L’EUROPA ALLE STRETTE: POTERE, PANICO E CHIUSURA MENTALE

DiOld Hunter

8 Gennaio 2026
Sullo sfondo dei cambiamenti geopolitici mondiali e del conflitto in Ucraina, la Francia e l’Unione Europea nel suo complesso stanno passando da una posizione di fiducia liberale a una di autocontrollo difensivo sempre più autoritario.

di Phil Butler, journal-neo.su, 8 gennaio 2025   —    Traduzione a cura di Old Hunter

Un recente articolo del New York Times intitolato “La Francia ha maggiormente bisogno di un nuovo leader. Ha bisogno di una nuova Francia” dimostra che la verità traspare sempre nonostante gli stratagemmi e la propaganda. Qualche giorno fa, il presidente francese Macron è stato accusato di aver sacrificato il cancelliere tedesco Friedrich Merz per le centinaia di miliardi di dollari di beni russi sequestrati. Ora osserviamo i francesi prepararsi all’inevitabile dissoluzione della stessa UE.

La Francia si schiera dalla parte del nemico? 

Il recente scambio di battute tra il politico francese Florian Philippot e il fondatore di Telegram Pavel Durov, in cui Durov ha accusato il presidente Macron e i suoi alleati di aver guidato l’Europa verso un “gulag digitale”, potrebbe a prima vista sembrare l’ennesima scaramuccia nelle annose controversie dell’UE sulla moderazione della libertà di parola e sulla regolamentazione delle piattaforme. In realtà, svela qualcosa di molto più strutturale: una classe dirigente dell’Unione Europea che si prepara istintivamente mentre l’ordine globale che ha sostenuto la sua autorità per decenni inizia a cedere. Per quanto riguarda Macron e questa “Nuova Francia” di cui parla il NYT, l’impegno verso gli agricoltori e la costruzione di nuove portaerei suggeriscono che la transizione verso un nuovo nazionalismo sia in corso.

La Francia sta chiudendosi a riccio?

Il recente scambio tra il politico francese Florian Philippot e il fondatore di Telegram Pavel Durov, in cui Durov ha accusato il presidente Macron e i suoi alleati di guidare l’Europa verso un “gulag digitale”, a prima vista potrebbe sembrare l’ennesima scaramuccia nelle lunghe dispute dell’UE sulla moderazione dei discorsi e la regolamentazione delle piattaforme. In realtà, esso mette in luce qualcosa di molto più strutturale: una classe dirigente nell’Unione Europea che si prepara istintivamente mentre l’ordine globale che ha sostenuto la sua autorità per decenni comincia a cedere. Per quanto riguarda Macron e questa “Nuova Francia” di cui parla il NYT, il coinvolgimento degli agricoltori e la costruzione di nuove portaerei suggeriscono che è in corso la transizione verso un nuovo nazionalismo.

La questione chiave in gioco, il Digital Services Act, il “controllo delle chat” o gli aspetti tecnici della governance online, sta causando una perdita di fiducia ancora più profonda. L’élite europea del dopo guerra fredda percepisce, forse più intuitivamente che esplicitamente, che il sistema liberale e unipolare che ha garantito la sua prosperità e autorità morale non è più il quadro operativo del mondo. E quando i sistemi iniziano a dubitare del loro futuro, non allentano la presa. Si consolidano, restringono la portata accettabile del dibattito e ridefiniscono il dissenso come instabilità. Si applica il cliché americano “circling the wagons” (mettere i carri in cerchio – chiudersi a riccio).

Per trent’anni, l’Europa è stata governata comodamente sulla scia del potere americano. Grazie alle garanzie di sicurezza, l’energia a basso costo, i mercati aperti e la legittimità ideologica erano dati per scontati. La posizione morale era facile da assumere quando si presumeva che le condizioni materiali fossero permanenti. L’emergere di un mondo veramente multipolare ha posto fine a quella comodità. Oggi il potere è distribuito tra centri concorrenti e l’Europa si trova sempre più spesso non come artefice dei risultati, ma come partecipante dipendente, che fa affidamento su energia esterna, capitali stranieri e accordi di sicurezza che non controlla né può sostituire. Un altro cliché mi viene in mente quando penso alle notizie dalla Francia: anche “i topi abbandonano la nave che affonda” è appropriato. Un cambiamento di paradigma è imminente.

