IL COMPITO DEL PAKISTAN A GAZA: REPRIMERE LA RESISTENZA PER LA “PACE” DI TRUMP

DiOld Hunter

10 Ottobre 2025
La proposta di Trump per Gaza arruola le forze pakistane in un piano a guida statunitense per pacificare la resistenza palestinese e rimodellare gli equilibri della regione.

di F.M. Shakil, thecradle.co, 9 ottobre 2025   —   Traduzione a cura di Old Hunter

Washington sta cercando di coinvolgere il Pakistan in un piano radicale per rimodellare Gaza, sotto le mentite spoglie di una iniziativa di “pace” in 20 punti a guida del presidente degli Stati Uniti Donald Trump. Al centro della proposta c’è una Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF) incaricata di garantire la “stabilità interna” nella devastata enclave palestinese – un eufemismo per smantellare la resistenza e rafforzare il controllo israeliano.

Trump, in una conferenza stampa di settembre accanto al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, aveva illustrato un piano per trasferire forzatamente i palestinesi e ricostruire Gaza come avamposto neoliberista, da lui precedentemente definito “la Riviera del Medio Oriente”.

Cresce la reazione negativa dell’opinione pubblica pakistana

I dettagli dell’iniziativa hanno destato allarme in Pakistan, dove qualsiasi collaborazione militare con Israele rappresenta un limite per l’establishment e la popolazione, dato che Islamabad non lo riconosce come Stato. La reazione dell’opinione pubblica si è intensificata dopo le rivelazioni sulla potenziale partecipazione del Pakistan alle Forze di Sicurezza ISA, insieme a forze provenienti da Egitto e Giordania. 

Il popolo pakistano non accetterebbe il piano di Washington di schierare forze militari congiunte di “paesi islamici con idee simili” per eliminare le forze della resistenza a Gaza. Opinionisti, intellettuali e circoli politici hanno già messo in dubbio l’autorità dei governanti di avviare un processo volto a trasformare la Palestina in parte di un “Grande Israele“.

Di fronte a un crescente controllo interno, il vice primo ministro pakistano Ishaq Dar ha rivelato in una conferenza stampa del 30 settembre che il piano in 20 punti divergeva nettamente da quanto inizialmente concordato a Washington. La sua dichiarazione è arrivata in un momento di crescente richiesta di trasparenza da parte di leader politici e società civile, molti dei quali accusano Islamabad di cedere alle richieste di Washington senza un consenso nazionale.

Il rifiuto del Pakistan di unirsi alla coalizione guidata da Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti contro le forze allineate ad Ansarallah in Yemen è ancora vivo nella memoria pubblica. Nel 2015, il parlamento di Islamabad ha votato all’unanimità per rimanere neutrale, citando i pericoli di una guerra contro un paese musulmano e i rischi di ulteriori intrecci settari. Questa moderazione è ora in contrasto con l’apparente volontà dell’esercito di schierare forze in una zona di conflitto strettamente controllata da Israele.

È altrettanto importante notare che, nonostante la sfiducia di Tel Aviv nei confronti dell’establishment militare pakistano e le minacce di quest’ultimo di colpire le sue risorse nucleari in solidarietà con l’Iran, ha comunque scelto di assegnare alle forze pakistane un ruolo di primo piano nella proposta ISF. Ciò suggerisce che la leadership militare pakistana abbia offerto concessioni significative, e finora non divulgate, a Washington.

La comunità imprenditoriale pakistana è altrettanto preoccupata per le notizie riguardanti gli investimenti statunitensi nei terminal del porto di Pasni, situato a 120 chilometri dall’Iran, e nel porto di Gwadar, costruito dalla Cina. Se l’investimento fosse mirato a basi navali o militari, si teme che potrebbe suscitare l’ira regionale sia di Teheran che di Pechino.

Imtiaz Gul, analista della difesa pakistana e direttore esecutivo del Center for Research and Security Studies (CRSS) di Islamabad, racconta a The Cradle:

“Secondo tutte le indiscrezioni, è probabile che il Pakistan faccia parte della forza islamica multinazionale, sebbene in una zona che sarà totalmente alla mercé delle Forze di Difesa Israeliane (IDF) e da queste circondata. In che misura questa forza possa neutralizzare e infine eliminare Hamas, che gode del sostegno di Iran, Turchia e Qatar, è difficile da prevedere al momento”.

Gul aggiunge che, poiché Pakistan, Egitto e Giordania sono tutti stati gestiti militarmente, potrebbero coordinarsi più facilmente per sorvegliare una Gaza sotto occupazione. La speranza, afferma, è che questa cooperazione possa almeno porre fine al massacro incessante di palestinesi da parte di Israele.

Dalle sanzioni al tappeto rosso

L’improvvisa centralità del Pakistan nel piano di Trump per Gaza è sostenuta da un netto cambiamento di tono da parte di Washington. Dopo la breve scaramuccia tra Pakistan e India di maggio, gli Stati Uniti gli hanno steso il tappeto rosso. Il mese scorso, il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif e il capo dell’esercito, il Feldmaresciallo Asim Munir, sono stati ospitati nello Studio Ovale per un incontro di alto profilo con Trump.

