UCRAINA: L’EUROPA LAVORA PER UN CONFLITTO IN STALLO?

DiOld Hunter

23 Dicembre 2025
Perché i negoziati sono bloccati e perché un conflitto lungo e gestito sta diventando la soluzione predefinita.

di Ricardo Martins, journal-neo.su, 23 dicembre 2025   —   Traduzione a cura di Old Hunter

Perché i negoziati sono in stallo

I negoziati per porre fine al conflitto in Ucraina sembrano bloccati non per mancanza di incontri diplomatici, ma perché non esiste una comprensione condivisa del significato della guerra per procura, né di cosa dovrebbe affrontare un accordo. L’incontro di Berlino ha illustrato questa situazione di stallo strutturale.

La Russia continua a ribadire un insieme limitato e stabile di richieste fondamentali, soprattutto la neutralità ucraina e il ridimensionamento dell’impatto militare della NATO, mentre europei e ucraini avanzano proposte che negano esplicitamente tali richieste. Non si tratta di una lacuna negoziale; si tratta di un’incompatibilità concettuale.

Il ruolo americano aggrava questo problema. Gli Stati Uniti oscillano tra mediatori e belligeranti, senza impegnarsi in una linea diplomatica coerente. Invece di schierare team diplomatici professionisti con un mandato chiaro, Washington si affida a inviati ad hoc e approcci transazionali. La propensione di Trump a concludere accordi, ispirata da logiche commerciali piuttosto che da abilità diplomatica, porta a segnali contraddittori: rassicurazioni a Mosca seguite da un allineamento alle posizioni massimaliste europee e ucraine. Ciò rafforza la percezione russa che i colloqui siano performativi piuttosto che sostanziali.

Da una prospettiva europea, il rifiuto di ascoltare le preoccupazioni della Russia in materia di sicurezza è giustificato da un’inquadratura normativa del conflitto: l’Ucraina è la vittima, la Russia l’aggressore, e quindi solo la sicurezza ucraina merita garanzie. Questa posizione, espressa esplicitamente da personalità dell’UE come Kaja Kallas, preclude qualsiasi spazio di negoziazione.

La Russia viene delegittimata come attore di sicurezza e l’empatia, intesa qui non come approvazione morale ma come capacità analitica di comprendere la percezione della minaccia da parte dell’altra parte, è assente. Il risultato è una strategia che accetta implicitamente la continuazione del conflitto fino al collasso militare dell’Ucraina o all’ammissione della sconfitta da parte della Russia, uno scenario che sembra irrealistico.

Nel frattempo, la Russia intuisce che il tempo è dalla sua parte. Le dinamiche del campo di battaglia, la mobilitazione industriale e la coesione politica rafforzano la convinzione di Mosca di poter raggiungere i propri obiettivi attraverso il logoramento. In questo contesto, le concessioni sarebbero irrazionali da un punto di vista realista.

Con il fallimento dei negoziati, Europa e Ucraina si affidano sempre più a strategie asimmetriche, come sabotaggi, attacchi alle risorse russe e guerra irregolare, apertamente sostenute dal discorso dell’intelligence occidentale, compresi i riferimenti del capo dell’MI6 alle operazioni speciali in stile Seconda Guerra Mondiale. Questo segna un passaggio dalla risoluzione dei conflitti alla loro gestione.

Finanziamento dell’Ucraina: rischio strategico senza consenso politico

L’approccio dell’Europa al finanziamento dell’Ucraina rivela un secondo livello di contraddizione. La decisione di non confiscare i beni russi congelati, ma di finanziare l’Ucraina attraverso prestiti dell’UE (90 miliardi di euro per il 2026-2027) riconosce i rischi legali, finanziari e sistemici connessi. Le preoccupazioni del Belgio su Euroclear, la minaccia di declassamenti del merito di credito da parte di agenzie di rating come Fitch e l’esposizione dei fondi pensione e degli istituti finanziari europei sottolineano la fragilità di questa strategia.

Eppure questa scelta è stata fatta senza un patto sociale con i cittadini europei. Non c’è stato alcun dibattito democratico proporzionato all’entità dell’impegno finanziario. In un momento in cui le società europee si trovano ad affrontare crescenti pressioni su alloggi, welfare, pensioni e infrastrutture, il finanziamento della guerra viene normalizzato come una necessità morale e di facciata piuttosto che come una scelta politica. Ciò alimenta il risentimento interno e rafforza i partiti nazionalisti e di estrema destra in tutto il continente.

