HOLLYWOOD, IL MERCATO E NOI

DiMassimo Selis

12 Dicembre 2024
Gli Stati Uniti, Hollywood, l’ideologia del mercato, il bisogno di dover piacere, di essere appetibile. Partendo dal cinema e in particolare dal cinema statunitense, si evidenzia come la necessità di piacere agli altri e con essa l’ideologia del mercato siano la quintessenza della vita dell’uomo contemporaneo. E senza che molti se ne avvedano, dimostrano come l’idea stessa di uomo ad esse sottesa sia inconciliabile con ciò che l’uomo è in realtà, o perlomeno è in potenza.

Un paese costruisce e fortifica la sua influenza e finanche la sua egemonia veicolando prima di tutto un immaginario, un’idea e un sistema di vita che è molto di più che un insieme di valori esprimibili in concetti. Che gli Stati Uniti abbiano quindi raggiunto questo scopo utilizzando anche le arti e forse prima fra tutte il cinema è abbastanza logico e chiaro. Lo hanno fatto coscientemente, e non.

Tuttavia qui non vogliamo riferirci alla propaganda di ideologie, nemmeno troppo velate, quanto a qualcosa di molto più sottile, ma ancora più pervasivo. Qualcosa che è uno degli aspetti fondanti del moderno Occidente. Vogliamo parlare della schiavitù del dover piacere che cammina a braccetto con un altro pilastro dell’era moderna, l’individualismo. E questo aspetto, prima ancora che erompere dalle storie del grande schermo, aleggia attorno a tutta l’industria cinematografica statunitense e più in generale alle varie forme d’arte.

Il “piacere agli altri” giunge sino ad essere una condanna, una schiavitù. E come è diffusa tale schiavitù che opprime l’uomo d’oggi, restringendone gli spazi e l’immaginazione, senza ovviamente che lui ne abbia la benché minima consapevolezza!

Nella storia di Hollywood sono tanti i casi di star cadute velocemente nell’oblio e negli abissi delle dipendenze. Di giovani promesse portate sotto i riflettori e poi gettate vie perché “non servivano” più, non attraevano più. Così come da sempre in questi ambienti vi sono stati scandali e ricatti sessuali. E non pensiamo che siano stati condotti solo da una parte, quella maschile.

Hollywood ha sempre propagandato il mito delle celebrità belle e inarrivabili, che scatenavano un insano desiderio in milioni, anzi miliardi di fan. Un piacere che da libero si fa senza volerlo obbligato e obbligante. Si deve piacere, pena l’esilio, la morte artistica, il baratro della depressione e quant’altro. E cosa non fare allora per piacere, per arrivare là dove il meraviglioso gioco ha inizio?

Incapace di scrutarsi dentro, di ascoltare i bisogni della propria anima, l’uomo moderno ha solo l’altro, la società, il proprio gruppo, come unico specchio che gli rimanda un’immagine di sé. Non dispiacere diviene la preoccupazione massima rappresentata in molteplici sfumature. Non dovrebbe certo stupire che proprio la patria del liberismo giudaico-protestante lo incarni alla perfezione. Essa è infatti la lente d’ingrandimento che ci aiuta a vedere meglio i mali e le storture del nostro tempo.

“Bisogna intessere relazioni”, grida a gran voce il dittatore invisibile.  “E più se ne hanno, più si vale”, aggiungono in coro i fedeli. È necessario ottenere riconoscimenti e onori, altrimenti non si è nulla. Bisogna evitare con ogni mezzo di dire o fare alcunché di scomodo per non perdere terreno sugli altri, sempre pronti a sopravanzarti, a scalzarti per un niente che sembra oro solo agli sciocchi. La competizione è il sale della vita. Questi, i comandamenti nuovi!

«Be careful whose toes you step on today, they may be connected to the ass you have to kiss tomorrow» (Fai attenzione alle dita dei piedi che pesti oggi, potrebbero essere collegate al culo che dovrai baciare domani) – ci si perdoni la volgarità – è un’espressione molto utilizzata negli Stati Uniti e ci è capitato di ascoltarla più volte anche da alcuni esponenti del mondo del cinema mentre raccontavano i loro inizi di carriera, o quando volevano dare consigli a chi volesse intraprendere la stessa strada. Talvolta la seconda parte viene declinata diversamente riferendosi al posteriore di qualcuno che, un domani, non potrai prendere a calci, perché in una posizione di potere o di supremazia nei tuoi confronti.

Neanche troppo tra le righe si intuisce come questa visione porti, molto oltre il limite consentito e ragionevole, il senso dell’avere riconoscenza verso chi ti ha sostenuto, appoggiato, ti ha saputo consigliare in un momento di difficoltà, di indecisione, o agli inizi del tuo percorso professionale.

