L’EUROPA E LA FINE DELL’ALLEANZA TRANSATLANTICA: DALLA NEGAZIONE STRATEGICA ALLA DIPENDENZA SCHIZOFRENICA

DiOld Hunter

13 Gennaio 2026
Mentre Washington ridefinisce apertamente l’Europa come subordinata piuttosto che come partner, Bruxelles persiste nel linguaggio dell’alleanza. Questa crescente discrepanza tra la strategia americana e l’autopercezione europea sta trasformando le relazioni transatlantiche in una pericolosa illusione.

di Ricardo Martins, journal-neo.su, 13 gennaio 2026   —   Traduzione a cura di Old Hunter

L’assunto che l’Europa rimanga un alleato naturale e duraturo degli Stati Uniti ha da tempo strutturato la politica estera e di sicurezza europea. Eppure, questo presupposto non è più condiviso a Washington, come sostenuto da Sven Biscop dell’Egmont Institute, un think tank tradizionale di Bruxelles. Sotto la seconda presidenza di Donald Trump, e articolata esplicitamente da eminenti figure politiche americane come J.D. Vance e Marco Rubio, gli Stati Uniti hanno formalmente ridefinito l’Europa non come un partner strategico, ma come una regione problematica, in declino e politicamente sospetta.

La Strategia per la Sicurezza Nazionale (NSS) degli Stati Uniti del 2025 cristallizza questo cambiamento. L’Europa non è più considerata un co-architetto dell’ordine internazionale, ma uno spazio da disciplinare, riformare o bypassare. Il rifiuto dell’Unione Europea di riconoscere questa realtà ha prodotto una relazione profondamente schizofrenica: l’Europa continua a parlare il linguaggio dell’alleanza, mentre gli Stati Uniti praticano sempre più una politica di gerarchia, condizionalità e interferenza.

Nelle sezioni seguenti, basandomi sulla tesi di Biscop, sostengo che l’alleanza transatlantica, così come storicamente intesa, sia di fatto finita. Ciò che rimane è una relazione asimmetrica e instabile in cui l’Europa si comporta come un attore dipendente, mentre Washington non concepisce più l’Europa come un alleato, ma come un soggetto subordinato la cui autonomia è indesiderabile. La persistenza della negazione europea di questa realtà non solo indebolisce la posizione strategica dell’UE, ma ne accelera anche la marginalizzazione geopolitica.

La fine dell’alleanza: dalla retorica alla dottrina

L’ostilità di Donald Trump nei confronti dell’Europa non è una novità. Durante la sua prima presidenza, ha ripetutamente descritto l’Unione Europea come un avversario economico e accusato gli stati europei di approfittare delle garanzie di sicurezza americane.

Ciò che contraddistingue il momento attuale è che questa ostilità si è spostata dalla retorica alla dottrina. La Strategia per la Sicurezza Nazionale del 2025 rappresenta una rottura qualitativa con l’ortodossia transatlantica del dopoguerra. L’Europa non è più inquadrata come un pilastro della leadership globale americana, ma come una regione le cui dinamiche politiche e sociali interne minaccerebbero la stessa civiltà occidentale, secondo l’NSS.

L’NSS invita esplicitamente gli stati europei ad assumersi la “responsabilità primaria” della propria difesa, segnando la fine delle garanzie di sicurezza incondizionate degli Stati Uniti. Il sostegno è subordinato alla spesa per la difesa, all’allineamento politico con Washington e alla volontà di adottare le politiche economiche e tecnologiche statunitensi. Allo stesso tempo, il documento accusa l’Unione Europea di limitare la libertà politica, minare la sovranità attraverso la governance transnazionale ed erodere la fiducia nella civiltà. L’implicazione è chiara: l’Europa non è più un partner affidabile, ma oggetto di sospetto ideologico.

Questa prospettiva è rafforzata da figure di spicco dell’amministrazione Trump. J.D. Vance ha ripetutamente descritto l’Europa come culturalmente decadente e politicamente in balia delle élite liberali ostili alla sovranità nazionale. Marco Rubio ha ribadito affermazioni simili, descrivendo l’UE come un’entità eccessivamente regolamentata che limita la libertà e il dinamismo economico. Insieme, queste narrazioni convergono verso un’unica conclusione: l’Europa non è un alleato la cui autonomia dovrebbe essere rafforzata, ma uno spazio la cui trasformazione interna dovrebbe essere incoraggiata dall’esterno.

Alleanza o vassallaggio? La NATO e l’asimmetria storica

L’erosione dell’alleanza non è iniziata con Trump. Le relazioni transatlantiche sono sempre state caratterizzate da un’asimmetria strutturale, in particolare all’interno della NATO, come sottolineato da Zbigniew Brzezinski nella sua fondamentale opera “La grande scacchiera”. Mentre Washington ha costantemente invocato la retorica della “partnership paritaria” e professato la propria fedeltà alla causa di un’Europa unita, nella pratica gli Stati Uniti sono stati meno chiari e meno coerenti, secondo Brzezinski. La NATO ha funzionato principalmente come strumento di influenza strategica statunitense sull’Europa. La leadership americana non era meramente militare, ma politica, plasmando la percezione della minaccia europea, le dottrine di difesa e persino i dibattiti interni sull’integrazione, seguendo l’ex consigliere per la sicurezza nazionale di Carter.

