Annotazioni per la configurazione di un percorso di riappropriazione della coscienza individuale orientata alla libertà responsabile dell’individuo umano.
di Alessandro Porcu
L’”intelligenza del ladro” è un’intelligenza vocata all’inganno, mossa dalla volontà di compiere un atto predatorio. L’atto predatorio ferisce l’altro da sé, ma anche l’altro di sé, la nostra parte vocata al bene per l’altro da sé, presente nella propria coscienza: il personale angolo dell’altruismo interiore, per così dire, quella stessa parte coscienziale che ci fa o farebbe contenere le azioni malevole, quelle che non si vorrebbe che fossero inflitte anche a noi. Quella parte che massimamente si presume e si assume come coscienza per eccellenza, mentre ne è solo una parte, quella vocata al bene, quella pacifica, che non ci farebbe rispondere agli atti di violenza subita con una difesa altrettanto violenta, od addirittura più cruenta di quella subita.
Nel ferire l’altro di sé, che nel caso specifico abbiamo assunto essere la parte buona del sé profondo, l’individuo umano è “costretto” a negare di aver compiuto, quando lo avesse fatto, un atto violento e/o predatorio, e questo per un bisogno irrefrenabile di sanare il conflitto fra parte benevola e parte malevola di sé, che, se persistente, lo porterebbe ad una crisi profonda. Non molti individui sopportano l’idea di affrontare tale crisi e preferiscono negare l’esistenza di tale conflitto. E´ così che quell’individuo, ad ogni successiva azione predatoria, attiva un processo di elisione sempre più definitivo della propria parte benevola ed assume un carattere stabilmente ingannatore, affinando sempre più la modalità dell’“intelligenza del ladro”, fino a stabilizzarla come modalità persistente, in pratica unica.
Accade che l’individuo, per dirla ironicamente, passi dalla fase dilettantesca alla fase “professionale”, iniziando a vedere l’attivazione della propria modalità “intelligenza del ladro” come una modalità di “intelligenza professionale”, giustificata e giustificabile, esente da implicazioni etiche e morali: non meno benevola di altre, non più malevola di altre, ma soltanto con vantaggi, rischi e possibili errori, ed una deontologia non criminalizzabile.
L’”intelligenza dell’onesto” è leale e sincera, sia verso l’altro di sé che l’altro da sé: è mossa dalla volontà di compiere un atto di benevolenza, di cooperazione, di solidarietà. Non ferisce l’altro di sé, che nel caso specifico è la parte malevola coscienziale, ma la contiene, la rassicura, la protegge, la domina, attraverso una naturale evoluzione spirituale che, pur non negandone l’esistenza orienta verso la ragionevolezza, la consapevolezza, ovvero verso la giusta considerazione delle ragioni di entrambe le parti. L’”intelligenza dell’onesto” deve sempre proporsi come “ente” capace di risolvere il conflitto tra la parte benevola e la parte malevola di sé: la sua è una forza che integra, a differenza di quella del ladro e che -al contrario-divide, contrappone, esacerba il conflitto, lo espande. L’”intelligenza dell’onesto”, infine, compie lo stesso tipo di azione anche verso l’altro da sé, il “nemico esterno”.
Nell’attivarsi dell’una o dell’altra componente dinamica, sono fondamentali le esperienze pregresse dell’individuo umano, come pure quelle di un intero corpo sociale: ovvero le stesse dinamiche possono svilupparsi anche all’interno di un gruppo con una data consapevolezza di sé, bassa, media, alta o del tutto assente. Ciò dipendendo dal fatto che quel determinato gruppo abbia affrontato o meno un processo di superamento delle crisi, eventualmente accadute nei conflitti interiori. In altre parole, è certamente più facile che la dinamica impressa dall’”intelligenza dell’onesto” si sviluppi in quei gruppi nei quali gli elementi coscienziali opposti avessero trovato una integrazione piuttosto che una loro separazione, fino alla rimozione di una delle parti. Ove tale integrazione fosse accaduta, si avrebbe un gruppo con un maggiore grado di consapevolezza.
