IL MISTERO DELLE LAMPADINE SCOMPARSE (ovvero del perché non ce la possiamo fare) [DIARIO DI UN MZUNGU #08]

DiDomenico Fiormonte

5 Marzo 2026

L’uomo bianco, nella migliore delle ipotesi, ricerca l’unità e l’armonia attraverso il rapporto con un creatore più che con il creato, e così finisce per evangelizzare la realtà, che è un altro modo di dominarla senza mai davvero comprenderla. Ma vi sono ancora popoli sulla terra che non sono interessati e che dicono: “Lasciatecene fuori. Non vogliamo avere niente a che fare con voi, non vogliamo niente da voi. Non ce la potete fare.” 


Ogni ritorno in Italia è per me un passaggio, forse uno scontro, di civiltà. Dal caos vitale, ma spesso insostenibile dell’Africa, si passa all’ossessione per i dettagli, all’insofferenza per un minuto di fila, alla saccenza da social. Ma ciò che forse più mi colpisce è l’ossessione per l’apparenza. In aeroporto osservo padri cinquantenni con tagli di capelli da quindicenni, orecchini e tatuaggi, patetici ancorché palestrati, tornano da località esotiche dove hanno praticato sport acquatici e postato ogni istante della breve vacanza su Instagram. Incapaci di accettare la realtà del tempo che scorre, inseguono l’estetica e sono sempre meno turbati dall’etica. D’altra parte, come diceva Brodskij, l’estetica è la madre dell’etica: e questo spiega molto del carattere degli italiani, i quali tollerano meglio il crimine che la bruttezza. Che contrasto con il volo da Dar a Addis: qui famiglie di musulmani sovrappeso e gelosi della loro arcaicità. Alcuni uomini indossano il tipico copricapo semicilindrico di cotone istoriato, la taqiyya (o kofia), e indossano tuniche dei vari toni dei colori del deserto, dal bianco al caffè; le donne in verde, nero o rosa pallido, alcune con velo integrale. Sembrano sperduti, ma sereni.

Confesso che a paragone di questa arcaicità, la modernità europea mi fa un po’ pena. Ma sono in fondo sentimenti che dovrei provare per me stesso. Anch’io sono stato educato in occidente e in fondo in fondo il mio distacco nei confronti del diverso è parente stretto dell’onnipresente senso di superiorità.

Ma perché ci sentiamo superiori? Ovviamente non è solo un fatto di benessere, educazione e senso estetico. È la radicata convinzione di rappresentare, probabilmente per volontà divina, il punto più alto dell’evoluzione della civiltà umana. Tale convinzione, in epoca moderna, venne ben espressa da Oliver Cromwell in un celebre discorso del 1654 (quando l’impresa coloniale britannica era già avviata), dove definisce gli inglesi “popolo eletto”. Non sembra cambiato molto negli ultimi tre secoli e mezzo.

Certo, molti di noi sanno che nel passato sono fiorite altre e sofisticate civiltà fuori d’Europa, ma quello che conta è il presente. Anzi, gli ultimi ottant’anni. La democrazia, la lotta contro le diseguaglianze sociali, l’emancipazione femminile, l’istruzione universale, la libertà di espressione e di culto, la laicizzazione della società e per ultimo il riconoscimento dei diritti di ogni minoranza, hanno prodotto in noi la profonda convinzione di essere “migliori”. È inutile discutere in che misura questa lista (incompleta) sia parzialmente vera o falsa o con scadenza ormai ravvicinata. L’importante è la percezione comune e soprattutto la capacità di imporla agli altri. Come ha scritto il grande antropologo brasiliano Eduardo Viveiros de Castro, per l’occidentale “gli altri hanno solo versioni equivocate della realtà; non dobbiamo negoziare con loro, dobbiamo solo insegnare loro come stanno le cose, fare un’operazione di polizia, una riforma, una rieducazione ontologica.”