Questa asimmetria fu tollerata e spesso abbracciata dalle élite europee in cambio di garanzie di sicurezza. Tuttavia, scoraggiò anche l’emergere di una vera autonomia strategica europea. Gli Stati Uniti sostennero retoricamente l’integrazione europea, ma solo nella misura in cui non metteva in discussione il primato americano. Il tacito incoraggiamento di Washington all’ostruzionismo britannico verso una più profonda integrazione e la sua preferenza per la leadership tedesca rispetto all’ambizione strategica francese esemplificarono questa logica.

L’America di Trump ha semplicemente abbandonato la pretesa che questa asimmetria serva a un progetto condiviso. La NATO rimane utile nella misura in cui impone il trasferimento degli oneri, ma l’alleanza non è più concepita come una comunità di pari. L’assenza simbolica degli Stati Uniti dalle principali riunioni ministeriali della NATO nel dicembre 2025 ha illustrato vividamente questo cambiamento. Il messaggio era inequivocabile: ci si aspetta che l’Europa si comporti, ma non che guidi.

Negazione europea e schizofrenia strategica

Nonostante le crescenti prove, la leadership dell’UE continua a insistere sulla finzione dell’alleanza. Dichiarazioni di alti funzionari dell’UE, tra cui l’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri, Kaja Kallas, ribadiscono che gli Stati Uniti rimangono l’alleato più stretto dell’Europa. Questo discorso non riflette una valutazione strategica, ma una dipendenza politica. Permette alle istituzioni europee di evitare di affrontare le implicazioni del disimpegno americano, preservando al contempo le strutture di potere esistenti all’interno dell’UE.

Il risultato è una relazione schizofrenica. All’Europa viene chiesto di spendere di più per la difesa, di allinearsi ai controlli statunitensi sulle esportazioni, di confrontarsi economicamente con la Cina e di accettare una soluzione negoziata in Ucraina, il tutto negando al contempo voce strategica e rispetto. L’Europa deve fare di più, ma con minore autonomia. Questa contraddizione paralizza il processo decisionale europeo ed erode la fiducia dei cittadini.

Come ha sostenuto Sven Biscop, l’Europa non può più contare su una “partnership globale” con gli Stati Uniti. Il rapporto è diventato transazionale, condizionato e sempre più coercitivo. Insistere nel linguaggio dell’alleanza in queste condizioni non è diplomazia; è negazione.

Interferenza piuttosto che partnership

Forse la caratteristica più sorprendente del nuovo atteggiamento degli Stati Uniti è la sua apertura a intervenire nella politica interna europea. L’NSS sostiene esplicitamente il sostegno ai cosiddetti “partiti patriottici europei”, un velato riferimento ai movimenti di estrema destra ed euroscettici. Ciò rappresenta una rottura fondamentale con le norme della politica di alleanza. Gli alleati non coltivano l’opposizione politica all’interno dei rispettivi sistemi.

Tali pratiche pongono gli Stati Uniti come una fonte di minacce ibride per l’Unione Europea. L’obiettivo non è la partnership, ma la frammentazione: indebolire l’integrazione dell’UE, indebolire il potere normativo e liberare le aziende statunitensi dai vincoli europei. In questo senso, la politica americana nei confronti dell’Europa rispecchia sempre più strategie a lungo associate a Mosca.

La leva finanziaria inutilizzata dell’Europa

La tragedia dell’attuale posizione dell’Europa è che non è impotente. L’UE rimane il principale partner economico degli Stati Uniti, una superpotenza normativa e un nodo cruciale nelle catene globali di approvvigionamento. L’interdipendenza transatlantica è una realtà, non un fatto retorico. Eppure i leader europei non riescono sistematicamente a mobilitare questa leva.

Questo fallimento riflette una più profonda cultura politica di vassallaggio. Accettare le richieste americane appare più facile che articolare una strategia europea autonoma. La dipendenza strategica è diventata un’abitudine, anche quando non è più ricambiata. Come avverte Biscop, un simile comportamento invita a ulteriore mancanza di rispetto.

Conclusione: affrontare la realtà o accettare l’irrilevanza

L’alleanza transatlantica, così come l’Europa l’ha conosciuta dal 1945, è finita. Gli Stati Uniti non vedono più l’Europa come un alleato, ma come una regione subordinata la cui autonomia è indesiderabile e le cui politiche interne sono legittimi obiettivi di intervento. Il rifiuto dell’Europa di riconoscere questo cambiamento ha prodotto una relazione disfunzionale e umiliante.

La scelta che l’Europa si trova ad affrontare è netta: o affronta la realtà e avvia il lungo processo di ricostruzione della sovranità militare, strategica e politica, oppure accetta una progressiva irrilevanza in un mondo dominato dalla politica di potenza.

Biscop sostiene che l’Europa debba finalmente dichiarare la propria indipendenza dagli Stati Uniti e riconquistare la propria sovranità militare, strategica e politica. In caso contrario, il Vecchio Continente subirà la stessa sorte di Jugoslavia, Libia e Iraq, vittime della lotta di Washington contro i “regimi antidemocratici”.

Non ci saranno ulteriori segnali di allarme. La negazione è diventata la vulnerabilità più pericolosa per l’Europa.

Ricardo Martins 

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