Le grandi aziende hanno fatto privatamente pressione sulla Casa Bianca contro il regolamento che obbligava i richiedenti a tornare nei paesi d’origine. L’amministrazione ha rapidamente corretto il tiro, rassicurando le imprese: la maggior parte non dovrà lasciare gli USA. Ma manca ancora una guida ufficiale.
Fonte: The Washington Post
L’amministrazione Trump ha annunciato il 22 maggio 2026 nuove linee guida dell’USCIS secondo cui la maggior parte dei richiedenti di green card avrebbe dovuto presentare domanda dal proprio paese d’origine, salvo «circostanze straordinarie». La misura, poco dettagliata, rischiava di colpire centinaia di migliaia di persone già presenti legalmente negli Stati Uniti (soprattutto i titolari di visti H-1B, studenti e lavoratori qualificati).
Nei giorni successivi, i leader del mondo delle grandi aziende, in particolare del settore tech e dell’intelligenza artificiale, hanno avviato un’intensa ma riservata campagna di lobbying. Attraverso telefonate, email e incontri privati con la Casa Bianca, il Dipartimento di Sicurezza Interna, del Lavoro e di Stato, hanno avvertito che il regolamento avrebbe danneggiato gravemente le loro forze lavoro, creato incertezza e spinto molte aziende a delocalizzare talenti all’estero.
Tra i soggetti coinvolti, vi era pure la U.S. Chamber of Commerce e diversi gruppi industriali.
La pressione sembra aver funzionato: alla fine della scorsa settimana l’amministrazione ha bruscamente cambiato tono. Funzionari USCIS hanno rassicurato privatamente i vertici aziendali che la maggior parte dei visti di lavoro non sarebbe stata toccata e hanno chiarito ai giornalisti che la stragrande maggioranza dei richiedenti non dovrà lasciare il Paese.
L’episodio conferma le ricorrenti tensioni tra Trump e la comunità imprenditoriale: in passato l’amministrazione aveva già fatto retromarcia su raid contro il settore alberghiero e agricolo, su una tassa da 100.000 dollari sugli H-1B e su un’operazione contro una fabbrica Hyundai.

