A chi giovano le previsioni di una terza guerra mondiale europea in poco più di un secolo? La risposta è chiara: ai politici che hanno condotto l’Europa in questa situazione quasi disperata, afferma Uros Lipuscek.

presso la caserma Smith, Baumholder, Germania, 9 novembre 2022, in
addestramento per le future esercitazioni di movimento su terreno urbano.
di Uroš Lipušcek, consortiumnews.com, 1 dicembre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter
I politici europei stanno ancora una volta – la terza in poco più di cento anni – conducendo ciecamente l’Europa verso una nuova guerra. Incredibile, ma vero, questo fatto è simile al periodo che precedette la prima guerra mondiale. Nel caso dell’Europa, la storia si sta rivelando una cattiva maestra.
L’ultima conferma di questa spinta verso la guerra è la recente proposta della Commissione europea di un cosiddetto Schengen di guerra, che consentirebbe il movimento pratico degli eserciti europei attraverso i confini verso est, senza richiedere il consenso dei singoli Stati membri dell’UE.
Questo contraddice il principio della sovranità degli Stati membri e gli atti fondamentali dell’Unione europea.
Secondo Kaja Kallas, Alto rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza dell’UE:
“La velocità di movimento delle forze armate europee è essenziale per la difesa europea. La prontezza della difesa dipende fondamentalmente dalla capacità di portare carri armati e truppe dove servono, quando servono. L’Europa si trova ad affrontare minacce alla sicurezza senza precedenti. La necessità di una migliore mobilità militare non potrebbe essere più evidente”.
La diplomazia – in quella che si presume dovrebbe essere la sua attività principale – è stata completamente dimenticata dall’ex primo ministro estone. “Guerra, guerra e preparativi per la guerra” è oggi lo slogan delle principali élite politiche europee. Al centro di questo sviluppo ci sono ancora una volta i due paesi europei più potenti: Germania e Russia.
L’avvertimento del “cancelliere di ferro” tedesco Otto von Bismarck, artefice dell’equilibrio di potere europeo alla fine del XIX secolo, poco prima della prima guerra mondiale, è stato dimenticato: la pace in Europa dipende dalla stabilità delle relazioni tra Germania e Russia.
L’attuale ministro della Difesa tedesco, Boris Pistorius (un uomo dal nome russo), il cui paese dovrebbe avere l’esercito più forte d’Europa entro pochi anni, ha annunciato che la Russia potrebbe decidere già l’anno prossimo di attaccare alcuni degli stati NATO più esposti, e sicuramente entro il 2028.
Il 26 novembre il Wall Street Journal ha riferito che due anni e mezzo fa la Germania aveva elaborato un piano segreto per una guerra contro la Russia. Il successo di questa operazione militare su larga scala, nome in codice OPLAN Deu, con ben 800.000 soldati tedeschi, americani e di altre nazioni della NATO, dipenderebbe – secondo il documento di 1.200 pagine – da infrastrutture che sono attualmente in fase di intensa modernizzazione. I soldati vengono rapidamente preparati alla guerra.
Il capo di stato maggiore dell’esercito francese Fabien Mandon di recente ha dichiarato, suscitando l’indignazione generale dell’opinione pubblica, che la Francia “deve essere pronta ad accettare la perdita dei suoi figli” se vuole scoraggiare efficacemente la “minaccia” russa.
Il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, politico lituano russofobo, condivide questa opinione. Trasformerebbe l’Ucraina in una nuova frontiera militare, presumibilmente per proteggere l’Europa da un attacco russo, proprio come in passato si è difesa dalle invasioni turche.
Questa è una delle ragioni ufficiali dell’attuale militarizzazione dell’UE e del dichiarato armamento a lungo termine dell’Ucraina.
L’Europa deve vincere a tutti i costi
La dottrina ufficiale occidentale sostiene che la Russia ha compiuto un’aggressione contro l’Ucraina, violando flagrantemente il diritto internazionale e la Carta delle Nazioni Unite, ma ignorando completamente il fatto che la guerra è una conseguenza dell’espansione della NATO nello spazio dell’ex Unione Sovietica e una grave violazione dei diritti fondamentali della popolazione russofona dell’Ucraina.

della dipendenza energetica dalla Russia e solidarietà con l’Ucraina
Secondo il Libro bianco per la difesa europea – Preparazione 2030, pubblicato a marzo di quest’anno, il futuro dell’Ucraina è fondamentale per il futuro dell’Europa nel suo complesso. L’esito della guerra sarà un fattore determinante anche per il futuro dell’UE.