L’Ucraina e il drenaggio

Questo cambiamento è stato accelerato, anziché attenuato, dal conflitto in Ucraina, che ha rappresentato una prova di resistenza per le fondamenta economiche e strategiche dell’Europa. Presentato pubblicamente come una crociata morale o una difesa esistenziale dei valori europei, il conflitto ha, in pratica, messo in luce debolezze strutturali che erano state a lungo mascherate da condizioni globali favorevoli. I prezzi dell’energia sono aumentati, i margini industriali sono crollati, le finanze pubbliche sono state messe a dura prova e le decisioni di investimento a lungo termine hanno iniziato silenziosamente a spostarsi altrove.

Allo stesso tempo, gli Stati Uniti hanno adottato una posizione più apertamente protezionistica, riportando in patria le industrie strategiche e dando priorità alla resilienza interna rispetto all’equilibrio transatlantico. L’Europa, nel frattempo, ha sostenuto una quota sproporzionata dei costi economici, mantenendo solo un’influenza limitata sulla traiettoria del conflitto. Questa asimmetria è raramente riconosciuta a Bruxelles, ma è fortemente avvertita nelle sale dei consigli di amministrazione e nei bilanci di tutto il continente.

Il capitale segue l’accessibilità energetica, la prevedibilità normativa e la chiarezza strategica, non la retorica. Man mano che l’Europa perde l’accesso a un’energia economica e affidabile, le industrie ad alto consumo energetico diventano strutturalmente non competitive. Il settore manifatturiero non crolla dall’oggi al domani, ma si erode silenziosamente, stabilimento dopo stabilimento, investimento dopo investimento, fino a quando l’ecosistema che lo sosteneva scompare. L’industria chimica, l’industria pesante, la produzione avanzata e persino parti della catena di approvvigionamento della transizione verde stanno già subendo un processo di svuotamento. Ciò che rimane è un modello economico sempre più dipendente dai servizi, dal turismo e dall’agricoltura. Questi settori preservano il fascino culturale e la continuità sociale, ma non generano la leva strategica o la resilienza necessarie in un mondo più duro e multipolare. Non si tratta solo di un cambiamento economico, ma di un restringimento delle opzioni a livello di civiltà.

La chiusura mentale

È in questo contesto di shock energetico, fuga di capitali e deindustrializzazione che l’ossessione dell’Europa per il controllo digitale inizia ad avere senso. Quando i governi non possono più promettere un miglioramento del tenore di vita, un rinnovamento industriale o un’autonomia strategica, la gestione della percezione diventa politicamente essenziale. Il dibattito pubblico cessa di essere una risorsa democratica e diventa un fattore di rischio. Il linguaggio si adatta di conseguenza. La critica viene riclassificata come disinformazione. Lo scetticismo diventa estremismo. La privacy viene ridefinita come vulnerabilità. La libertà di parola stessa viene trattata come una minaccia al sistema. La spinta normativa nella vita digitale non riguarda semplicemente la moderazione, ma l’isolamento.

L’espressione “gulag digitale” utilizzata da Philippot è volutamente provocatoria, ma risuona perché coglie una traiettoria che molti europei percepiscono ma esitano a nominare. Il progetto europeo, incapace o restio ad adattarsi esternamente a un mondo in evoluzione, si sta irrigidendo internamente. Le forme liberali rimangono intatte, ma la loro sostanza si basa sempre più sulla conformità, la sorveglianza e l’applicazione amministrativa piuttosto che sul consenso e sulla prosperità condivisa.

Quello a cui stiamo assistendo non è la difesa del liberalismo, ma la sua sopravvivenza istituzionale. L’intensità con cui le élite europee controllano il dibattito sull’Ucraina, la politica energetica e le relazioni estere non riflette fiducia, ma fragilità. Suggerisce un riconoscimento, raramente espresso ad alta voce, che le condizioni materiali che un tempo sostenevano l’autorità morale dell’Europa si sono erose. In un mondo multipolare, la legittimità deve essere guadagnata attraverso i risultati. L’attuale percorso dell’Europa suggerisce un tentativo di congelare l’ordine post-guerra fredda attraverso la regolamentazione piuttosto che il rinnovamento. Questa non è una strategia di rinascita, ma un’azione di contenimento.

Tra agricoltura, turismo e tesori culturali accumulati, l’Europa offre ancora bellezza, memoria e profondità. Ciò che rischia di perdere è la rilevanza strategica e la legittimità interna. La tragedia più profonda potrebbe non essere che l’Europa abbandoni il liberalismo, ma che cerchi di preservarlo immutato, molto tempo dopo che il mondo che lo ha reso possibile è già andato avanti.


Phil Butler è un ricercatore e analista politico, uno studioso esperto dell’Europa orientale, nonché autore del recente bestseller “Putin’s Praetorians” e di altri libri.

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