di Ramzy Baroud per CounterPunch del 25.12.2024 – Traduzione a cura di Old Hunter
Dopo un assedio durato dieci giorni, il 14 dicembre l’Autorità Nazionale Palestinese ha iniziato un violento raid nel campo profughi di Jenin, nella Cisgiordania settentrionale.
Le forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno utilizzato tattiche simili a quelle impiegate dalle forze di occupazione israeliane nei loro attacchi di routine nella zona.
Il campo, che ha una superficie di appena mezzo chilometro quadrato, ospita una popolazione in continua crescita di 24mila rifugiati, per lo più discendenti dei palestinesi sottoposti a pulizia etnica da parte delle milizie sioniste durante la grande catastrofe, o Nakba, del 1948.
Il raid è cominciato con un serrato assedio, seguito da un attacco da più direzioni che ha provocato l’uccisione di un giovane disarmato, Rebhi al-Shalabi, 19 anni, e poi di un ragazzino di 13 anni, Muhammad al-Amer.
Le forze dell’Autorità Nazionale Palestinese hanno anche ucciso Yazid Ja’ayseh, comandante delle Brigate Jenin, che era sfuggito ai tentativi di assassinio da parte di Israele per il suo ruolo di leader sell’unificazione di tutti i combattenti della resistenza palestinese sotto l’egida di un unico gruppo.
Come prevedibile, Israele è ampiamente soddisfatto dell’azione dell’AP contro la Resistenza palestinese, anche se si aspetta di più. “L’Autorità Nazionale Palestinese ha agito risolutamente contro i combattenti di Hamas e della Jihad Islamica nelle ultime settimane, hanno affermato fonti dell’esercito e dello Shin Bet, ma i funzionari israeliani hanno espresso la speranza che la loro efficacia possa essere incrementata”, ha riferito Haaretz.
In effetti, Israele ha tentato di sottomettere Jenin 80 volte solo nell’ultimo anno, uccidendo più di 220 persone, secondo quanto riferisce Al Jazeera, che cita fonti del Ministero della Salute palestinese.
Attaccando Jenin, l’Autorità Nazionale Palestinese sta aiutando l’esercito israeliano in più di un modo: sta uccidendo e arrestando combattenti della Resistenza anti-israeliana, consumando l’energia e le risorse della Resistenza, consentendo a Israele di risparmiare migliaia di soldati in modo che possano continuare il genocidio a Gaza, e molto altro.
Per molti, in particolar modo per i sostenitori della Palestina in tutto il mondo, l’azione dell’AP è quantomeno confusa. Coloro che sono sorpresi dalle politiche anti-Resistenza di Mahmoud Abbas e della sua Autorità, tuttavia, sono spinti dall’erronea convinzione che l’AP sia un rappresentante legittimo del popolo palestinese e che si comporti in modo coerente con le aspirazioni collettive di tutti i palestinesi.
Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. Per molti anni, l’AP ha smesso di svolgere qualsiasi ruolo che si discosti dagli interessi di una piccola cricca di personaggi benestanti dell’élite filo-USA e filo-israeliani che si sono arricchitì, mentre milioni di palestinesi continuano a subire il genocidio israeliano a Gaza e un violento sistema di apartheid e occupazione militare in Cisgiordania e a Gerusalemme Est.
L’esempio più eloquente e recente è che, a poca distanza da Jenin, coloni ebrei israeliani illegali e violenti hanno bruciato la moschea Bir Al-Walidin nella città di Murda, vicino a Salfit, a meno di 70 chilometri da Jenin. Né in questo caso, né in nessuno dei centinaia di pogrom dei coloni condotti contro i palestinesi in Cisgiordania nell’ultimo anno, o anche prima, la sicurezza dell’AP non ha mai intrapreso alcuna azione per affrontare le milizie armate ebraiche, né tantomeno l’esercito di occupazione.
Ma come ha fatto l’ANP a trasformarsi da presunto progetto nazionale – almeno in teoria – in un altro ramo dell’occupazione israeliana?
Si potrebbe sostenere che l’AP è stata strutturata fin dalla sua fondazione nel 1994 come un organismo la cui esistenza era rivolta a favorire l’occupazione israeliana. Ci sono molte prove che corroborano questa affermazione, tra cui gli arresti, le torture e le uccisioni di palestinesi dissidenti subito dopo la creazione dell’AP.
