13 maggio 2026 il giudice federale del Distretto di Columbia Richard Leon ha concesso un’ingiunzione preliminare, bloccando temporaneamente le misure. Nella sentenza, Leon ha scritto che Albanese “non ha fatto altro che parlare” e che le sue raccomandazioni alla CPI non hanno effetto vincolante: si tratta solo di opinioni. Il giudice ha stabilito che la residenza all’estero non cancella le tutele costituzionali e che l’amministrazione Trump aveva mirato a punire il “contenuto” del suo messaggio, violando la libertà di espressione.
Esattamente una settimana dopo, il 20 maggio 2026, il Dipartimento del Tesoro USA ha rimosso ufficialmente Albanese dalla lista SDN, come confermato dal sito dell’OFAC e riportato da numerose fonti internazionali. Non è stata fornita una spiegazione ufficiale dal governo, ma la mossa arriva in seguito all’ingiunzione del giudice e sembra un’accettazione della decisione giudiziaria (l’amministrazione non ha commentato immediatamente). Albanese ha festeggiato su X ringraziando la famiglia e i sostenitori.
Post originale: Giubbe Rosse Substack

