SULLA SITUAZIONE IN MEDIO ORIENTE

Ad ennesima conferma di come si tratti di una delle situazioni più complesse da dirimere, perché porta in nuce tutti i danni provocati dal colonialismo europeo ottocentesco, a cui si aggiunge l’esistenza di Israele, stiamo assistendo ancora una volta ad una serie di sommovimenti che, sommandosi, tessono una trama intricatissima.

Messa in pausa la guerra con l’Iran, adesso l’obiettivo USA è porre fine a quella di Gaza. Il disegno strategico statunitense è sempre lo stesso, gli Accordi di Abramo, ma con alcune significative variazioni nel quadro generale. Come riferisce Axios – pubblicazione USA assai vicina ai servizi segreti – nel corso del lungo viaggio di Netanyahu a Washington (stavolta, come si è visto, senza grandi onori pubblici), si starebbero stabilendo le condizioni per arrivare al cessate il fuoco. In particolare, si riferisce di incontri serrati tra Ron Dermer, stretto consigliere di Netanyahu, Steve Witkoff e un funzionario del Qatar, paese che sta mediando tra le parti e che ha riferito le richieste della Resistenza palestinese. Il punto cruciale rimasto da risolvere sembra essere l’entità del ritiro israeliano; Tel Aviv insiste per mantenere il controllo del corridoio Morag, che serve ad enucleare una vasta zona nel sud della Striscia, destinata – nel disegno israeliano, delineato nel piano Smotrich – a diventare un gigantesco campo di concentramento. Mentre sia la Resistenza che l’amministrazione USA sono, per ragioni ovviamente diverse, contrarie. Naturalmente, trattandosi di Israele (ed in questo gli USA non sono granché differente), l’affidabilità di eventuali accordi sottoscritti è estremamente labile, e potrebbero essere stracciati non appena lo ritenessero utile o possibile.

La strategia statunitense punta a piegare Israele, forte dell’intervento che l’ha salvata in corner da una bruciante sconfitta da parte dell’Iran, poiché questo passaggio (la fine del conflitto cinetico a Gaza) è la conditio sine qua non per portare avanti gli Accordi di Abramo, che restano il cardine su cui ruota tutta la politica mediorientale USA. Come contropartita, Trump probabilmente offrirà il riconoscimento di una ulteriore annessione di territori occupati in Cisgiordania.
Molto semplicemente, infatti, l’Arabia Saudita (e gli altri paesi arabi del Golfo) vogliono che la regione venga pacificata, per poter perseguire i propri progetti di sviluppo; e, al tempo stesso, gli USA hanno un bisogno vitale di questi paesi, sia come investitori che come garanti della sopravvivenza del petrodollaro (cioè uno dei principali ganci a cui si regge la valuta statunitense), mentre Israele è soltanto un pozzo senza fondo che ingoia risorse preziose (economiche e militari). Peraltro, Ryad ha ben presente che Teheran è una realtà (politica, economica e militare) imprescindibile nella regione, e ormai saldamente legata sia alla Russia che alla Cina, a cui l’Arabia è a sua volta interessata in termini di interscambio commerciale. E se già gli accordi, mediati proprio da Pechino, che avevano portato alla riapertura delle relazioni tra i due paesi, hanno rappresentato un passaggio significativo, ancor più importante è stata proprio la guerra dei dodici giorni (che ha chiarito i reali rapporti di forza militare Iran/Israele-USA), ed in particolare l’attacco alla base statunitense di Al-Udeid in Qatar. Anche se i paesi del Golfo guardano con fastidio all’influenza esercitata dall’Iran su molti paesi arabi, sono comunque ben consapevoli che è meglio trovare un modus vivendi pacifico col paese vicino.
Ma, se la politica USA in Medio Oriente necessita di una pacificazione regionale, ciò non significa soltanto tenere a bada il cane pazzo israeliano, ma anche smantellare (o comunque rendere il più inoffensivo possibile) l’Asse della Resistenza. È questa la ragione per cui c’è tutto questo appoggio per il nuovo governo siriano, benché consapevoli per un verso della sua scarsa solidità, e per un altro della sua estrema vicinanza alla Turchia (cosa questa sgradita sia a Washington che a Tel Aviv). Così come è la ragione per le crescenti pressioni sul Libano affinché disarmi Hezbollah, e quelle esercitate sul governo iracheno per smantellare le milizie popolari sciite.

