PERCHÉ L’IRAN E GLI STATI UNITI SONO ANCORA PROFONDAMENTE DIVISI SU UN NUOVO ACCORDO NUCLEARE

DiOld Hunter

22 Maggio 2025

di Elijah Magnier per il suo ejmagnier.com del 22 maggio    —    Traduzione a cura di Old Hunter

Con l’acuirsi delle tensioni e lo stallo dei negoziati, gli Stati Uniti e l’Iran rimangono divisi sulla questione centrale dell’arricchimento dell’uranio, facendo rivivere lo spettro di un’ennesima rottura diplomatica, nonostante il riconoscimento reciproco dell’alta posta in gioco in termini economici e di sicurezza.

A più di otto anni dalla firma del Piano d’Azione Congiunto Globale (Joint Comprehensive Plan of Action, JCPOA), l’accordo nucleare, un tempo promettente, è ormai di fatto morto. Tuttavia, le posizioni radicate dei suoi due principali firmatari, gli Stati Uniti e l’Iran, permangono. Mentre entrambe le parti stanno esplorando con cautela la possibilità di un nuovo accordo, la questione che ha bloccato i precedenti tentativi domina ancora l’agenda: l’arricchimento dell’uranio.

Mentre l’amministrazione Trump ha ripetutamente affermato che “l’Iran non dovrebbe arricchire l’uranio a nessun livello”, i negoziatori iraniani e i funzionari vicini al processo sostengono che ciò non costituisce solo una violazione dei diritti sovrani dell’Iran, ma anche una richiesta irrealistica che mette a rischio qualsiasi futuro accordo.

Il problema principale: Tecnologia e sovranità

Al centro dell’impasse c’è il programma di arricchimento dell’uranio dell’Iran. In base al JCPOA del 2015, all’Iran è stato permesso di arricchire l’uranio fino a una purezza del 3,67% – adatta alla produzione di energia civile – e a un livello leggermente superiore per usi scientifici e medici limitati. Queste disposizioni erano accompagnate da una rigorosa supervisione da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

Tuttavia, il ritiro unilaterale dell’amministrazione Trump dall’accordo nel 2018 e la successiva reintroduzione di sanzioni a tappeto hanno spinto l’Iran a violare gradualmente i limiti del JCPOA. Nel 2023, l’Iran aveva accumulato scorte di uranio arricchito al 60%, un breve balzo tecnico rispetto alla purezza del 90% necessaria per le armi.

Per Teheran, il diritto all’arricchimento non è negoziabile. “Questa conoscenza non può essere dimenticata. Abbiamo sopportato decenni di sanzioni, sabotaggi e isolamento per padroneggiare questa tecnologia. Nessun Paese rinuncerebbe volentieri a una simile conquista”, ha dichiarato un funzionario iraniano che ha familiarità con i colloqui in corso.

Questa posizione riflette un più ampio consenso nazionale che attraversa le fazioni politiche iraniane. Anche i fautori dell’impegno con l’Occidente, tra cui i moderati riformisti, insistono sul fatto che qualsiasi nuovo accordo debba preservare l’autonomia tecnologica dell’Iran.

La posizione degli Stati Uniti: Nessun percorso verso la bomba

Dal punto di vista di Washington, la questione dell’arricchimento non riguarda tanto le soglie tecniche quanto la fiducia strategica. Un alto funzionario statunitense, parlando in modo informale, ha dichiarato che: “La tempistica per una esplosione nucleare dell’Iran è pericolosamente diminuita. Con le sue scorte e le sue centrifughe avanzate, potrebbe produrre materiale fissile per una bomba in poche settimane”.

Mentre l’Iran sostiene che il suo programma nucleare è pacifico e rientra nel quadro del Trattato di non proliferazione (TNP), lo scetticismo rimane profondo negli Stati Uniti e tra i suoi alleati europei. La scoperta di tracce nucleari non dichiarate in diversi siti iraniani nel 2022, come riferito dall’AIEA, ha ulteriormente alimentato i sospetti occidentali (basati su rapporti di intelligence israeliani gonfiati e inaffidabili), nonostante l’offerta iraniana di cooperare con gli ispettori.

Di conseguenza, dal punto di vista degli Stati Uniti, qualsiasi nuovo accordo deve eliminare la capacità dell’Iran di arricchire l’uranio a qualsiasi livello o percentuale. L’amministrazione Trump, sotto la pressione del Congresso e di alleati regionali come Israele, ha poco spazio per la flessibilità su questo punto.

Sanzioni e difficoltà economiche

L’Iran è pienamente consapevole del peso economico della sua continua ribellione. L’economia del Paese, già colpita da decenni di sanzioni dal 1980, è stata ulteriormente messa a dura prova da successive ondate di restrizioni che hanno colpito i settori bancario, petrolifero, navale e tecnologico.

