I negoziati di pace in Ucraina si scontrano con la cattiva volontà dell’amministrazione Zelensky, che cerca di guadagnare tempo, prima di tutto sul piano giudiziario, ma anche sul piano militare e politico. Tuttavia i contatti in corso fanno intuire verso quale pace ci stiamo avviando.
di Thierry Meyssan, voltairenet.org, 16 dicembre 2025
I negoziati di pace tra Ucraina e Russia vanno per le lunghe. È evidente che la parte russa, sicura della vittoria, vuole liberare al più presto ciò che resta del Donbass, mentre la parte ucraina non vuole cedere nulla.
L’Unione Europea e il Regno fanno riunioni quasi al ritmo di una al giorno, con una sola costante ossessione: continuare la guerra, con o senza gli Stati Uniti.
Due nuovi eventi hanno cambiato le carte in tavola: Washington sta valutando di lasciare la Nato e gli ucraini stanno accettando l’idea di vendere il Paese.
WASHINGTON E LA NATO
Il 1° dicembre si è tenuta una videoconferenza segreta cui hanno partecipato: il presidente francese Emmanuel Macron, il presidente finlandese Alexander Stubb, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il primo ministro polacco Donald Tusk, la prima ministra italiana Giorgia Meloni e quella danese Mette Frederiksen, il primo ministro norvegese Jonas Gahr Støre, il segretario generale della Nato Mark Rutte, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e il presidente del Consiglio europeo António Costa.
Secondo Der Spiegel, che ha avuto accesso al resoconto della riunione, il segretario generale della Nato ha dichiarato di essere d’accordo con il presidente finlandese e che gli europei dovrebbero diffidare della pace che gli inviati speciali del presidente Donald Trump, Steve Witkoff e Jared Kushner, stanno negoziando per l’Ucraina [1].
È la prima volta che un segretario generale della Nato in carica si permette di criticare apertamente un presidente degli Stati Uniti a sua volta in carica.
La Strategia di Sicurezza Nazionale, pubblicata il 4 dicembre dalla Casa Bianca, cita cinque volte la Nato. Ma la Nato non è più un’alleanza essenziale per gli Stati Uniti, dato che il presidente Trump ha decretato la fine dell’“impero americano”. Washington è troppo occupata con i 33 mila miliardi di debito pubblico per continuare a provvedere alla difesa dell’Europa occidentale. Il documento si limita quindi ad affermare che gli Stati membri dell’Alleanza Atlantica dovranno provvedere da soli alla propria sicurezza e destinare alle spese militari il 5% del prodotto interno lordo (PIL), una percentuale ben al di sopra di quella attuale; osserva inoltre che l’alleanza non è destinata a continuare a espandersi [2].
Cinque giorni dopo, il 9 dicembre, un rappresentante Repubblicano, Thomas Massie (Kentucky) ha presentato un disegno di legge (HR 6508) per il ritiro degli Stati Uniti dalla Nato. Il testo è stato trasmesso il 12 dicembre alla Commissione Affari esteri [3]. È la prima volta che questo argomento viene trattato al Congresso.
È troppo presto per trarre conclusioni, ma già ora vediamo che tra i trumpisti esiste una corrente contraria all’Alleanza Atlantica e che gli Stati europei sono consapevoli che da soli non riusciranno a garantire la propria difesa nazionale e al tempo stesso ad attaccare la Russia.
In privato, i collaboratori di Trump assicurano che il presidente uscirà dall’alleanza a metà del 2027, una scadenza che potrebbe essere anticipata.
I leader dell’Unione Europea ne sono pienamente consapevoli. L’8 dicembre il presidente del Consiglio europeo, António Costa, intervenendo all’Istituto Jacques Delors, ha dichiarato: «Se vogliamo proteggerci, non solo dai nostri avversari, ma anche dagli alleati che ci sfidano, dobbiamo rafforzare l’Europa, dobbiamo accordarci per costruire un’Europa che comprenda che le relazioni tra alleati e le stesse alleanze nate dopo la seconda guerra mondiale sono cambiate».