I recenti sviluppi riguardanti l’Asia occidentale hanno rivelato inequivocabilmente la trasformazione nell’approccio diplomatico di Washington nei confronti del Pakistan. Il Presidente Trump ha espresso la ferma convinzione che altre nazioni musulmane aderiranno presto agli Accordi di Abramo e ha elogiato il Primo Ministro Sharif e il Feldmaresciallo Munir per la loro piena adesione alla sua iniziativa di pace.

“Aderire formalmente agli Accordi di Abramo potrebbe essere difficile al momento, ma seguire informalmente la strada intrapresa dagli Emirati Arabi Uniti, dal Bahrein e dal Qatar sembra piuttosto probabile”, afferma Gul. E si chiede: se i paesi che circondano Israele e Palestina riescono a riconciliarsi con la realtà dei fatti, perché il Pakistan dovrebbe avere un problema con un paese che non è neppure un lontano confinante?

Minerali, denaro e porti militari

L’apparente riavvicinamento di Islamabad a Washington non si limita a Gaza. A ottobre, il Pakistan ha consegnato la sua prima spedizione di terre rare arricchite alla US Strategic Metals (USSM), nell’ambito di un accordo da 500 milioni di dollari firmato con la Frontier Works Organization (FWO), braccio commerciale dell’esercito pakistano. I minerali alimenteranno una nuova raffineria di polimetalli finanziata da Washington.

La recente consegna all’USSM, avvenuta il 2 ottobre, ha innescato una notevole trasformazione nelle dinamiche delle relazioni tra Pakistan e Stati Uniti.

Contemporaneamente, sono emerse notizie della suddetta proposta strategica di costruire un terminal portuale a Pasni, in Belucistan, presentata alle autorità statunitensi da interessi commerciali legati all’esercito pakistano. Qualsiasi mossa del genere comporta profonde implicazioni strategiche per Cina e Iran, che considerano la vicinanza di Pasni a Gwadar e Chabahar vitale per i propri interessi marittimi.

Gwadar è una componente fondamentale del corridoio economico Cina-Pakistan (CPEC), caratterizzato dal porto marittimo di Gwadar, costruito strategicamente dalla Cina. 

Il 4 ottobre, fonti della sicurezza di alto livello hanno informato un gruppo selezionato di rappresentanti dei media a Islamabad che il Pakistan non estenderà un invito agli Stati Uniti per una base navale in Belucistan. Le notizie che circolano sui media stranieri riguardo a potenziali futuri partenariati pubblico-privati ​​sono semplicemente delle proposte.

Fonti della sicurezza hanno sottolineato l’immenso potenziale della costa pakistana per i porti commerciali, sia grandi che piccoli, e hanno sottolineato che le nazioni di tutto il mondo stanno valutando proposte simili di partenariato. 

“In questo contesto, sosterremo il primato dell’interesse nazionale del Pakistan. La natura di ciò che definisce gli interessi degli Stati Uniti non ha alcuna importanza per noi. La nostra preoccupazione principale è la promozione degli interessi del Pakistan”, ha osservato un portavoce della Difesa.

Il chiarimento ufficiale ha solo aggiunto confusione, sostenendo che la proposta del terminal portuale è nata dalla collaborazione tra aziende private, nonostante l’FWO non sia un ente privato bensì un’unità gestita dall’esercito, sollevando interrogativi su come vengano prese decisioni così delicate.

L’ex presidente della Camera di commercio di Karachi, Majyd Aziz, ha dichiarato a The Cradle che era fondamentale limitare l’utilizzo militare straniero del porto di Pasni per sostenere la stabilità regionale e prevenire qualsiasi malcontento da parte di Teheran e Pechino:

“Gli imprenditori pakistani sono restii a investire nel settore marittimo, il che porta a una dipendenza dagli investimenti esteri. Questa situazione ha successivamente attirato l’interesse degli Stati Uniti per il porto di Pasni, il che potrebbe avere gravi implicazioni per l’influenza della Cina nella regione”. 

Aziz aggiunge che le scarse prestazioni di Gwadar hanno reso porti più piccoli come Pasni, Ormara e Jiwani più attraenti. Questi offrono costi inferiori, rotte più brevi e una migliore integrazione locale. Con oltre l’85% del commercio pakistano dipendente dalle rotte marittime, la diversificazione delle infrastrutture portuali è considerata essenziale per la resilienza economica.

Pace, sotto lo stivale

La cosiddetta formula di pace di Trump, presentata insieme a Netanyahu, mira a indebolire la resistenza palestinese interrompendone le catene di approvvigionamento e installando un apparato di sicurezza per procura.

Le Forze di Sicurezza ISA a guida statunitense, con una significativa componente pakistana, sono il fulcro di questo piano. Ma i critici sostengono che l’operazione sia poco più che una cortina fumogena per la prossima fase di espansione territoriale di Tel Aviv.

Mentre si svelano i dettagli, Islamabad si trova di fronte a una scelta ardua: cedere alle pressioni degli Stati Uniti e rischiare l’isolamento regionale, oppure dare ascolto alle voci interne che mettono in guardia dal coinvolgimento in un progetto coloniale mascherato da pace.

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