Nell’ambito di questo grande gioco, si inserisce ovviamente l’accordo che si va delineando tra Siria ed Israele, con quest’ultima che si ritirerebbe dai territori occupati nel sud siriano, in cambio di una cessione delle alture del Golan a Tel Aviv. Voci insistenti parlano anche di una clausola segreta di questi accordi, in base alla quale la Siria si impegnerebbe ad attaccare il Libano qualora lo facesse Israele.
Ma, al tempo stesso, è evidente che questi sforzi, quantomeno sul breve termine, alimentano tensioni piuttosto che smorzarle. Anche se per il momento Hezbollah è costretta a fronteggiare l’offensiva portata avanti dall’inviato statunitense Tom Barrak, cercando di evitare di innescare uno scontro interno al paese, e dovendo sopportare il permanere dell’occupazione israeliana di pezzi di territorio (che avrebbe dovuto liberare in seguito all’accordo di cessate il fuoco…), così come i continui bombardamenti dell’aviazione di Tel Aviv, è evidente che non potrà mai accettare di farsi disarmare, anche a costo di una nuova guerra civile. Che, non ci vuol molto a capirlo, aprirebbe una finestra di opportunità per Israele, che partirebbe sicuramente con la quarta invasione del paese dei cedri. Simile, ma meno tesa, la situazione in Iraq, dove le Forze di Mobilitazione Popolare sono in gran parte già integrate nelle forze armate, e quindi sarebbe assai più complicato pretenderne la smobilitazione.

Last but not least, la questione curda continua a pesare sullo scenario regionale. Dopo l’annuncio in tv dello scioglimento del PKK, fatto da Öcalan ed altri dirigenti curdi, nel Kurdistan siriano c’è stata una cerimonia simbolica di riconsegna delle armi da parte di alcuni guerriglieri. Ma, appunto, si è trattato di un atto simbolico. Le forze curde siriane non sono molto disposte al disarmo, ed infatti i colloqui a Damasco tra governo e SDF si sono arenati proprio sulla questione dell’autonomia regionale, e su quella di mantenere – dopo l’integrazione nell’esercito – le unità curde sul territorio del Rojava. Tra l’altro, c’è un dissidio anche più profondo tra Öcalan e i leader curdi siriani, i quali si sono da tempo accucciati sotto l’ala protettiva statunitense (senza disdegnare anche contatti con Israele), mentre il leader del PKK mantiene la sua posizione fortemente antimperialista ed anti-USA.
Non da ultimo, e come effetto della medesima situazione, nel Kurdistan iracheno (regione autonoma creatasi dopo la caduta di Saddam, ed anche questa sotto controllo USA-Israele) si sono registrati scontri tra i peshmerga governativi ed alcuni capi tribali. Il mondo curdo, insomma, è a sua volta in una fase di riassesto degli equilibri interni, e questo si va a collocare nel più ampio mutamento degli equilibri geopolitici dell’intero Medio Oriente. Una partita ancora tutta aperta, e che non vede necessariamente in vantaggio l’asse israelo-statunitense; il quale, anzi, è costretto a cercare mediazioni diplomatiche proprio perché ha messo in evidenza la sua incapacità di sostenere un confronto militare di logoramento. L’onda lunga del 7 ottobre continua a manifestarsi, ed hanno ben poco di cui rallegrarsi, sia a Washington che a Tel Aviv.