L’Europa deve quindi vincere a tutti i costi, secondo Kallas e il suo capo Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea. Per questo motivo, la coalizione dei cosiddetti “Stati europei volenterosi”, guidata da Gran Bretagna, Germania e Francia, ha respinto il piano di pace in 28 punti del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, il quale – nonostante esitazioni e frequenti cambi di posizione – ha infine concluso che la guerra in Ucraina non può essere vinta e potrebbe portare a uno scontro nucleare tra Stati Uniti e Russia.
Al contrario, i principali stati europei, nonostante in passato abbiano perso guerre contro la Russia, insistono nel continuare la guerra in Ucraina fino a una vittoria quasi impossibile, partendo dal presupposto che altrimenti la Russia attaccherà l’Europa.
Una persona sobria si chiede fino a che punto tali affermazioni siano realistiche e quali interessi siano tutelati dalle previsioni di una nuova, terza guerra mondiale europea in poco più di un secolo. La risposta è chiara: quelli dei politici che hanno condotto l’Europa all’attuale situazione pressoché disperata.
Ma anche se la Russia volesse attaccare l’Europa occidentale, non avrebbe le risorse necessarie. Innanzitutto, si sta muovendo verso la demografia di una “società che invecchia”: meno bambini, più anziani e una forza lavoro in calo. Il tasso di fertilità totale di 1,41 figli per donna nel 2024 è uno dei più bassi degli ultimi decenni. L’età media in Russia è di 42 anni.
Il potenziale economico e umano considerevolmente inferiore della Russia (145 milioni di abitanti rispetto ai circa 450 milioni dell’Europa; il PIL nominale della Russia di circa 2 trilioni di dollari rispetto al PIL combinato dell’UE di circa 16-17 trilioni di dollari) indica che la Russia non può chiaramente condurre un attacco efficace contro gli stati membri della NATO, anche se lo volesse.
Un altro motivo è che i soli membri europei della NATO stanziano già circa 380-420 miliardi di dollari (2024) per gli armamenti, mentre tutti i membri della NATO insieme agli Stati Uniti stanziano 1,34-1,45 trilioni di dollari.
La Russia, nonostante sia in guerra, ha stanziato solo circa 149 miliardi di dollari per le spese militari nel 2024.
La scorsa settimana il presidente russo Vladimir Putin ha liquidato come “ridicole” le previsioni di un attacco della Russia alla NATO e si è offerto di formalizzarle in un patto di non aggressione.
“La Russia non intende attaccare l’Europa. Per noi, questo suona ridicolo, non è vero?“, ha dichiarato in una conferenza stampa a Bishkek, in Kirghizistan. “Non abbiamo mai avuto simili intenzioni. Ma se vogliono formalizzarlo, facciamolo, nessun problema“.
La reazione economica
L’entusiasmo delle principali élite politiche europee nel voler continuare la guerra in Ucraina è in parte il risultato del decadimento sistemico dell’UE come istituzione democratica.

L’UE non è stata finora in grado di formulare nemmeno una singola iniziativa di pace per porre fine alla guerra in Ucraina; inoltre, a causa della politica del tutto unilaterale incarnata dalla strategia sbagliata di 19 pacchetti di sanzioni contro la Russia, sta affrontando una crescente deindustrializzazione. La produzione industriale in Germania, ad esempio, è scesa a livelli che non si vedevano da 20 anni. Numerose aziende tecnologiche, soprattutto tedesche, stanno trasferendo la loro produzione negli Stati Uniti, dove le condizioni economiche sono significativamente più favorevoli.
Con prezzi dell’energia fino a cinque volte superiori per le importazioni statunitensi rispetto a quelli russi, l’industria europea non può più competere sul mercato globale, sempre più dominato da aziende cinesi e da altre aziende di successo del Sud del mondo.
I principali politici europei, che si affidano a un modello di esportazione obsoleto, confermato dal drastico calo delle esportazioni di automobili tedesche verso la Cina, non possono più avviare un nuovo ciclo di sviluppo.
Per questo motivo si sono rivolti al cosiddetto keynesismo bellico, basato sull’idea che i governi possano stimolare la crescita economica attraverso l’aumento della spesa pubblica, che comprende anche gli armamenti.
Dipendere da un’economia di guerra
Adolf Hitler seguì questo schema prima della Seconda Guerra Mondiale; negli Stati Uniti le conseguenze della Grande Depressione furono eliminate solo grazie alla rapida crescita di un’economia di guerra.
Trump, nel suo impegno per raggiungere gli obiettivi del movimento MAGA, non a caso ha ordinato a tutti gli stati membri della NATO di aumentare le spese per la difesa al 5% del loro PIL. Le élite politiche europee hanno seguito questo comando senza opporre resistenza, così che, creando un clima bellicoso e alti profitti per l’industria bellica, potessero più facilmente rimanere al potere.