Determinante, pur se in una condizione di estrema complessità, l’aver fatto un percorso sociale nel quale si fossero presentate diverse occasioni ed opportunità di maturazione comune. Al contrario il gruppo, nel quale non si fosse potuta maturare un’esperienza di superamento di una crisi che avesse portato all’integrazione delle parti coscienziali, si configurerebbe come gruppo sociale adottante la logica e la modalità dell’”intelligenza del ladro”. Per esperienze pregresse non si devono considerare solo quelle prodottesi durante l’arco della vita di un certo individuo umano, ma anche quelle intergenerazionali, ovvero quelle del portato esperienziale, contenuto anche nel suo patrimonio genetico, del passato e del presente vibrazionale, delle frequenze che ne avessero modellato la sua configurazione biologica.
Quando nella parte animica (1), che è data dalla consapevolezza della propria origine spirituale, non meramente materiale-biologica, ma anche etereo-vibrazionale, quindi anche nel pensiero, si produce una estrema scissione/negazione del sé conflittuale tra scelte benevole e malevole, si determina il passaggio ad uno sviluppo distruttivo o, al contrario, quando in essa si attua una integrazione, si ha uno sviluppo costruttivo. Nel primo caso, negando le scelte benevole s’invera una generalizzata sequenza distruttiva, mentre nel secondo caso si determinano le condizioni per un salto paradigmatico, ove conoscenze diverse possono essere integrate per soddisfare l’una e l’altra parte del sé individuale e/o sociale, determinando un periodo di sviluppo della cooperazione e di pace.
L’oscillazione fra i due estremi è implicata nella natura umana, ed è una modalità di espressione della vivenza umana (2) nell’adattarsi al proprio corpo in interazione con gli altri suoi simili e con l’ambiente. L’”intelligenza del ladro ” produce/produrrebbe il pensiero distopico, un pensiero che non è capace di integrare le diversità, ma è portato a dividerle e contrapporle, fino all’esasperazione di un conflitto che può essere condotto alle sue estreme conseguenze. Al contrario, l’”intelligenza dell’onesto” produce/produrrebbe il pensiero consapevole, un pensiero capace di integrare le diversità, di motivarle ed ispirarle fino alla loro spontanea cooperazione, piuttosto che al loro allontanamento, od alla loro contrapposizione conflittuale. In questa condizione oscillante, presente a tutti i livelli sociali, i due tipi di intelligenze, quindi le due loro conseguenti modalità di pensiero, agiscono come un ciclico meccanismo di autoregolazione, consentita dalla variabilità di condizioni interne ed esterne, di relazione col sé e con gli altri, che nell’insieme formano il campo di azione potenziale del “libero arbitrio” umano, ed allo stesso tempo le condizioni per l’insopprimibilità dello stesso.
In tale quadro il tentativo di rendere controllabili le relazioni umane interne ed esterne al sé individuale, attraverso l’Intelligenza Artificiale, non potrà rendere meno complessa la realtà, senza prima aver ridotto l’incidenza degli umani biologicamente integri, se nel frattempo ve ne fossero rimasti, e le stesse “macchine biologiche umane” che, per quanto possano essere ridotte a macchine controllabili da remoto, conformerebbero soltanto una nuova realtà nella quale “l’umano che eravamo” risulterà del tutto scomparso, avendo perso la prerogativa di possedere un’ autonomia emotivo-emozionale. D’altra parte, al contrario, nel tentativo di umanizzare sia l’I.A. che le “macchine biologiche umane”, ovvero di riconfigurare in loro l’autonomia emotivo-emozionale, non si determinerebbe altro che un modo artificiale di ricreare la specie umana avendo eliminato quella vera. Ciò ripresenterebbe gli stessi problemi che quelle “entità”, umane o non umane che fossero, volevano affrontare, mettendo sotto il loro controllo sia il corpo che l’anima degli umani originali.