E questo dover piacere si concretizza ovviamente anche verso l’esterno, verso il pubblico. In America il cinema è stato costruito da subito, più che in ogni altro paese, come un’industria, è entertainment, ovvero spettacolo, intrattenimento. E come tale ha il dovere di piacere al pubblico, di essere un buon prodotto per il mercato. Lo si deve vendere come qualsiasi altra merce. Deve essere quindi facilmente fruibile, comprensibile e apprezzabile. Il cinema americano si è sempre contraddistinto per la “solidità” delle sceneggiature, per la struttura narrativa ispirata alla divisione in tre atti di aristotelica memoria. Per loro il cinema è sempre e solo stato narrazione di storie attraverso le immagini. Hanno codificato tutto: l’impianto narrativo, con le ulteriori suddivisioni interne ai vari atti, e la grammatica cinematografica, ovvero quel codice che associa ad ogni tipo di inquadratura, di movimento di macchina, un particolare senso, significato. Le eccezioni vi sono, certo, ma restano solo delle eccezioni, e alquanto modeste e rare. Rimane fuori la parte migliore, la poesia. L’immagine non acquisisce mai un potere evocativo, capace di mostrare ciò che non si vede, di raccontare oltre l’azione, caratteristica invece di diversi cineasti europei e orientali. Il cinema americano è nella sua essenza, tipicamente e perfettamente espressione dello spirito di questo tempo. Uno spirito che la supremazia politica ed economica statunitense dell’ultimo secolo ha contribuito ovviamente a costruire e certificare. E noi?

Non viviamo forse anche qui un gigantesco e onnicomprensivo mercato? Persino l’essere umano vi entra. Persino il suo corpo. Ci si ostina però a non voler comprendere come questi siano solo gli esiti inevitabili e tragici di una società che nei secoli si è sempre più allontanata dagli Eterni Principi. E chi si indigna, senza vederne le cause lontane, fa solo un ridicolo moralismo che alla fine è funzionale alla deriva. Anche l’arte e il cinema, ovviamente, sono vittima della medesima sorte. Se un film incassa poco, vale poco. Se poi è stato realizzato anche con fondi pubblici, allora l’indignazione sale a livelli massimi. E così la pensano proprio quelli che poi combattono l’abominio dell’utero in affitto. Meraviglie e cortocircuiti della modernità!

La grande arte, specialmente in questi ultimi secoli sempre più bui, non può in alcuna misura essere soggetta alle dinamiche del numero, del riconoscimento immediato. Se è davvero grande, sopravanza sempre l’umanità nella quale viene creata. Il suo valore e il suo successo non si misurano in settimane o mesi, ma in secoli, se volessimo sempre restare dentro un computo del tutto umano. Ma per sostenere e finanziare tale arte, è necessario recuperare il genuino senso del rischio, è necessario sentirsi bisognosi di voci spiazzanti, profetiche oseremmo dire.

Noi al contrario cerchiamo di realizzare ciò che è “spendibile”, in ogni ambito: anche la formazione e l’istruzione servono esclusivamente per trovare lavoro. Davanti ai discorsi sopra esposti, la maggior parte delle persone ne riderebbe, trovandoli illusori e inutilmente idealistici. Perché manca la comprensione dei presupposti di fondo.

Noi, anche al di fuori del ristretto campo del cinema e dell’arte, cerchiamo visualizzazioni, follower, come si dice oggi. Andiamo in cerca del “nome” che farà accorrere il pubblico alla nostra diretta o conferenza. Utilizziamo tecniche di comunicazione ed espedienti per attrarre pubblico.

Nel medioevo, ad esempio, le corporazioni delle arti e mestieri vietavano l’uso della pubblicità perché il valore e la bellezza delle loro opere doveva affermarsi di per sé. Altri tempi, direbbe qualcuno. Pensiamo piuttosto che erano “altri uomini”.

Siamo una società talmente liquefatta che non abbiamo argini, sostegni e quindi siamo tutti schiavi del mercato, fosse anche il mercato che sta dentro il nostro piccolo “gruppo di riferimento”. E quindi siamo schiavi del numero, della quantità, del dover piacere.

Qui però non si vuole affatto far scivolare lo sguardo verso un passato lontano, non si vuole fare del ridicolo nostalgismo, quanto piuttosto far comprendere che le derive ultime a cui assistiamo hanno origini molto antiche. E tutti ne siamo infetti. C’è stata una vera e propria rivoluzione antropologica incominciata molti secoli addietro e noi, senza volerlo, ragioniamo e agiamo identificando l’essere umano attuale come se fosse appunto l’uomo. E non invece una sua sbiadita controfigura. Ah, se davvero si approfondisse questo! Perché c’è molto da approfondire.

Da qui dovrebbe discendere il fatto che la chiamata alla presente umanità non è allora quella di galleggiare nella mediocrità, nello scegliere il male minore, nell’accontentarsi del cinema non infarcito di ideologie, quanto quella di elevarsi sontuosamente sopra le secche di questa “non vita”. Nel tornare a comprendere e sperimentare che lo spirito deve incarnarsi proprio nelle cose “del mondo”, nel lavoro, nelle dinamiche sociali ed economiche, nell’arte. È un enorme cambiamento quello a cui siamo chiamati. Lo sappiamo. Ma non possiamo lamentarci del piano inclinato su cui camminiamo se non comprendiamo che è anche responsabilità nostra.

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