Poiché la produzione di armi non dipende dalle condizioni di mercato – i prezzi sono stabiliti dai produttori, non dal mercato o dai consumatori – le armi stanno diventando sempre più costose. Ciò consente ai maggiori produttori, ad esempio negli Stati Uniti, in Germania e in altri importanti produttori di armi europei, di stimolare la crescita economica e arrestare temporaneamente il declino economico.
In Germania la crescita economica quest’anno sarà inferiore all’1% per il terzo anno consecutivo. Non è quindi un caso che la Germania e altri importanti stati europei non siano interessati a porre fine alla guerra in Ucraina, bensì alla sua continuazione, poiché solo alimentando le tensioni possono mantenere una crescita economica più elevata basata principalmente sull’industria degli armamenti.
Nella maggior parte degli altri settori industriali, ad esempio nell’industria automobilistica europea, un tempo un’icona, l’UE ha già perso la battaglia contro i produttori cinesi. Invece di investire risorse finanziarie in ricerca e sviluppo per scopi civili, gli Stati europei finanzieranno principalmente la ricerca militare.
Il keynesismo bellico funziona solo nel breve termine. Lo conferma anche il fatto che anche la crescita economica della Russia ha iniziato a rallentare. Lo stesso accadrà in Europa tra qualche anno.
Dei leader diversi
L’unica via d’uscita da questa crisi è una nuova leadership alla guida dei paesi europei più potenti e dell’Unione Europea, i cui leader sono entrambi in rapida perdita di legittimità a causa del loro militarismo.
Secondo gli ultimi sondaggi europei, il presidente francese Emmanuel Macron è sostenuto da meno del 15 percento degli elettori francesi; il primo ministro Keir Starmer da meno del 20 percento degli elettori britannici (con quasi tre quarti che lo valutano negativamente) e il cancelliere tedesco Frederic Merz, nonostante sia in carica da solo pochi mesi, è sostenuto solo dal 25 percento circa dei tedeschi.
In questi tre principali paesi europei, che versano in gravi difficoltà economiche, è probabile che si verifichino cambi di potere entro il prossimo anno o due, con un impatto significativo sulla situazione politica in Europa.

Le élite politiche sempre più militanti stanno perdendo la fiducia del pubblico. Nessun sondaggio europeo indica che l’opinione pubblica sia a favore della guerra o di una militarizzazione estrema.
Ad esempio, il principale partito di opposizione tedesco, l’AfD, sostiene la fine della guerra in Ucraina, una riforma del sistema delle Nazioni Unite che rifletta il mutato equilibrio di potere nel mondo e una riforma democratica dell’UE, oppure il ritiro della Germania da essa se tutto questo non verrà realizzato
Il primo dittatore europeo
Altrettanto distaccati dalla realtà politica sono i principali dirigenti dell’UE (non eletti, e sottolinearlo è importante). Gli esempi più drastici sono la von der Leyen e la Kallas, i più convinti sostenitori della militarizzazione.

Nel suo discorso sullo stato dell’Unione di settembre, la Presidente della Commissione ha annunciato una serie di importanti cambiamenti in questa direzione. Se attuati, l’UE diventerà un’organizzazione autoritaria, centralizzata e militarista.
Tra le altre cose, la von der Leyen ha annunciato la graduale abolizione del principio dell’unanimità nelle principali decisioni dell’UE (per prima in politica estera). L’abbandono di questo principio rappresenterebbe il primo passo significativo verso la formazione di una struttura federale dell’UE, ovvero l’abolizione della sovranità dei singoli Stati. I piccoli Stati si troverebbero in una posizione nettamente subordinata, poiché i Paesi più grandi, con una popolazione più numerosa, potrebbero decidere autonomamente la politica dell’UE. Il primo ministro ungherese Viktor Orbán sarebbe quindi solo una voce che grida nel deserto.
La Von der Leyen sostiene inoltre con forza l’adozione dello Schengen di guerra. In questo caso, gli Stati membri potrebbero essere trascinati in guerre contro la loro volontà (l’Ungheria ha già dichiarato che non consentirà il passaggio militare attraverso il suo territorio per un potenziale scontro con la Russia).
È favorevole a una maggiore integrazione dell’industria militare europea e, a causa delle crescenti tensioni tra Stati Uniti e UE, alla graduale creazione di un esercito europeo comune.
L’UE si sta trasformando da unione politica ed economica in un’alleanza militare.