Quando soggiorno a Dar es Salaam vivo e lavoro insieme agli africani. Non vedo e non frequento bianchi, non per scelta, ma per necessità. La vita che fanno i tanzaniani è durissima. Per esempio, nessuno dipendente statale, ivi compresi i docenti universitari come me, riesce a mantenere la propria famiglia solo con il proprio stipendio. Quasi tutti e tutte devono ricorrere a un secondo e spesso anche un terzo lavoro, a volte sotto forma di “small business”, cioè una piccola attività commerciale, quasi sempre esercitata in modo informale. Nonostante gli sforzi compiuti negli ultimi anni, sanità, istruzione e previdenza sono in gran parte gestite da privati. Secondo la Banca Mondiale (dati 2018) più del 50% della popolazione tanzaniana vive con meno di tre dollari al giorno. E tuttavia questa povertà “ufficiale” è molto meno evidente che negli stati confinanti. In Kenya, per esempio, che pure è il sesto paese dell’Africa in termini di PIL (su 55), si nota maggiore degrado: la più grande baraccopoli dell’Africa subsahariana si trova infatti a Nairobi. La Tanzania è un Paese con una tradizione politica socialista e una cultura di solidarietà tuttora molto radicata: la povertà di qui non è la miseria di molti dei suoi vicini. Nonostante ciò, gli standard di vita media non sono lontanamente paragonabili all’occidente così come a molti paesi asiatici. Abitavo in un quartiere vicino l’università, dove oltre a molti studenti vivono anche tanzaniani di classe medio-alta. Quando mi sveglio la mattina a volte manca l’acqua, a volte c’è ma è marroncina o grigiastra. Se non è l’acqua a mancare è l’elettricità. Nei periodi più caldi o quando arriva la stagione delle piogge, la normalità è due o anche tre interruzioni di corrente a settimana. A volte un’ora o due, a volte anche mezza giornata. Internet via cavo arriva solo in alcuni quartieri (quelli centrali dove ci sono gli uffici o quelli residenziali della borghesia), tutti gli altri (compreso il sottoscritto) si arrangiano con connessioni via scheda telefonica. Pensate che cosa succederebbe se in ufficio pubblico europeo, dove ogni servizio è stato piattaformizzato (cioè erogato online), mancasse internet per uno o due giorni: assisteremo a scene di panico collettivo. Ebbene qui succede regolarmente e la gente continua a lavorare. Le cose stanno migliorando costantemente, ma nondimeno questi impedimenti rendono la vita quotidiana faticosa. A volte esasperante. Ciò che noi diamo per scontato, in Africa non lo è quasi mai. E questa precarietà esistenziale si riverbera, inevitabilmente, nei rapporti umani. La scala delle priorità di un africano non è e non potrebbe mai essere la nostra. E, cosa più complessa, è per noi quasi sempre indecifrabile.

Skyline del quartiere commerciale di Dar es Salaam (foto dell’autore).

A lungo ho riflettuto su un episodio apparentemente banale, ma che forse spiega le difficoltà di relazionarsi con la sensibilità africana. Da quando sono a Dar es Salaam ho cambiato tre volte casa e relativo quartiere. Ogni esperienza è stata rocambolesca e diversa dalle altre, nel bene e nel male. Durante l’ultimo trasloco, abbiamo avuto vari problemi (anche questo è perfettamente nella norma) con la nuova casa. Il più grave, a mio modo di vedere, era che un angolo del giardino, per altro ben tenuto, era usato come discarica casalinga. A quanto pare, i precedenti inquilini avevano scavato una buca profonda nella quale interravano i rifiuti. Quando si raggiungeva il limite, li bruciavano. Plastica compresa. Ora è vero che a Dar es Salaam la raccolta dei rifiuti non è organizzata in modo ideale, eppure esiste. Non senza incappare nelle perplessità dei vicini, riuscii a trovare una ditta che si occupava di ritirarla mensilmente ad un costo ragionevole. Ma vengo all’episodio “banale” Quando finalmente arrivammo nella nuova casa era già buio e mi accorsi subito che il proprietario si era portato via quasi tutte le lampadine. Potete immaginare la mia reazione: dopo la fatica estenuante del trasloco ero disperato! Stiamo parlando forse di dieci euro di lampadine a fronte di sei mesi di affitto già anticipati. E sapevo che il proprietario era un tanzaniano piuttosto benestante, proprietario di vari immobili in città: valeva la pena di creare disagio al nuovo affittuario per così poco? E perché almeno non avvertirmi prima? Era notte, eravamo tormentati dalle zanzare e nelle vicinanze c’erano solo bancarelle di frutta, una parrucchiera, un bar dall’aspetto losco e altri piccoli shop di beni essenziali. Ma di lampadine nemmeno l’ombra! Sfogai la mia frustrazione al telefono con un amico tanzaniano: agli occhi di un africano questi disagi sono dettagli insignificanti, ma il mio amico si mostra sempre comprensivo con i capricci del mzungu. Fu lui, come sempre, a suggerirmi una strada per capire. Sebbene a un bianco occidentale questo aspetto sembri preponderante, non si tratta mai di una questione esclusivamente economica. Il punto è che le ragioni di un africano nascono in contesti per noi imperscrutabili o che semplicemente ignoriamo. Non nel senso di un’arcana metafisica, ma perché lontanissime dalla nostra storia e dalla nostra esperienza quotidiana. L’amico mi disse che non potevo conoscere le ragioni che si nascondono dietro un gesto di “necessità”. Perché in una società dove metà della popolazione lotta per portare a casa un pasto al giorno, lo stato di bisogno non è necessariamente oggettivo e individuale, ma fa parte della cultura, della forma mentis e in definitiva è cablato in abitudini cognitive che si manifestano, in azioni per noi, appunto, “incomprensibili”. Parafrasando Chatwin, il mondo interiore africano non si lascia descrivere. In Le vie dei Canti c’è un passo straordinario che spiega questa difficoltà:

“Dai Songs ricavai l’impressione di un uomo [Strehlow] che in quel mondo segreto era entrato dalla porta di servizio; che aveva visto la costruzione mentale più sorprendente e intricata del mondo, una costruzione che faceva apparire le conquiste materiali dell’umanità come altrettante quisquilie, ma che, in qualche modo, non si lasciava descrivere. (…) Quello che rende così difficile capire il canto aborigeno è l’accumulazione di dettagli. Tuttavia anche un lettore superficiale può intravedervi un universo morale – morale quanto il Nuovo Testamento – in cui le strutture di parentela comprendono tutti gli uomini e gli esseri viventi, i fiumi, le rocce e gli alberi.”

