“SII AMICO DELLO STRANIERO”. VITA, RITUALI E MAGIA DI UNO SCIAMANO AFRICANO [DIARIO DI UN MZUNGU #06]*

DiDomenico Fiormonte

27 Maggio 2025

Dopo una lunga pausa, dovuta a impedimenti africani più ostinati del solito, il Diario del Mzungu torna con una puntata speciale dedicata alla spiritualità africana. Attraverso le vicende dello “sciamano e professore”, il burkinabé Malidoma Patrice Somé, autore di due libri straordinari, verremo introdotti alla complessa e sofisticata visione della realtà della cultura Dagara.

“Mi chiamo Malidoma. Il mio nome significa, più o meno, Sii amico dello straniero/nemico.” Inizia così, con una eco dell’epica di Moby Dick (“Chiamatemi Ismaele”), uno dei libri più straordinari mai scritti sulla spiritualità africana. L’autore è Malidoma Patrice Somé, nato a Dano, nell’attuale Burkina Faso, nel 1956 e morto nel 2021 all’indomani di uno dei suoi periodici viaggi di ritorno nella sua terra. Il nome Malidoma, come racconta nel suo Dell’acqua e dello spirito, è un atto programmatico, un destino e un “incarico” che gli viene conferito per divinazione da suo nonno Bakhye, potente stregone della tribù Dagara. Secondo i Dagara, ciascuno a questo mondo nasce con un fine preciso e la persona deve scoprire quale sia questo scopo, “affinché le venga assicurata una vita equilibrata ed integrata allo scopo”. In questo caso, la missione di Malidoma è quella di incontrare lo “straniero/nemico” e costruire un ponte, una connessione capace di far conoscere la spiritualità africana in Occidente e riportare in Africa le conoscenze della civiltà dei bianchi. Malidoma, non senza profondo turbamento e al termine di una doppia iniziazione, accetterà il compito affidatogli dagli avi, immergendosi nella cultura occidentale. Dopo tre master (di cui uno alla Sorbona) e due dottorati, diverrà professore di Letteratura e Francese all’Università del Michigan di Ann Arbor. Solo al termine di un decennio di permanenza negli Stati Uniti deciderà finalmente di raccontare la sua storia, aprendo un nuovo capitolo della sua esistenza, via via affiancando al lavoro di autore e insegnante l’attività di guida spirituale, uomo-medicina e sciamano.


Non è facile riassumere un’opera che si legge d’un fiato, ma è allo stesso tempo sfaccettata e complessa: autobiografia, riflessione socioculturale, analisi antropologica e (soprattutto nel secondo libro, La
saggezza guaritrice dell’Africa
), introduzione alla cosmologia e ai rituali Dagara. Le riflessioni storiche, sociologiche, antropologiche e politiche dell’autore si intrecciano con le descrizioni di rituali magici vissuti in prima persona e sui quali il ricercatore occidentale è chiamato a un atto di fede. Il primo libro, Dell’acqua e dello spirito, dal quale ho tratto la maggioranza delle citazioni, è la storia di questa doppia
iniziazione. Il racconto stesso, come l’autore, svolge il ruolo di “ponte” fra mondi: Africa e Occidente, ma, soprattutto, spirito e materia. Come anche in altre antiche culture e religioni, non solo dell’Africa, queste due dimensioni sono comunicanti e il compito di alcuni esseri umani è quello di ricavare o mostrare passaggi, cerniere e punti di contatto fra l’uno e l’altro.


Il primo rito di passaggio di Malidoma è la discesa negli inferi della violenza coloniale. All’età di quattro anni viene prelevato a forza nel suo villaggio da un gesuita francese, Padre Maillot, che lo costringe a
vivere nella vicina missione. La pratica di sottrarre bambini e bambine dai villaggi per farne “buoni cristiani”, ma soprattutto preti e suore, non era così rara nell’Africa sub-sahariana. Da quel momento Malidoma, per quindici anni, non vedrà più i suoi genitori. Fino a quando, ormai ventenne, fuggirà dal
seminario di Nansi in seguito a una drammatica e violenta lite con un insegnante. Ma gli anni di
indottrinamento culturale e religioso avranno fatto tabula rasa delle sue radici indigene e quando tornerà nel suo villaggio, oltre a scoprire di essere straniero e ostile alla sua stessa terra, non ricorderà una sola parola della lingua madre: “l’alfabetizzazione ci è stata letteralmente conficcata a suon di botte sotto la nostra pelle (…). Il sapere europeo si trova a suo agio quando viene attentamente impacchettato in una frusta ed elargito con regolarità.”