Sotto il proclamato “impegno per la resilienza democratica”, annunciato dalla presidente della Commissione nel suo discorso di settembre, si cela l’ambizione di introdurre una censura generalizzata dei media. Le misure si stanno muovendo in questa direzione, apparentemente volte a prevenire l’incitamento all’odio o la pornografia infantile, che includono il controllo obbligatorio delle e-mail e di altre comunicazioni digitali su Internet.
Il culmine del modello orwelliano di società completamente monitorata è la sua proposta di istituire un servizio di intelligence centrale dell’UE, una sorta di “CIA europea”, a lei personalmente subordinata. È chiaro che la von der Leyen mira a diventare la prima dittatrice europea.
Lei e i suoi collaboratori, con il sostegno e la servilità dei principali politici europei, si stanno evidentemente preparando all’introduzione di una moderna dittatura europea sui generis. Ma, finora, sui media europei si è parlato poco di queste allarmanti questioni.
L’UE si sta disgregando
Tuttavia, le posizioni divergenti all’interno dell’UE in merito alla guerra in Ucraina stanno emergendo sempre più. Ad esempio, il blocco di stati del Mediterraneo meridionale non sostiene la Polonia e gli stati baltici nell’escalation delle tensioni con la Russia; il gruppo dei paesi dell’Europa centrale (Ungheria, Slovacchia e, probabilmente, subito dopo le recenti elezioni anche la Repubblica Ceca) rifiuta i diktat incondizionati di Bruxelles; mentre il gruppo centrale di stati, rappresentato da Germania e Francia, mostra i muscoli nel confronto con la Russia, in parte a causa della politica interna.
L’intenzione della “coalizione dei volenterosi” di confiscare i beni sequestrati alla banca centrale russa in Europa non fa che aggravare ulteriormente queste divisioni, poiché tutti gli Stati membri dell’UE, in qualità di garanti, potrebbero essere colpiti. Invece di ricorrere alla diplomazia, gli stati europei si aggrappano a modelli che avevano abbandonato durante la Guerra Fredda.

Lo conferma il fatto che due importanti organizzazioni europee sono state messe da parte: l’Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa (OSCE) e l’Associazione europea di libero scambio (EFTA).
L’OSCE dovrebbe diventare un attore chiave nella definizione di una nuova struttura di sicurezza e di pace in Europa, e l’EFTA è un’organizzazione esemplare che promuove una cooperazione economica globale e non ha alcuna ambizione di diventare una nuova struttura sovranazionale, a differenza dell’UE sotto la sua attuale leadership.
L’EFTA rappresenterà sicuramente una potenziale alternativa per gli stati membri dell’UE che non sono d’accordo con l’attuale orientamento centralista e autocratico dell’UE. Le contraddizioni all’interno dell’UE si intensificheranno con l’ammissione di nuovi membri, poiché i sussidi agli attuali membri, in particolare nei fondi per l’agricoltura e la coesione, diminuiranno sostanzialmente.
Esiste il rischio che l’UE segua la strada della disintegrazione, proprio come è accaduto all’ex Jugoslavia.
L’Europa, che è stata la potenza mondiale dominante per quasi cinque secoli, è scivolata ai margini, nonostante le élite che la guidano si rifiutino di ammetterlo. L’esito della guerra in Ucraina avrà senza dubbio ripercussioni sull’UE.
La pace è nell’interesse dell’Europa, dell’Ucraina e della Russia. Una vittoria totale non sarà possibile; il keynesismo bellico colpirà sia l’Europa che la Russia, come dimostra il graduale declino della crescita economica anche in Russia, che potrebbe causare tensioni interne.
La guerra a un certo punto finirà, ma questo non significa che la pace prevarrà. Date le posizioni completamente opposte delle due parti in conflitto, è altamente probabile che nell’Europa orientale si sviluppi un conflitto congelato per lungo tempo. Che potrà essere risolto solo attraverso il dialogo.
La pace in Europa non è possibile senza la cooperazione di tutte le potenze. L’esclusione di Russia e Germania dalla Conferenza di pace di Parigi del 1919 ebbe conseguenze tragiche per il mondo intero. Ripetere questo errore potrebbe essere fatale
Uroš Lipušcek,
Giornalista e storico sloveno, a lungo corrispondente per RTV Slovenija dalle Nazioni Unite, dagli Stati Uniti e dalla Cina. È stato candidato al Parlamento europeo nel 2024. Attualmente è professore presso l’Università Emuni (Università Euromediterranea) di Pirano, in Slovenia. È autore di diversi libri e analisi storiche, tra cui Ave Wilson: USA and the Remaking of Slovenia in Versailles 1919–1920 (2003) e Sacro Egoismo: Slovenians in the Clutches of the Secret London Pact of 1915 (2012).