L’antropologia si è sforzata di mostrare come ogni sguardo sia socialmente e culturalmente costruito (il nostro come il loro, naturalmente). Di fronte a qualsiasi comportamento umano, l’umano riporta a sé ciò che vede (o pensa di vedere), riconducendolo alla sua esperienza e alla sua cultura. Il che non vuol dire che non esistano fatti oggettivi, ma che uno stesso fatto incide sulla vita degli umani in modo diseguale e non proporzionato. E questo “fatto” crea anch’esso realtà.

Grazie alle lampadine “scomparse” capii che ancora una volta la soggettività del mio fastidio era culturalmente costruita e quindi esclusivamente mia: un africano, pur percependo il disagio, probabilmente avrebbe appena notato il “problema” o accettato la situazione senza lamentarsi, perché la sua realtà è fatta di molteplici livelli che si intersecano: una rete fitta di rimandi a contesti, perlopiù impliciti, che non va scambiata però per accettazione passiva del disagio, ma come strategia di gestione delle risorse (interiori ed esteriori) in un contesto complesso e spesso inospitale. Per le stesse ragioni per un africano subsahariano è così difficile parlare di sé. Senza volere idealizzare la cultura africana, come spesso facciamo (e anche questo è colonialismo) l’io è sempre diluito in un noi, come nella famosa frase Zulu “Umuntu ngumuntu ngabantu”, che può essere tradotta come “una persona è una persona attraverso un’altra persona”. Da qui deriva la filosofia Ubuntu che Desmond Tutu sintetizzava così: “Uno dei modi di dire del nostro Paese è Ubuntu, l’essenza dell’essere umano. Ubuntu si riferisce in particolare al fatto che non è possibile esistere come esseri umani in isolamento. Si riferisce alla nostra interconnessione. Non si può essere umani da soli, e quando si possiede questa qualità, Ubuntu, si è conosciuti per la propria generosità. Troppo spesso pensiamo a noi stessi solo come individui separati gli uni dagli altri, mentre in realtà siamo tutti collegati e ciò che facciamo influisce sul mondo intero. Quando si fa del bene, questo si diffonde; è per il bene dell’umanità intera.”

Dipinto dell’arcivescovo anglicano Desmond Tutu con la parola “ubuntu

Questa “interconnettività” fra le persone è cosa ben diversa dall’approccio epistemico occidentale che tende a universalizzare, cioè pensare che la propria esperienza sia l’unica possibile – e dunque l’unica vivibile. L’uomo bianco, infatti, nella migliore delle ipotesi, ricerca l’unità e l’armonia attraverso il rapporto con un creatore più che con il creato (con importanti eccezioni: Francesco D’Assisi), e così finisce per evangelizzare la realtà, che è un altro modo di dominarla senza mai davvero comprenderla.

Tuttavia, scrive sempre Viveiros de Castro, vi sono ancora popoli sulla terra che non sono interessati e che dicono: “Lasciatecene fuori. Non vogliamo avere niente a che fare con voi, non vogliamo niente da voi, Non ce Ia potete fare.” Quest’ultima frase viene attribuita a Kuiusi, un capo indigeno Kĩsêdjê, comunità del Mato Grosso minacciata dall’espansione delle coltivazioni di soia che stanno distruggendo i loro territori. Quando Greenpeace si reca sul posto per girare uno spot di sensibilizzazione con Gisele Bündchen, top model brasiliana, queste sono più o meno le parole di Kuiusi (commentate da Viveiros):

“Mi sembra tutto molto bello, mi sembra fantastico che vogliate aiutare… Ma con voi, bianchi, non si può. Non ce la potete fare. Avete le migliori intenzioni, ma la vostra natura è un’altra. Rovinerete tutto!”. Che io intendo come se avesse voluto dire: “Guarda, questa storia del mondo comune è molto bella, ma siete incurabili. Non esiste una cura per la malattia dell’Occidente. Il capitalismo non ha cura. Rovinerete tutto, cominciando da voi stessi.” (E. Viveiros de Castro 2023, Lo sguardo del giaguaro, Meltemi, p. 144).

Riuscirà mai l’uomo bianco a “lasciare in pace” chi non si identifica con lui? Universalizzare è sempre rischioso nei confronti delle culture. A quanto pare, anche per le nostre.

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