SULLA SITUAZIONE IN UCRAINA

Secondo quanto scrive il giornale svizzero Neue Zürcher Zeitung, Kiev ha solo due opzioni per impedire lo sfondamento delle truppe russe. La prima è una significativa ritirata operativa, che richiede però innanzitutto una decisione politica – difficile da attendersi da Zelensky – e soprattutto una grande capacità organizzativa e logistica. E, ovviamente, una linea fortificata su cui attestarsi, significativamente arretrata rispetto all’attuale linea di combattimento. La seconda, ancora più radicale, è un completo ridispiegamento oltre il Dnepr, sulla riva destra del fiume, facendone quindi una sorta di confine de facto tra quel che resta dell’Ucraina ed i territori sotto controllo russo. Questo, naturalmente, è un punto di vista occidentale, per quanto razionalizzante.
Va innanzi tutto detto che questa seconda ipotesi deve chiaramente intendersi non in senso letterale, ma limitatamente all’area del Donbass; in pratica, le forze ucraine dovrebbero arretrare verso ovest, attestandosi al di là del fiume nel tratto che va sostanzialmente da Dnipro a Zaporizhia. Si tratta del braccio di fiume che scende quasi verticalmente da nord a sud, mentre più su di Dnipro piega decisamente a nord-ovest, arrivando sino a Kiev, mentre oltre Zaporizhia piega a sud-ovest arrivando a Kherson. Per dare un idea, tra il tratto Dnipro-Zaporizhia e la linea difensiva Sloviansk-Kramatorsk, che si trova ormai a ridosso della line di contatto, ci sono circa 180 km. Una ritirata di questa portata, anche in condizioni migliori di quelle in cui si trovano attualmente le forze armate ucraine, significherebbe rischiare un massacro.

In entrambe i casi, la decisione politica che dovrebbe necessariamente essere assunta appare estremamente improbabile, poiché gli sponsor occidentali hanno bisogno di vedere una capacità di resistenza ucraina, per mantenere il flusso di aiuti.
Sotto il profilo strategico, è chiaro che il ridispiegamento sul Dnepr – a prescindere dai rischi connessi alla manovra – offrirebbe alcuni indubbi vantaggi. Innanzi tutto, ovviamente, potersi avvantaggiare della barriera naturale offerta dal fiume, ed inoltre accorciare la linea del fronte (e quelle logistiche). Offrirebbe anche il destro per esercitare maggiori pressioni su Mosca, affinché fermi la sua avanzata, avendo ottenuto la liberazione sostanzialmente completa degli oblast rivendicati come parte della Federazione Russa. Ciò nonostante, i rischi politici ed operativi sono così elevati che si può considerare questa ipotesi come estremamente improbabile.
L’ipotesi della ritirata operativa limitata, per quanto in contrasto con la linea politica adottata da Zelensky e Syrsky, appare più plausibile, e supportata dal fatto che sembra che l’AFU stia predisponendo una linea di trinceramenti circa 20 km ad ovest della linea di combattimento. Se nelle prossime settimane dovesse cadere Pokrovsk, e quindi l’area fortemente fortificata che fa perno sulle città di Sloviansk e Kramatorsk si trovasse ad essere aggirata, un arretramento sarebbe inevitabile – anche se possiamo supporre che l’AFU combatterebbe metro per metro, aumentando significativamente le proprie perdite.
Quale che sia la scelta finale che verrà operata da Kiev, il quadro generale ha una sua evoluzione in buona misura indipendente da ciò che accadrà sui confini occidentali del Donbass.