Il vero obiettivo di tali “entità” non può per ciò essere soltanto la riduzione degli umani a soggettività ordinate e controllabili, essendo gli umani presuntivamente troppo difficili da governare perché imprevedibili. In realtà il vero obiettivo sembra essere solo e soltanto l’eliminazione della vera specie umana. Le ipotesi più plausibili per ciò non possono essere che tre: o le “entità” sono essi stessi umani originali, che inseguono un delirio di onnipotenza estremamente patologico, scusando l’espressione pleonastica, o le stesse “entità” non appartengono alla nostra stessa specie e preparano il terreno per una olonizzazione della Terra, od ancora dette “entità” sono umani originali sotto il controllo di un’altra specie. Personalmente preferisco credere più nella prima ipotesi, ma non escludo nel modo più assoluto le altre. Non escluderei nemmeno che, forse, chi sta agendo in questo mondo terreno per una disumanizzazione/ eliminazione della nostra specie riesca ad inverare tutte tre le ipotesi, agenti per fasi di attuazione diverse.
A mio modesto parere il problema che si pone è di una tale enormità che potremmo affermare con convinzione, che per passare dal pensiero distopico al pensiero consapevole, non si può fare a meno del pensiero intuitivo, ovvero del pensiero ispirato-trascendentale, particolarmente di quello proveniente da un’Entità benevola e giusta, che non può che svilupparsi in chi avesse già la consapevolezza di essere parte umile di un Tutto, impossibile da dominare. Ciò determina/determinerebbe uno stato d’animo pieno di un sentimento ottimista, mosso da una finalità benevola e disposto anche al sacrificio ed all’abnegazione di sé nel perseguirla. In tale visione entrano in campo, si espandono, si sviluppano, energie spirituali di ben altra dimensione che quelle attualmente dominanti. Questo è parte di ciò che sta avvenendo: si chiude un passato materialista e contestualmente si apre un futuro molto più consapevole dell’importanza della dimensione spirituale nella vita dell’umanità.
Ogni umano è da diversi anni obbligato a scegliere verso quale dei due orientamenti disporsi, essendo sempre più chiaro quanto sia necessario affinare le personali capacità di un vero discernimento, e quanto l’”intelligenza del ladro” sia diventata capace di simulare l’”intelligenza dell’onesto”. Questo processo si protrarrà ad una velocità sempre maggiore fino al definitivo superamento della vecchia fase, basata su una bassa frequenza di vibrazione energetica. Se ne verrà fuori, e compito di ogni umano è quello di compiere una scelta responsabile, perché anche il non scegliere è una scelta, il non parlare lo è, come lo era l’indifferenza, come lo fu in altri tempi, sia remoti che più recenti, e come lo è oggi, in questo stesso istante! In ogni situazione di conflitto o di pace siamo chiamati a scegliere con senso di responsabilità. In alcuni casi la parola sarà la giusta dimensione dell’espressione, in altri lo saranno il silenzio, l’ascolto, in altri ancora lo sarà il disporsi in relazione con il sé profondo o con l’altro/gli altri. Vocarsi al bene a partire dal proprio sé profondo è oggi una meravigliosa opportunità!
E qui mi fermo. Mi scuso per la brevità, rendendomi conto che un tale argomento abbia bisogno di essere trattato in modo ben più approfondito, nella considerazione delle sue innumerevoli possibili fonti, processi e delle loro specifiche implicazioni. La mia sia solo una breve ed umile testimonianza di un risveglio spirituale individuale e collettivo, un piccolo punto di chiarimento, uno “strumento” a disposizione per chi lo ritenesse valido. Ringrazio con Gioia i miei lettori…
Note:
- La parte animica è il “contenitore-contenuto coscienziale: si può dire che un individuo è animico quando è consapevole del proprio agire coscienziale.
- L’espressione “vivenza umana” vuole significare un concetto che assume in se tutte le problematiche e le potenzialità di sviluppo della vita stessa dell’individuo umano, sia soggettive che oggettive, sia materiali che spirituali.
Alessandro Porcu – 28 agosto 2025
Laureato in Architettura. Ricercatore scientifico e Formatore per dirigenti. Insegnante di Tecnologia e Sostegno. Attualmente ricercatore indipendente.
