Quando i governi non riescono più a fornire ciò che i cittadini non possono più permettersi.
di Luca Salvemini, foreignaffairsinfo.substack.com, 23 novembre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter
C’è una domanda che ha occupato la mia attenzione con crescente urgenza nelle ultime settimane e mesi. Riguarda quello che è diventato uno dei termini più frequentemente invocati nei commenti e nelle analisi politiche: l’accessibilità economica.
Esaminando i dati (che esamineremo insieme tra poco) e studiando i recenti risultati elettorali (Mamdani a New York City, tra gli altri), diventa sempre più chiaro che il principale fattore di malcontento tra vaste fasce della popolazione deriva da una ridotta o precaria capacità di permettersi oggi ciò che poteva essere dato per scontato due, cinque o dieci anni fa.
È come se il mondo avesse accelerato a un ritmo sempre più frenetico, lasciando indietro ampie fasce della popolazione mondiale.
Si pensi alla corsa al predominio dell’intelligenza artificiale e ai suoi inevitabili compromessi nel mercato del lavoro. O all’estrema complessità dell’acquisto di una casa, dell’accesso a cure mediche tempestive ed efficaci, dell’ottenimento di un’istruzione adeguata e completa. Di una vacanza, di un’auto e così via.
Una fetta sempre più ampia della popolazione mondiale ha visto il proprio potere d’acquisto ridursi e scomparire progressivamente, la propria capacità di permettersi beni, attività ed esperienze evaporare, la propria capacità di mantenere lo stesso tenore di vita di pochi anni fa scomparire.
Le conseguenze sociali di questo fenomeno sono devastanti. Incidono sulla stabilità economica e, nelle società fortemente economicistiche, sull’identità sociale e relazionale. Sulla possibilità di costruire una famiglia, preservare la propria salute e consolidare le proprie conoscenze attraverso una solida istruzione.
L’accessibilità economica non è una preoccupazione solo dei singoli individui.
Secondo il Fiscal Monitor del FMI, il debito pubblico globale ha raggiunto i 100 trilioni di dollari nel 2024 (il 93% del PIL mondiale) e potrebbe superare il 100% entro il 2029, avvicinandosi a livelli mai visti dalla Seconda Guerra Mondiale.
A partire dagli Stati, il principio del prestito di denaro è legato alla necessità di finanziare investimenti che aumentino la produttività, generino rendimenti superiori agli interessi da pagare e creino quindi crescita. Questo è il ruolo del credito (o debito) che, a partire da Schumpeter, è stato visto come uno strumento di sviluppo sia per le imprese che per gli Stati.
Ma oggi, secondo alcuni osservatori, quest’ultima potrebbe esagerare. È vero?
Esaminiamo alcune cifre.
Si pensi, ad esempio, a quelle fornite dalle principali agenzie di rating del mondo (S&P, Moody’s e Fitch), che valutano la sostenibilità del debito che ogni singolo Stato ha contratto con il mercato (sì, non c’è bisogno di ricordare la debacle del 2008, ci siamo capiti).
Ciò che osserviamo oggi è una vera e propria esplosione nelle emissioni di debito pubblico.
Nel 2024, le emissioni di debito dei paesi OCSE, i più sviluppati, hanno raggiunto la cifra record di 15,7 trilioni di dollari, cifra che, secondo l’OCSE, quest’anno raggiungerà i 17 trilioni di dollari.
Rispetto al periodo pre-pandemico, si è verificato un completo cambio di paradigma, dato che tra il 2009 e il 2019 le emissioni si sono mantenute intorno ai 9.000 miliardi di dollari all’anno, per poi scendere a 7.600 miliardi di dollari nel 2015. Ora, tuttavia, rappresentano il 24% del PIL dei paesi OCSE , rispetto al 20% del 2022 e al 17% degli anni precedenti al COVID.
I paesi emergenti hanno seguito una traiettoria molto simile, anche se con cifre più contenute: le loro emissioni hanno raggiunto i 2,8 trilioni di dollari lo scorso anno, esattamente il doppio del livello di 10 anni prima e, ancora una volta, un record.
È molto significativo il fatto che l’attività di indebitamento degli Stati sovrani sia stata più intensa di quella delle società: tra il 2019 e il 2024, le emissioni societarie sono aumentate del 27,1% in valore, mentre le emissioni statali sono aumentate del 74,4%.
Ma chi sta comprando tutto questo debito?
Le banche centrali detengono il 19% del debito pubblico globale; gli investitori esteri il 34% e e famiglie l’11%. Gli attori privati hanno assunto un ruolo sempre più importante: secondo Standard & Poor’s, il debito sovrano da loro detenuto, definito “commerciale” (perché non coinvolge le banche centrali), dovrebbe raggiungere quest’anno i 76.865 miliardi di dollari, ovvero il 70,2% del PIL globale, in forte aumento rispetto al 67,6% del 2024.