A nord-est, le forze ucraine continuano a produrre sforzi nel tentativo di penetrare negli oblast russi di Kursk e Belgorod, nonostante la precedente offensiva si sia poi risolta in un nulla di fatto, ma pagato a caro prezzo. Dal canto loro, le forze armate russe continuano a premere sull’oblast di Sumy, nel quadro del disegno strategico – dichiarato da Putin – di costituire una zona cuscinetto tra i territori inglobati nella Federazione Russa e l’Ucraina. Mentre a sud non si segnalano particolari movimenti, e almeno per il momento non sembra esserci una pressione in vista di una ripresa di Kherson.
Osservando il quadro operativo, l’elemento più significativo che emerge è il parallelo decadimento delle capacità di difesa anti-aerea anti-missile ucraine, e la crescente capacità offensiva russa. La prima è ovviamente determinata dall’esaurimento del munizionamento, e dalla progressiva distruzione dei sistemi di intercettazione (radar + lanciatori), cui né gli arsenali – ormai svuotati – né la capacità industriale occidentale è in grado di rispondere adeguatamente. La seconda è invece una diretta conseguenza della crescita costante della capacità produttiva dell’industria bellica russa: missili (balistici ed ipersonici), cacciabombardieri, e soprattutto droni, vengono sfornati a ritmo crescente, tanto che oggi ogni attacco notturno sull’Ucraina registra almeno 5-600 droni, più una decina di missili. Il che, unito alla sovrastante potenza dell’artiglieria russa, rende estremamente gravoso il compito dell’esercito ucraino. Nonostante la propaganda occidentale continui a dare i numeri, relativamente ai caduti dell’una e dell’atra parte, è evidente che il consumo di manpower è troppo elevato per Kiev, che già soffre di scarsità di sistemi d’arma (oltre ai deficit succitati nel settore della difesa dall’aria, anche carri armati e corazzati da combattimento cominciano a mancare – anche se il dispiegamento prevalentemente difensivo ne riduce parzialmente la necessità).

In tutto ciò, resta aperta la questione di Odessa. La città, che è comunque fatta oggetto di pesanti bombardamenti sulle infrastrutture portuali, industriali e militari, e nella quale agiscono chiaramente gruppi di sabotaggio locali, non è chiaro se rientri o meno nei piani russi. Ufficialmente non se ne fa mai menzione, ma è chiaro che l’ipotesi deve essere quanto meno sul tavolo. L’importanza strategica della città, infatti, è semplicemente enorme. Non solo perché taglierebbe fuori l’Ucraina dal mar Nero, proteggendo quindi la Crimea, ed avvicinerebbe le forze russe alla Transnistria – altro potenziale focolaio di crisi. Ancor più importante, rafforzerebbe la presenza di Mosca nel mar Nero, che la NATO – nonostante la sconfitta in Ucraina – non ha rinunciato a considerare nei suoi piani di accerchiamento della Russia. Cosa tanto più importante alla luce dell’impegno dell’Alleanza Atlantica nel fare della Romania un significativo hub militare, ed alle manovre più ad est, dove la pressioni sull’Armenia e l’avvicinamento dell’Azerbaijan (tramite la Turchia) all’occidente atlantico rischiano di portare la NATO sulle rive del mar Caspio, estendendo ulteriormente il rimland militare (e l’accordo che sembra essere sul punto di chiudersi tra Eravan e Baku, a proposito del corridoio Zangezur, va in questa direzione), a scapito sia di Mosca che di Teheran.

Perché una cosa è ben evidente: per quanto la sconfitta in Ucraina sia ormai data per scontata, e si cerchi semplicemente di ritardarla e di ridurne la portata, l’occidente non ha affatto rinunciato alla sua politica aggressiva nei confronti della Federazione Russa, e non si limita alle politiche di riarmo NATO-europee.
C’è da ritenere che di ciò siano consapevoli, a Mosca come a Pechino e Teheran. Ciò che non è chiaro è se e quanto siano pronte ad approfittare del vantaggio militare di cui dispongono in questa fase, non tanto per colpire direttamente l’avversario, ma quanto meno per rintuzzarne decisamente le iniziative più pericolose.
Da questo punto di vista, la sorte di Odessa potrebbe essere una buona cartina di tornasole.

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