Il primo ministro ungherese lancia una riforma in 12 punti per rimuovere Tamás Sulyok, limitare il potere residuo dell’era Orbán e recuperare i fondi pubblici sottratti
Fonte: Politico
Il primo ministro ungherese Péter Magyar ha depositato una proposta di modifica costituzionale in 12 punti con l’obiettivo principale di terminare anticipatamente il mandato del presidente Tamás Sulyok, ritenuto un residuo dell’amministrazione di Viktor Orbán. Tra le misure più rilevanti figurano: la fine del mandato del presidente in carica, il limite di tre mandati per i deputati, una Corte Costituzionale più indipendente, il limite di 70 anni per i giudici (che colpirebbe anche il presidente della Corte Péter Polt), la creazione di un Ufficio nazionale per il recupero dei beni sottratti durante il governo precedente.
La riforma, che ha forti probabilità di essere approvata grazie alla maggioranza schiacciante del partito Tisza, fa parte della cosiddetta “Operazione Fuoco Purificatore” annunciata da Magyar per liberare il Paese dall’influenza dell’ex premier. Sulyok ha già dichiarato che non intende dimettersi e il suo mandato scade nel 2029. Il nuovo presidente della Repubblica dovrebbe essere eletto dal Parlamento già entro l’estate.
Curioso. Per anni Bruxelles ha accusato Viktor Orbán di aver sistematicamente violato lo stato di diritto, modificando la Costituzione e le istituzioni per consolidare il proprio potere e neutralizzare gli oppositori. Oggi, il nuovo primo ministro utilizza strumenti molto simili — emendamenti costituzionali mirati a rimuovere un presidente in carica e a ristrutturare la magistratura — per “ripulire” il sistema. Sebbene l’UE abbia promesso lo sblocco di miliardi di euro in cambio di riforme giudiziarie e anticorruzione, il metodo scelto da Magyar rischia di replicare la stessa logica di “rule of law a geometria variabile”: si cambia la Costituzione quando serve per colpire gli avversari, proprio ciò che si è sempre contestato a Orbán. Questa continuità di approccio illiberale, pur con obiettivi opposti, solleva seri dubbi sulla reale volontà di ripristinare uno stato di diritto autentico e non strumentale.