Un’ulteriore prova dell’urgenza degli Stati di reperire nuovi finanziamenti è il volume di debito emesso sotto forma di obbligazioni a breve termine, preferite in una situazione di incertezza come quella attuale, in cui l’inflazione e quindi i tassi di interesse sono elevati o potrebbero aumentare, e più facili da vendere agli investitori. Si prevede che lo stock di debito commerciale a breve termine raggiungerà i 10.550 miliardi di dollari nel 2025, più del doppio rispetto ai 5.351 miliardi di dollari del 2019.
La situazione americana è emblematica (e questo spiega molte cose, a partire dalla politica tariffaria introdotta dall’amministrazione Trump): negli Stati Uniti il debito a breve termine ammonta ormai a oltre il 20% del debito totale, superando di gran lunga il 10% del 2014 e la media globale del 13,7%. Gli Stati Uniti hanno così rafforzato la loro posizione di principale nazione debitrice al mondo, con il debito americano che rappresenta ormai il 39,1% di tutto il debito globale e il 39,6% del debito che si prevede verrà emesso quest’anno.
Per quanto riguarda la Cina, dal 2022 ha superato il Giappone nelle emissioni obbligazionarie a lungo termine annuali. Nel 2025, queste dovrebbero ammontare a 2.105 miliardi di dollari, più del triplo dei 617,1 miliardi di dollari del 2019. Quest’anno, il 17,1% del nuovo debito (a lungo termine) emesso a livello globale sarà cinese, nonostante Pechino detenga solo il 7,2% dello stock globale. Questa impennata si verifica per ragioni in parte simili a quelle alla base dell’aumento americano, sebbene in questo caso la forza della valuta nazionale non sia un fattore. Piuttosto, riflette la necessità di stimolare un’economia in rallentamento, forse anche più di quanto suggeriscano i dati ufficiali. Non a caso, la Cina è addirittura caduta in deflazione a causa della debolezza dei consumi, a sua volta certamente non aiutata dal calo demografico.
Ovviamente, gli stati europei non se la passano meglio. Nei primi mesi del 2025, anche in Europa il rapporto tra debito pubblico e PIL è aumentato. I rapporti più elevati tra debito pubblico e PIL sono stati registrati in Grecia (152,5%), Italia (137,9%), Francia (114,1%), Belgio (106,8%) e Spagna (103,5%).
Nel continente africano, le situazioni più complesse si riscontrano in Senegal, che è diventato il Paese più indebitato dell’Africa, secondo un recente rapporto della banca britannica Barclays, che ha rivalutato il debito pubblico al 119% del Prodotto Interno Lordo (PIL) nel 2024.
Negli ultimi cinque anni, il mondo sviluppato ha vissuto una profonda trasformazione politica, guidata da una questione divenuta centrale: la sostenibilità economica. L’emergenza sanitaria nata con la pandemia si è rapidamente trasformata in un’emergenza economica, caratterizzata da un’inflazione persistente e da un generale declino della capacità di mantenere il proprio tenore di vita.
Le conseguenze politiche sono state immediate: nel 2024, la maggior parte dei governi dei paesi avanzati ha perso consensi, sopraffatti da un elettorato frustrato e impoverito.
Come ha osservato Derek Thompson su The Atlantic, la politica non si misura solo dagli slogan, ma dagli effetti concreti delle politiche adottate.
La sostenibilità economica è diventata la questione prioritaria per vaste fasce della popolazione, ma ripetere il principio non produce risultati: servono risposte credibili.
Secondo l’OCSE, nel 2022 più di un quinto dei cittadini europei (circa 95 milioni di persone) era a rischio di povertà o esclusione sociale, con picchi in Romania e Bulgaria. L’inflazione ha colpito in modo sproporzionato le classi più vulnerabili: le famiglie a basso reddito, che destinano una quota maggiore di risorse a cibo e alloggio, hanno subito aumenti dei prezzi più elevati rispetto alle famiglie più abbienti.
Un sondaggio del Pew Research Center del 2024 condotto in 34 paesi mostra che una media del 64% degli intervistati giudica negativamente la propria situazione economica nazionale.
In molti Paesi che hanno votato nel 2024 (tra cui Francia, Regno Unito, Giappone e Corea del Sud), più di sette cittadini su dieci condividono questa percezione. Anche negli Stati Uniti, nonostante gli indicatori macroeconomici favorevoli, si diffonde la sensazione che il costo della vita sia fuori controllo, aggravata dall’aumento dei tassi di interesse che rende più onerosi mutui e carte di credito.