La CIA si è impegnata direttamente nel supporto dell’AP fin dall’inizio, espandendo il suo ruolo già nel 1996 in seguito a una serie di attacchi di rappresaglia palestinesi contro obiettivi israeliani nelle principali città. Fu allora che il direttore della CIA George Tenet divenne un attore importante nel dare forma alle politiche delle forze di sicurezza dell’AP, preparandola per massicce repressioni sui gruppi della Resistenza palestinese.
Questo coinvolgimento era una condizione diretta per il sostegno finanziario degli Stati Uniti durante l’amministrazione di Bill Clinton, il tipo di sostegno che gettò i semi del conflitto tra Fatah e Hamas, che raggiunse il suo apice nell’estate del 2007.
Il coinvolgimento degli Stati Uniti – e di altre forze armate di regimi clienti degli Stati Uniti nella regione – è diventato ancora più evidente sotto la guida del tenente generale statunitense Keith Dayton, che ha contribuito ad addestrare, preparare ed equipaggiare le Forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese (NSF), producendo diversi battaglioni di giovani reclute (tra i 20 e i 22 anni) per combattere i loro connazionali palestinesi in nome del ripristino della legge e dell’ordine.
Quel presunto ripristino della legge è iniziato sul serio già nel 2005 e continua fino a oggi. È interessante notare che questo è lo stesso linguaggio che l’AP sta attualmente usando per giustificare la sua guerra al campo profughi di Jenin.
Un portavoce delle forze di sicurezza dell’Autorità Nazionale Palestinese, Anwar Rajab, ha recentemente dichiarato ad Al Jazeera che l’obiettivo del raid su Jenin è quello di “perseguitare i criminali” e i trasgressori della legge e di “impedire che il campo diventi un campo di battaglia come Gaza”.
Paragonare i combattenti della Resistenza ai criminali e collegare questa presunta criminalità alla Resistenza di Gaza è il tipico discorso dell’Autorità Nazionale Palestinese sulla resistenza, un discorso che gli Stati Uniti e Israele hanno impiegato anni per elaborarla e perfezionarla, probabilmente rendendo l’Autorità Nazionale Palestinese il più grande risultato di Israele e degli Stati Uniti negli ultimi decenni.
Questo comportamento e questo linguaggio possono essere ricondotti a una famosa affermazione dello stesso generale Dayton, che in un discorso del 2009 celebrò la più grande creazione degli Stati Uniti in Palestina:
“E ciò che abbiamo creato – e lo dico con umiltà – ciò che abbiamo creato sono uomini nuovi… al ritorno di questi nuovi uomini della Palestina, hanno dimostrato motivazione, disciplina e professionalità, e hanno fatto una tale differenza”.
In effetti, i “nuovi uomini della Palestina” stanno facendo tutta la differenza richiesta dagli Stati Uniti e da Israele: stanno combattendo la stessa Resistenza palestinese che difende Jenin dall’assalto israeliano, Nablus dai pogrom dei coloni armati e Gaza dal genocidio.
Nessuno di questi “uomini nuovi” – il cui numero si conta in decine di migliaia – ha mosso un dito per aiutare i propri fratelli che continuano a morire di fame nella Striscia di Gaza, torturati e violentati in massa, bruciati vivi a Jabaliya e Khan Yunis, e che tuttavia continuano a combattere e morire a migliaia, da soli.
Dire che l’AP ha tradito i palestinesi, tuttavia, è un’affermazione inesatta. L’AP non è mai stata creata, finanziata e armata dagli USA e da Israele come forza di liberazione, ma come ostacolo alla liberazione palestinese. Stiamo assistendo alla prova finale di questa affermazione. Sta avvenendo a Jenin ora; e in effetti, in tutta la Cisgiordania.
Naturalmente, l’AP non sarà in grado di schiacciare la Resistenza palestinese, che neppure il presunto potente esercito israeliano è riuscito a sottomettere nel corso degli anni. Ma la domanda rimane: per quanto tempo sarà consentito all’AP di svolgere il ruolo di esecutori dell’occupazione israeliana e protettore dei coloni, pur continuando a promuoversi come custode dei diritti, della libertà e dello stato palestinese?
Ramzy Baroud è un giornalista e direttore di The Palestine Chronicle. È autore di cinque libri. Il suo ultimo è “These Chains Will Be Broken: Palestinian Stories of Struggle and Defiance in Israeli Prisons” (Clarity Press, Atlanta). Il dott. Baroud è un ricercatore senior non residente presso il Center for Islam and Global Affairs (CIGA), Istanbul Zaim University (IZU). Il suo sito web è www.ramzybaroud.net