È così, ma i membri della UE non possiedono i mezzi degli Stati Uniti. Non possono provvedere alla propria difesa. Del resto, se volessero farlo dovrebbero organizzarsi attorno a una delle tre potenze nucleari della regione: Francia, Regno Unito o… Russia.
IL DITTATORE ZELENSKY E LE ELEZIONI
Poco più di un mese fa, l’11 novembre, il segretario di Stato Marco Rubio ha dato il via all’Operazione Midas. I più importati alleati del presidente ucraino non-eletto Zelensky sono caduti uno dopo l’altro. È impensabile che Zelensky non sia uno dei principali beneficiari dei fondi sottratti all’Ucraina e del racket delle imprese ucraine. Eppure nessuno osa arrestarlo. È evidente che sta cercando di mantenersi al potere per mettere al sicuro le ricchezze accumulate o trasferirle all’estero.
Zelensky ha dapprima chiamato a raccolta i sostenitori dell’Ucraina, moltiplicando le riunioni – ad Atene, Parigi, Londra Bruxelles, Roma e Berlino – mentre il suo rappresentante speciale nonché segretario generale del Consiglio di Difesa, Rustem Umerov, è già in fuga. In Ucraina il potere è esercitato da ombre: il presidente non-eletto può cadere da un momento all’altro e il suo principale negoziatore non può più tornare in patria.
Nell’intervista a Politico del 9 dicembre [4], il presidente Trump, rispondendo alla domanda della giornalista Dasha Burns: «Pensa che sia arrivato il momento per l’Ucraina di indire le elezioni?», ha dichiarato:
«Sì, penso di sì. È passato molto tempo. È, ehm… non è andata particolarmente bene. Sì, credo sia ora. Penso sia un momento importante per organizzare elezioni. Usano la guerra per non organizzare elezioni, ma, ehm, penso che il popolo ucraino dovrebbe… dovrebbe avere questa possibilità. Forse Zelensky vincerebbe. Non so chi vincerebbe. Ma non ci sono elezioni da molto tempo. Sa, parlano ancora di democrazia, ma si arriva a un punto in cui la democrazia non è più tale».
Il presidente non-eletto Zelensky gli ha risposto immediatamente: «Sono pronto per le elezioni. Chiedo ora, lo dichiaro apertamente, chiedo agli Stati Uniti, eventualmente con i colleghi europei, di aiutarmi a garantire la sicurezza delle elezioni».
Va ricordato che la Costituzione ucraina vieta lo svolgimento di elezioni quando è in vigore la legge marziale. La legge marziale è stata istituita una prima volta nel 2018, dal presidente Poroshenko, durante la campagna elettorale per le elezioni presidenziali [5]; poi nel 2022, dal presidente Zelensky all’avvio dell’operazione militare speciale russa.
La legge marziale ucraina impone nove misure:
- restrizioni dei diritti e libertà costituzionali dei civili;
- un «obbligo di lavoro» per tutti, anche per chi ha già un impiego, da svolgere nell’esercito;
- sequestro di proprietà appartenenti allo Stato, o «messa a disposizione forzata» di beni comunali e privati «per esigenze dello Stato»;
- coprifuoco;
- posti di blocco militari e restrizioni alla «libertà di circolazione dei cittadini, degli stranieri e degli apolidi, nonché alla circolazione dei veicoli»;
- verifica di documenti delle persone e ispezioni dei luoghi in cui si trovano;
- divieto di manifestazioni pacifiche, di raduni ed eventi di massa;
- divieto o restrizioni dei media;
- divieto o restrizioni alla diffusione di informazioni sui social network.
In entrambi i casi si è trattato dell’instaurazione di un regime autoritario, ma Poroshenko lo ha applicato per 30 giorni, Zelensky invece da febbraio 2022 lo ha rinnovato ogni tre mesi. Il sedicesimo decreto presidenziale proroga la legge marziale fino a febbraio 2026.
Secondo la Costituzione, il mandato di Zelensky è scaduto a maggio 2025. Da questa data l’interim avrebbe dovuto essere assunto dal presidente della Verkhovna Rada (il parlamento), Ruslan Stefantchuk, che non solo non lo ha chiesto, ma ha addirittura accompagnato il presidente uscente nei suoi primi viaggi per affermarne la legittimità.