Un altro sondaggio Pew segnala un deterioramento della fiducia nelle istituzioni democratiche: in quasi tutti i paesi, l’opinione prevalente è che chi detiene il potere non rappresenti i cittadini comuni. Per il 42% degli intervistati nessun partito politico li rappresenta adeguatamente.
I due anni di maggiore disuguaglianza di reddito negli Stati Uniti negli ultimi due secoli sono stati il 1929 e il 2007, quando l’1% dei percettori di reddito più elevati arrivò a detenere quasi un quarto dell’intera torta. Furono gli anni delle crisi finanziarie più gravi della nostra epoca. Il collegamento è evidente: l’economia dipende dalla crescita dei consumi di massa e, in presenza di disuguaglianze estreme, questa crescita si interrompe.
Come osserva giustamente un analista del Northern Trust, la sostenibilità economica è semplice da invocare ma difficile da raggiungere.
Gli strumenti di politica economica sono limitati e spesso dolorosi: l’aumento dei tassi di interesse raffredda la domanda ma penalizza i consumatori; la riduzione della spesa pubblica provoca shock sociali; l’aumento della pressione fiscale equivale, per molti governi, a un suicidio politico. Inoltre, numerosi economisti riconoscono che i prezzi tendono a essere “vischiosi“: anche con un rallentamento dell’inflazione, è improbabile che tornino ai livelli pre-pandemici.
Questa immagine rivela una verità essenziale: quando i cittadini non possono più permettersi il costo del cibo, dell’alloggio e dell’energia, nessuna narrazione ideologica può prevalere.
I governi vengono puniti alle urne, indipendentemente dall’orientamento politico. La crisi dell’accessibilità economica è diventata un livellatore democratico globale: riguarda ricchi e poveri, Nord e Sud, Est e Ovest, seppur con specificità nazionali.
La sfida non è semplicemente quella di prendere il potere, ma di sapere come governare per affrontare le cause strutturali dell’inaccessibilità economica.
Come ha osservato Paul Krugman, la distanza tra i dati macroeconomici esibiti dai governi e la percezione concreta dei cittadini si sta ampliando. Si chiama “vibecession“.
Il Partito Democratico degli Stati Uniti è un esempio lampante: ha sottovalutato per troppo tempo la crisi del costo della vita, aprendo spazi politici che sono stati poi sfruttati da Donald Trump.
Al centro di questo dibattito coesistono due approcci:
- da un lato, coloro che denunciano la presa oligarchica delle istituzioni e chiedono una radicale ridistribuzione della ricchezza;
- dall’altro, il movimento “dell’abbondanza”, che individua il problema nella paralisi amministrativa e produttiva, proponendo uno Stato più efficiente, capace di costruire infrastrutture, alloggi e servizi.
A questo scenario economico va infine aggiunto un elemento sociale non trascurabile.
L’uso massiccio dei social network ha reso immediato e costante il confronto con gli altri, amplificando aspettative irrealistiche e alimentando una competizione simbolica basata sullo status. La percezione di non potersi permettere beni, esperienze o stili di vita presentati come “normali” ha prodotto, su larga scala, frustrazione, ansia e senso di sconfitta personale.
Il tema dell’accessibilità economica travolge anche le visioni della società coltivate da progressisti e conservatori, capitalisti e socialisti. In gioco ci sono il ruolo dello Stato e del mercato, le loro interazioni, i limiti dell’intervento dell’uno e il controllo degli eccessi e dei monopoli dell’altro.
In sostanza, le domande più importanti che, a mio avviso, verranno poste sul tavolo nei prossimi mesi e anni sono queste: quando bisognerebbe riparare i mercati e quando sostituirli?
L’assistenza sanitaria dovrebbe essere resa più accessibile attraverso la concorrenza e la trasparenza, oppure garantita attraverso una copertura universale?
I costi degli alloggi dovrebbero diminuire grazie all’aumento dell’offerta oppure gli alloggi dovrebbero essere parzialmente demercificati attraverso l’edilizia sociale?
In sostanza: cosa devono garantire i governi come diritto universale e cosa invece devono semplicemente rendere più accessibile?
La risposta a queste domande, in particolare la distribuzione del reddito e della ricchezza, sarà la questione politica numero uno nell’era dell’intelligenza artificiale.
Vorrei concludere con le parole di Peter Thiel, che riassumono lo stato della situazione americana e, per certi versi, quella globale.
Non è certo qualcuno che si possa liquidare come un pericoloso socialista.
Non so se direi che i giovani sono filo-socialisti.
Direi che sono meno pro-capitalisti di quanto non fossero in passato.
Se il capitalismo viene visto come un racket ingiusto di un tipo o dell’altro, sarai molto meno favorevole al capitalismo.
Quindi, in un certo senso, sono più socialisti, anche se penso che sia più giusto: il capitalismo non fa per me. Oppure, questa cosa chiamata capitalismo è solo una scusa per fregarti.