Un funzionario di Teheran ha dichiarato: “Le sanzioni hanno interrotto il nostro accesso ai mercati globali e ai sistemi finanziari, ma non hanno messo in ginocchio il Paese. L’Iran si è adattato attraverso reti alternative e partnership con Paesi che condividono interessi comuni, come Turchia, Cina e Russia. La capitolazione non è sul tavolo”.

L’Iran ha infatti rafforzato i suoi legami strategici con Russia e Cina, firmando accordi di cooperazione economica e militare a lungo termine. Queste relazioni hanno garantito a Teheran un margine di manovra economico e il sostegno diplomatico presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Tuttavia, la svolta iraniana verso est non è una soluzione sostenibile per la sua economia, soprattutto se gli Stati Uniti si dimostrano pronti a intensificare ulteriormente la pressione delle sanzioni.

In effetti, la Guida Suprema Ayatollah Ali Khamenei e il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC) hanno da tempo inquadrato la questione nucleare non solo come una questione di interesse nazionale, ma come un fronte ideologico di resistenza. L’abbandono dell’arricchimento dell’uranio verrebbe interpretato come una resa, un’interpretazione che trova profonda eco nell’élite politica e militare iraniana.

Ispezioni: Una possibile via di mezzo

Un settore in cui l’Iran sembra più flessibile è la sua apertura alle ispezioni. I funzionari iraniani si sono detti disposti ad accettare un monitoraggio rigoroso da parte dell’AIEA, che potrebbe persino superare i requisiti del Protocollo aggiuntivo, a condizione che venga formalmente riconosciuto il diritto dell’Iran all’arricchimento e che vengano revocate tutte le sanzioni con garanzie credibili che gli Stati Uniti non faranno marcia indietro sull’accordo.

Questo compromesso è stato brevemente discusso durante i colloqui a due con l’Oman nel 2023 e di nuovo durante i negoziati facilitati dall’UE all’inizio del 2024. È riemerso anche nelle ultime settimane grazie alla mediazione dell’inviato statunitense Steve Wietkoff. Tuttavia, Wietkoff avrebbe respinto la proposta iraniana di un meccanismo di verifica graduale in cambio di una riduzione graduale delle sanzioni.

I negoziati si sono nuovamente arenati, poiché i negoziatori occidentali chiedono una riduzione radicale e irreversibile della capacità di arricchimento dell’Iran. L’Iran, da parte sua, è pronto alla trasparenza, ma non a cedere alle richieste americane.

I rischi di una situazione di stallo vanno oltre l’Iran e gli Stati Uniti. In tutto il Medio Oriente cresce l’ansia per le conseguenze di uno stallo prolungato. La leadership israeliana ha accennato a opzioni militari, mentre gli Stati regionali invocano sempre più spesso la diplomazia e il contenimento.

Un accordo senza il JCPOA?

Sebbene pochi credano che il JCPOA originale possa essere rianimato nella sua forma del 2015, c’è un cauto ottimismo sul fatto che possa emergere un nuovo quadro che consenta un arricchimento limitato nell’ambito di salvaguardie rafforzate, un alleggerimento graduale delle sanzioni e garanzie reciproche.

La sfida sta nell’armonizzare le tempistiche e le aspettative. L’Iran chiede garanzie immediate di alleggerimento delle sanzioni, mentre gli Stati Uniti insistono per uno smantellamento verificabile. La profonda erosione della fiducia – aggravata dall’assassinio degli scienziati nucleari iraniani, dalla mancanza di impegno degli Stati Uniti sotto il presidente  Obama anche durante il primo anno del JCPOA, dal cyberattacco Stuxnet, dai sabotaggi in corso e dal ritiro unilaterale dell’America – rende il coordinamento estremamente precario.

Con i negoziati che si trascinano, i contorni di un nuovo accordo rimangono sfuggenti. Per ora, sia l’Iran che gli Stati Uniti sembrano intrappolati in un paradosso: riconoscere il costo del fallimento, ma non essere disposti a offrire le concessioni necessarie per il successo.

Il rifiuto dell’Iran di abbandonare il programma di arricchimento dell’uranio è profondamente radicato nell’identità nazionale e nell’esperienza storica. Per gli Stati Uniti, permettere all’Iran di mantenere tali capacità è visto come una minaccia strategica. A meno che queste narrazioni contrastanti non vengano riconciliate – o almeno compartimentate – la speranza di un accordo duraturo rimarrà fragile.

In assenza di un accordo, la regione rischia ancora una volta di precipitare in una spirale di scontri.

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