Se oggi si tenessero le elezioni, le liste elettorali sarebbero falsate, perché vi figurano ancora centinaia di migliaia di soldati morti in combattimento. In queste condizioni per il potere sarebbe un gioco da ragazzi falsificare il responso delle urne.
La parte russa ha sottolineato più volte che non può firmare la pace con un presidente illegittimo. Ricorda che il presidente Poroshenko ritenne da un giorno all’altro che gli Accordi di Minsk, firmati dal suo inviato speciale nonché predecessore, Leonid Kuchma, fossero nulli perché questa alta personalità politica non aveva ricevuto mandato né da lui né dalla Verkhovna Rada.
L’annuncio del presidente ucraino non-eletto che accetterà di indire le elezioni è probabilmente solo un modo per guadagnare tempo e rinviare ancora per un po’ di tempo la pace.
VENDITA DELL’UCRAINA AL MIGLIOR OFFERENTE
Il senatore Repubblicano Lindsey Graham (Sud Carolina), in un’intervista a Face the Nation (CBS News) del 9 giugno 2024, aveva stimato il valore delle terre rare ucraine tra «10.000 e 12.000 miliardi di dollari».
Qualche mese fa il presidente Trump aveva alluso alla possibilità di trasferirne lo sfruttamento agli Stati Uniti per ripagare i costi sostenuti durante la guerra. Il 12 febbraio scorso, il segretario al Tesoro Scott Bessent si era recato a Kiev per discuterne con il presidente Zelensky.
Così il 10 dicembre il presidente non-eletto Zelensky ha riunito in videoconferenza lo stesso Bessent, Jared Kushner – non in qualità di negoziatore a Mosca ma come direttore del fondo Affinity Partners – e Larry Fink, direttore del fondo BlackRock nonché grande proprietario di terreni agricoli [6]. Si trattava evidentemente di valutare cosa si potesse acquistare in cambio delle terre rare. Ciò che dieci mesi fa era impensabile è diventato improvvisamente possibile.
Il giorno successivo, l’11 dicembre, si è svolta una seconda riunione. Il presidente non-eletto Zelensky ha riunito i principali negoziatori statunitensi e ha fatto intervenire il segretario generale della Nato. Si trattava di passare in rassegna le garanzie di sicurezza, sapendo che la Nato ormai non è più eterna.
Traduzione: Rachele Marmetti
Questo articolo è il seguito di:
– “Gli straussiani prendono il controllo delle Nazioni Unite e della Nato”, 7 ottobre 2025.net.org/
– “La propaganda e la preparazione della guerra contro la Russia”, 28 ottobre 2025.
– “Il momento della verità: l’Occidente di fronte ai progressi militari della Russia”, 4 novembre 2025.
– “La caduta del regime di Zelensky e di quello dei suoi alleati”, 25 novembre 2025.
– “Cosa si nasconde dietro i negoziati di pace per l’Ucraina”, 2 dicembre 2025.
[1] «We Must Not Leave Ukraine and Volodymyr Alone with These Guys», Matthias Gebauer, Leo Klimm, Paul-Anton Krüger, Timo Lehmann, Fedir Petrov, Jan Petter, Fidelius Schmid & Michael Weiss, Der Spiegel, December 4, 2025.
[2] “Il Pentagono adotta la visione del mondo di Trump”, di Thierry Meyssan, Traduzione Rachele Marmetti, Rete Voltaire, 10 dicembre 2025.
[3] «To require the President to give notice of denunciation of the North Atlantic Treaty for purposes of withdrawing the United States from the North Atlantic Treaty Organization, and for other purposes», Thomas Massie, House of représentatives 6508, December 9, 2025.
[4] «Donald Trump in The Conversation», Dasha Burn, Politico, YouTube, December 9, 2025.
[5] «L’Ukraine adopte une loi martiale aux visées très électorales», Stéphane Siohan, Le Temps, 27 novembre 2018.
[6] « Une “paix financière khazare” en Ukraine : BlackRock et le désastre Zelensky », par Alfredo Jalife-Rahme, Traduction Maria Poumier, La Jornada (Mexique) , Réseau Voltaire, 15 décembre 2025.
