Nella serata di ieri sono scoppiate vaste proteste in Libano contro l’accordo quadro tra il governo libanese e Israele firmato a Washington con la mediazione degli Stati Uniti.
L’intesa, firmata dagli ambasciatori di Israele e Libano al Dipartimento di Stato americano, è descritta come un “primo passo” verso una pace più ampia. Prevede:
- Il ritiro israeliano da due aree specifiche nel sud del Libano (una a nord e una a sud del fiume Litani).
- Il trasferimento di queste zone alle Forze Armate Libanesi (LAF) come programma pilota.
- L’obiettivo di rafforzare la sovranità libanese, la sicurezza al confine e ridurre l’influenza iraniana (attraverso Hezbollah).
Non è né una pace né un trattato di normalizzazione, piuttosto un quadro per futuri negoziati, che garantisce a Israele il controllo su gran parte dei territori occupati fino a quando Hezbollah non sarà disarmato o neutralizzato. Il governo libanese (in particolare il presidente Joseph Aoun) lo ha accolto positivamente come passo verso il “pieno controllo statale” sul territorio.
Hezbollah ha respinto categoricamente l’accordo, definendolo una “concessione al nemico”, un tradimento e una “roadmap per annientare parte del popolo libanese”. Il deputato di Hezbollah Hassan Fadlallah ha invitato il governo a ritirare le decisioni prese e ha avvertito che imporre l’accordo rischia di scatenare una guerra civile, a meno che non ci sia un forte sostegno americano.
In serata, sono scoppiate proteste, organizzate principalmente da sostenitori di Hezbollah e da alleati come Amal, nei sobborghi meridionali di Beirut (Dahiya, zona di Msharrafieh), in zone centrali vicino al Parlamento e lungo le strade che portano all’aeroporto. Segnalate sfilate di auto e moto con bandiere di Hezbollah e l’immagine di Nasrallah, blocchi stradali con pneumatici incendiati, slogan contro l’accordo e contro il governo. L’esercito libanese è intervenuto per disperdere i manifestanti e riaprire le strade. Proteste simili (con roghi di pneumatici) sono state segnalate anche in altre città.