Gli abitanti del villaggio sono sconvolti dagli effetti della cultura dei bianchi che appare come un veleno e un pericolo per tutti: “era come se l’istruzione distruggesse le capacità di apprendere il sapere indigeno che io tentavo di rivendicare.” Gli anziani sono molto preoccupati e alcuni di loro suggeriscono apertamente di allontanare il giovane Malidoma perché ormai compromesso “dal mondo dell’irrazionale” (una delle espressioni usate per denominare il mondo dei bianchi…): “Non ci si può fidare di chi disegna il linguaggio su un foglio”, afferma il consigliere Fiensu. Alla fine, il Consiglio degli anziani, sondato il cuore di Malidoma, decide di ammetterlo al lungo e pericoloso rito di iniziazione, il Baor. La motivazione addotta dai saggi riflette la profonda consapevolezza del momento di crisi del proprio sistema culturale e al contempo suona quasi come un manifesto di strategia politica: “le persone che gli hanno insegnato tutto quello che conosce, nulla sanno di noi. Noi nulla sappiamo di loro. Chi è l’uomo bianco? Qual è la sua stregoneria? Chi può rispondere ai nostri interrogativi? Io credo che se noi apriamo la pancia di questo ragazzo, vedremo molte cose che avremmo dovuto conoscere fin dall’inizio. (…) Tutti crediamo che vi sia un motivo per il quale le cose entrano in contatto reciproco. Io dico, lasciamo che questo ragazzo venga iniziato.”

Malidoma Patrice Somé

I Dagara non si sognano minimamente di negare il valore della cultura dei bianchi e i loro sconfinati poteri. Ma, al contrario di noi, desiderano conoscere, comprendere e farsi comprendere. In che modo? Qui inizia la parte più affascinante di Dell’acqua e dello spirito. Il racconto di ciò che avviene nelle sei settimane del ritiro iniziatico è il rovescio esatto del viaggio nell’inferno dei bianchi. Se gli occidentali “hanno dimenticato qual è il loro scopo nella vita”, il “Baor” è un viaggio ai confini della coscienza per recuperare e individuare il proprio sé: “Ognuno di noi ha un suo centro dal quale si era allontanato dal giorno della nascita. Nascere significa perdere il contatto con il nostro centro e crescere passando dall’infanzia all’età adulta ci ha allontanato da esso.”

Una delle prime prove del Baor è denominato “la conoscenza dell’albero” e consiste nello scegliere un albero e contemplarlo, fino all’emergere di una potente visione. Malidoma, tuttavia, nonostante gli sforzi, sembra fallire la prova. A quel punto, in sua presenza, si svolge un drammatico dialogo fra due anziani che interpreta e svela la natura paradossale di quel rovesciamento: “Quale che sia la conoscenza che ha acquisito nella scuola dell’uomo bianco, questa deve aver danneggiato la sua capacità di andare oltre il velo. Qualcosa che gli hanno fatto gli sta imponendo di non vedere l’albero. Non si può insegnare a un ragazzo a cospirare contro se stesso. Che razza di maestro potrebbe mai insegnare una cosa del genere? Sicuramente non è stato l’uomo bianco a fargli questo. Può essere che il potere dell’uomo bianco possa manifestarsi e concretizzarsi solo dopo che egli ha seppellito la verità? Come può una persona acquisire il sapere se non riesce a vedere?”

