LA TRISTE TRAIETTORIA DELL’EUROPA: DALLA PACE E DAL BENESSERE ALLA GUERRA E ALLA SCARSITÀ

DiOld Hunter

11 Agosto 2025
Un tempo faro di pace e prosperità, l’Unione Europea sta ora marciando verso una nuova era di militarizzazione e scarsità. Dietro la retorica della sicurezza si cela un progetto sempre più plasmato dalle pressioni degli Stati Uniti, dalla spesa per le armi e da un silenzioso tradimento dei suoi cittadini.

Ricardo Martins, journal-neo.su, 11 agosto 2025   —    Traduzione a cura di Old Hunter

Per settant’anni, il progetto europeo è stato presentato come un faro di pace, prosperità e benessere sociale. Concepita sulle ceneri della Seconda Guerra Mondiale, l’Unione Europea (UE) era emersa come un meccanismo per unire ex nemici attraverso commercio, istituzioni condivise e la promessa che l’interdipendenza economica avrebbe impedito guerre future. Per gran parte della sua storia, questa narrazione si è rivelata vera: l’UE incarnava l’idea che l’Europa potesse reinventarsi come comunità morale, ancorata ai diritti sociali e alla sicurezza collettiva.

Oggi, quell’immagine è erosa. L’Europa si sta riarmando su una scala mai vista dai tempi della Guerra Fredda. Il modello del welfare dell’UE, un tempo così glorioso, viene silenziosamente sacrificato sull’altare della militarizzazione, mentre gli Stati membri valutano di destinare fino al 5% del PIL alla spesa per la difesa. Questa trasformazione non è guidata da una visione europea strategica e sovrana, ma piuttosto da pressioni esterne, principalmente dagli Stati Uniti, il cui complesso militare-industriale è destinato a trarne i maggiori benefici.

Da un progetto di pace a un’economia di guerra

La metamorfosi dell’UE in quello che i critici definiscono un progetto di “guerra e scarsità” è evidente sia nella politica che nella retorica. I leader europei, anziché articolare una dottrina indipendente della sicurezza, appaiono sempre più subordinati alle priorità di Washington. Il neo-nominato Segretario Generale della NATO ed ex Primo Ministro olandese, Mark Rutte, è diventato il volto di questa trasformazione.

Durante il cosiddetto “Trump Summit” all’Aia, Rutte ha orchestrato un evento meno incentrato sulla strategia e più sull’adulazione del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Tappeti rossi e cene di gala hanno sostituito il dibattito sulla sostanza. Il vertice, notano i critici, ha proiettato unità solo evitando questioni difficili, come le conseguenze a lungo termine dell’escalation del conflitto in Ucraina o la fattibilità di un obiettivo di spese per la difesa del 5%.

Rutte ha addirittura ribadito le affermazioni non verificate dei servizi segreti secondo cui la Russia potrebbe attaccare un membro della NATO, senza fornire alcuna prova, un atto che alcuni osservatori europei hanno descritto come “un pericoloso teatrino”.

Quando il capo della NATO diventa un canale per minacce speculative volte a diffondere paura e rendere il progetto della militarizzazione accettabile alla popolazione, l’alleanza rischia di perdere credibilità e di rafforzare la percezione che l’Europa sia meno un attore sovrano e più un vassallo del potere degli Stati Uniti.

I costi della militarizzazione

La spinta verso il 5% del PIL per la spesa per la difesa ha profonde implicazioni per le società europee. Petar Volgin, membro bulgaro del Parlamento europeo, in un’intervista ha avvertito che una tale politica non rafforzerebbe né la sicurezza né la stabilità. La storia dimostra che l’accumulo di armi spesso aumenta il rischio anziché prevenire i conflitti. Volgin ha invocato la celebre massima di Anton Čechov: se una pistola è appesa al muro nel primo atto, verrà inevitabilmente sparata in quello finale.

Al di là dei rischi strategici, i compromessi economici sono evidenti. Convogliare risorse pubbliche verso gli armamenti prosciugherà gli investimenti da settori sociali come sanità, istruzione e welfare, che sono i fondamenti stessi del modello sociale europeo. “Questo trasformerà l’Europa in un mostro militarizzato privo di compassione sociale”, ha avvertito Volgin.

A seguito delle volontà di Trump, i cittadini, alle prese con tagli ai servizi e costi crescenti, pagheranno il prezzo di una strategia che, in ultima analisi, avvantaggia l’industria degli armamenti statunitense molto più della sicurezza europea.

Russofobia e logica della guerra

Alla base di questo cambiamento c’è quella che può essere descritta come russofobia istituzionalizzata. La russofobia non è diventata solo opinione pubblica, ma un’ideologia strutturata che plasma la politica, le narrazioni mediatiche e le strategie diplomatiche.