Dal punto di vista strategico, i finanziamenti europei non risolvono il conflitto. Il denaro non può sostituire la manodopera né invertire le dinamiche del campo di battaglia. Il principale vincolo dell’Ucraina non è solo la liquidità, ma soprattutto i soldati. Inoltre, le persistenti preoccupazioni sulla corruzione e la debolezza dei meccanismi di rendicontazione minano il sostegno pubblico alla prosecuzione dei trasferimenti. Invece di avvicinare la pace, i finanziamenti europei fungono da meccanismo di contenimento: prolungano il conflitto per indebolire la Russia, guadagnano tempo per riarmare le forze armate europee e ritardano il giudizio politico sulla sconfitta.

In questo senso, l’Ucraina funge sempre più da intermediario, assorbendo il costo umano di uno scontro più ampio, mentre l’Europa evita un impegno militare diretto. Questa è una lettura moralmente scomoda ma analiticamente coerente della politica attuale.

La paura di una “vittoria” russa e l’erosione del nucleo politico europeo

La prospettiva che la Russia venga percepita come vincitrice è una minaccia esistenziale per le élite europee. Simboleggerebbe non solo la sconfitta ucraina, ma anche i limiti della NATO e la debolezza strategica dell’Europa. Più profondamente, minerebbe l’immagine dell’UE come progetto politico di pace e potenza normativa.

Per evitare questo esito, i leader e i media europei hanno investito molto in una narrazione semplificata: la Russia come unico aggressore, l’Ucraina come vittima pura e l’Europa come difensore morale. Eppure due fatti sconvolgono questa narrazione. In primo luogo, l’UE non ha presentato una propria proposta di pace concreta.

In secondo luogo, le voci dissenzienti vengono sempre più emarginate o messe a tacere, contraddicendo l’impegno dichiarato dell’Europa a favore del pluralismo e della libertà di espressione. In diversi paesi europei, giornalisti, analisti ed ex funzionari che mettono in discussione la strategia della NATO, la fattibilità di una vittoria militare o i costi di una guerra prolungata – come George Galloway nel Regno Unito, l’ex agente segreto svizzero Jacques Baud, analisti francesi come Xavier Moreau o ancora la piattaforma online Euroactiv – sono stati sistematicamente delegittimati, de-piattaformati o etichettati come vettori di disinformazione, anziché essere coinvolti nella sostanza delle loro argomentazioni. La chiusura del dibattito, sia attraverso la pressione dei media che attraverso la censura formale e informale, erode la resilienza intellettuale dell’Europa.

Mentre le sfumature diventano sospette e le contraddizioni vengono inquadrate come tradimento, l’Europa perde la sua capacità di pensare strategicamente. Il realismo politico, inteso come la capacità di affrontare la politica di potenza senza illusioni morali, è in gran parte scomparso dal discorso europeo dominante. L’espansione della NATO non è più considerata una variabile nella percezione della minaccia russa, ma un bene indiscutibile. Persiste l’ipotesi che la Russia alla fine si indebolirà, accetterà le condizioni europee e persino rinuncerà ai beni congelati. Non esiste alcuna base empirica per questa convinzione.

C’è una via d’uscita?

Una soluzione negoziata rimane teoricamente possibile, ma politicamente improbabile. I leader europei cercano un’uscita che salvi la faccia, preservi la superiorità morale ed eviti al contempo un’escalation militare.

Eppure non sono disposti a fare le concessioni che una simile uscita richiederebbe.

L’Europa non invierà truppe per combattere la Russia, ma non accetterà nemmeno la sconfitta. L’esito più probabile è quindi una pace fredda, lunga e tesa, simile al modello coreano: linee del fronte congelate, situazione irrisolta e continuo confronto a bassa quota.

Questo esito plasmerà le relazioni tra Europa e Russia per decenni. Accelererà anche la frammentazione interna dell’Europa, con gli Stati membri che divergono sempre più nei loro orientamenti strategici, indeboliscono il suo modello sociale e normalizzano il riarmo permanente. L’Europa paga il conto, lo chiama principio e rimanda le decisioni più difficili a costo delle vite ucraine e della propria coerenza politica.

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