Il paradosso del potere dell’uomo bianco è quello di manifestarsi dunque come una rimozione (“seppellimento”) della verità e il suo sapere, per quanto infinitamente potente, non vede. Ovviamente non si tratta delle verità assolute o rivelate delle religioni monoteiste o di quelle universali della rivoluzione scientifica moderna. Qui verità sta soprattutto per mistero. Andando avanti nella lettura scopriremo che la cecità occidentale – che oggi scopriamo essere letterale – non è solo il frutto della frattura fra spirito e materia, ma anche del divorzio dalla natura. Anzi, di fatto, è la materia, ancor prima che lo spirito, a essere tradita. La forza distruttiva e autodistruttiva dei bianchi è ciò che più preoccupa i saggi: “I nostri anziani sono convinti che l’Occidente corra un grave pericolo.” Tale pericolo è una sorta di riflesso, un riverbero del male che essi hanno compiuto nei confronti degli indigeni, sterminandoli e cancellando la loro cultura. La concezione Dagara dell’esistenza, tuttavia, non prevedendo separazione fra gli esseri umani, vede la violenza come un’unica e policentrica forza annientatrice. Per evitare la catastrofe, dunque, l’uomo bianco non deve essere combattuto, ma curato. C’è un passo di una lettera di James Baldwin, il grande autore e leader dei diritti civili afroamericano, dove spiega al nipote come la chiave della libertà dei neri sia legata all’accettazione dei bianchi e, paradossalmente, alla loro stessa liberazione: “Il fatto veramente mostruoso, mio carissimo, è che invece sei tu che devi accettare loro. Dico sul serio: devi accettarli, e con amore anche. Quegli innocenti, infatti, non hanno nessuna speranza. In realtà sono ancora prigionieri di una storia che non capiscono, e finché non la capiranno non saranno in grado di liberarsene. (…). Eppure quegli uomini sono i tuoi fratelli, i tuoi perduti fratelli minori. E se mai la parola integrazione ha un significato, è questo: che noi, con amore, costringeremo i nostri fratelli a vedersi per come sono veramente.”

Anche sul tema del Potere dei bianchi, è interessante leggere che cosa scrive Baldwin: “Chi si ritiene bianco ha la scelta tra diventare umano o irrilevante. O obsoleto: com’è già, anzi, in tutto tranne che nella realtà dei fatti. Perché, se la pena non dura in eterno, come ci dice il Predicatore, non dura in eterno nemmeno il Potere, ed è dalla realtà o dalla speranza o dal mito del Potere che sembra dipendere l’identità che si dà il nome di bianco.” Una identità e un Potere che, come affermano sopra gli anziani riuniti nel Baor, sono legati alla distruzione della verità, ovvero del legame con il mondo spirituale. Più laicamente, per Baldwin, si tratta di annientamento della propria coscienza.

Dubito che James Baldwin sapesse qualcosa dei riti Dagara così come non so se Malidoma avesse letto mai letto i testi di Baldwin. Quello che mi colpisce è che da contesti e prospettive completamente diverse due uomini neri, entrambi vittime della violenza dell’uomo bianco, indichino (Baldwin in modo diretto, Malidoma per bocca degli anziani) come unica strada per evitare l’annientamento reciproco il considerare fratello il proprio aguzzino e costringerlo a vedere e a vedersi. Un atteggiamento che è comprensibile e praticabile solo inglobando una dinamica degli opposti: “Nel mondo della mia gente non vi è una dimensione reale, senza che esista il suo contrario. (…) Nel contesto del mondo tribale, la geografia della coscienza è un concetto molto elastico.”

Questa rivoluzione della coscienza (e della conoscenza) non può che venire dagli oppressi: chi altro, infatti, avrebbe il coraggio di essere “amico dello straniero” in un tempo in cui il nemico è ovunque, dove tutto è inimicizia, cecità e ostilità? Nel tempo in cui lo straniero è sinonimo di minaccia a una esangue quanto fantomatica “identità occidentale”, la missione affidata dagli anziani Dagara al giovane iniziato deve essere anche la nostra. La storia di Malidoma, l’amico del nemico, è un simbolo, un esempio e un monito.

* Tutte le frasi virgolettate sono tratte dalle due opere di Malidoma tradotte in italiano: 1) Dell’acqua e dello spirito. Magia, rituali e iniziazione nella vita di uno sciamano africano, Edizioni Il Punto D’Incontro, Vicenza, 1999; 2) La saggezza guaritrice dell’Africa. Rituali e pratiche sciamaniche, Edizioni Il Punto D’Incontro, Vicenza, 2000.

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