Sebbene l’attenzione sia rivolta all’azione militare russa in Ucraina, la risposta strategica dell’UE è vista attraverso la lente della russofobia storica, che spesso sostituisce il pragmatismo con emozioni e pregiudizi.

Per secoli la Russia è stata al tempo stesso parte integrante dell’Europa e separata da essa, contribuendo profondamente alla sua letteratura, alla sua musica e al suo patrimonio intellettuale, ma è stata spesso trattata come una civiltà aliena.

Il conflitto militare in Ucraina ha offerto alle élite europee l’occasione per trasformare la russofobia latente in politica concreta. Invece di perseguire un quadro di sicurezza equilibrato che possa integrare la Russia in un ordine europeo stabile, l’UE ha raddoppiato la pressione su confronto, sanzioni e militarizzazione.

Questo approccio porta con sé una profonda ironia: una unione nata dalla determinazione a superare gli odi del passato sta ora consolidando nuove linee di frattura nel continente. Gli appelli alla diplomazia, al dialogo o a un più ampio progetto di pace europeo, sociale e morale, non meramente militare, sono stati messi al margine o liquidati come ingenui.

Disconnessione democratica e deriva strategica

Forse l’aspetto più preoccupante della nuova traiettoria dell’Europa è il crescente divario tra la sua classe politica e i suoi cittadini. I sondaggi condotti nel primo anno di guerra in Ucraina hanno mostrato che oltre il 70% degli europei preferiva una pace negoziata al prolungamento indefinito del conflitto. Eppure, al Parlamento europeo, l’80% dei deputati ha respinto gli emendamenti che chiedevano diplomazia e solo il 5% ha votato a suo favore. Questa dissonanza riflette un malessere strutturale: la politica estera e della sicurezza dell’UE è sempre più influenzata non dal dibattito democratico, ma dai lobbisti, dall’inerzia burocratica e dalle pressioni transatlantiche.

Il passaggio da un progetto orientato al welfare a un’agenda orientata alla guerra è avvenuto senza un consenso pubblico significativo. Come hanno sostenuto Clare Daly e Mick Wallace, ex eurodeputati irlandesi, “la maschera liberale dell’UE è caduta”, rivelando un’architettura politica che antepone la geopolitica alle persone.

Guerra e scarsità: un circolo vizioso

Le conseguenze economiche di questa trasformazione sono già visibili. Le sanzioni alla Russia, pur essendo politicamente simboliche, hanno contribuito a crisi energetiche, inflazione e rallentamento industriale, in particolare in paesi come Germania e Italia. Allo stesso tempo, gli stati dell’UE stanno pagando prezzi molto più alti per il GNL americano e per le armi prodotte negli Stati Uniti, trasferendo di fatto ricchezza oltreoceano mentre le loro popolazioni si trovano ad affrontare costi crescenti e salari stagnanti.

Questa è l’essenza della svolta europea verso la scarsità: abbracciando un’economia di guerra, l’UE sacrifica il suo modello di welfare, mina la resilienza economica e alimenta il malcontento interno e i partiti di estrema destra. Invece di proiettare stabilità, importa volatilità: economica, politica e sociale.

La questione degli scopi

L’Unione Europea si trova ora in un momento decisivo della sua evoluzione. Se il suo obiettivo è quello di essere un blocco militare subordinato all’interno di un “Grande Occidente” guidato dagli Stati Uniti, potrebbe anche riuscirci ma a scapito della sua identità originaria di un progetto di pace e benessere.

Tuttavia, se intende riconquistare autonomia strategica e credibilità morale – deteriorate anche dalla mancata condanna del genocidio di Gaza – deve affrontare interrogativi scomodi: l’Europa può immaginare una sicurezza che vada oltre la logica della militarizzazione e del vassallaggio? Sta semplicemente prendendo tempo, in attesa di un’amministrazione non Trump, rafforzando al contempo la propria sottomissione? Ricostruirà un progetto di pace che tenga conto della giustizia sociale e della legittimità democratica, e non solo della deterrenza? E potrà riscoprire l’ambizione morale che un tempo la rese un faro per un mondo segnato dai conflitti?

Per ora, la triste traiettoria dell’UE sembra chiara: un’unione che un tempo prometteva prosperità e pace sta diventando una fortezza di paura e incertezza sociale, caratterizzata da spese militari, scarsità e sottomissione. Ai suoi cittadini era stato promesso un futuro condiviso. Ciò che stanno ricevendo invece è un presente militarizzato e un domani incerto.

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