di Philip Giraldi per The Unz Review – traduzione a cura di Old Hunter
Qualcuno pensa davvero che l’Iran minacci gli Stati Uniti? È plausibile solo se si riesce a farsi convincere da un bugiardo congenito e criminale di guerra come il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu o da un buffone come il senatore Lindsey Graham della Carolina del Sud. La testa ancora mi doleva come conseguenza dell’aver assistito alle 56 standing ovation di Netanyahu da parte di un Congresso comprato e pagato, quando mi sono imbattuto tra i miei vecchi libri in un volume con un titolo che riassumeva ciò che stavo pensando. Si intitola “In Search of Enemies: A CIA Story” ed è stato scritto da un ex collega dell’Agenzia di nome John Stockwell nel 1978. Stockwell ha trascorso parte degli anni della scuola superiore con il padre missionario presbiteriano nel Congo belga. Si è poi laureato all’Università del Texas e ha trascorso tre anni nel Corpo dei Marines degli Stati Uniti. Entrato nella CIA nel 1964, si è guadagnato il rispetto come “mano esperta dell’Africa”, come si diceva comunemente, durante i dodici anni trascorsi presso il vicedirettore delle operazioni dell’Agenzia, terminati con le sue dimissioni nel 1976. Stockwell ha prestato servizio come ufficiale in tre guerre: la crisi del Congo, come capo della “task force” dell’Agenzia nella guerra d’indipendenza dell’Angola e poi il Vietnam. Sei anni di Stockwell sono stati in Africa, come capo della base nel Katanga, poi come capo della stazione a Bujumbura, nel Burundi, nel 1970, prima di essere trasferito in Vietnam per supervisionare le operazioni di intelligence nella provincia di Tay Ninh, dove ha ricevuto la medaglia al merito dell’intelligence della CIA per aver mantenuto la sua postazione operativa fino a poco prima della caduta di Saigon in mano ai comunisti nel 1975. Nella sua lettera di dimissioni, Stockwell ha citato le profonde preoccupazioni per i metodi e i risultati delle operazioni paramilitari della CIA nei Paesi del Terzo Mondo e ha successivamente testimoniato in tal senso davanti alle commissioni del Congresso. Due anni dopo, scrisse In Search of Enemies, su quell’esperienza e sulle sue più ampie implicazioni. Sosteneva che la CIA stava danneggiando la sicurezza nazionale e che le sue “guerre segrete” non fornivano alcun beneficio agli Stati Uniti. La CIA, affermava, aveva individuato il Movimento Popolare per la Liberazione dell’Angola (MPLA) come nemico, nonostante il MPLA desiderasse buone relazioni con gli Stati Uniti e non avesse minacciato gli USA in alcun modo. Nel 1978 partecipò al programma televisivo americano 60 Minutes per discutere del suo libro, sostenendo tra l’altro che il direttore della CIA William Colby e il consigliere per la sicurezza nazionale Henry Kissinger avevano sistematicamente mentito al Congresso e al pubblico sulle operazioni della CIA in Africa e altrove. Stockwell ebbe un ruolo importante in una guerra che l’America scelse in seguito di dimenticare. Fu un conflitto pieno di lezioni sulla tirannia della burocrazia impazzita e sulla forza dell’abitudine che guida un processo sanguinario sena un fine. In effetti, il documento presidenziale top secret che autorizzava la guerra segreta in Angola indirizzava esplicitamente la CIA a evitare la vittoria: il veroobiettivo era invece quello di “dissanguare le casse russe e dissanguare i corpi angolani, il tutto per tenere la Russia ‘sulle spine’” dopo l’abbandono del Vietnam da parte degli Stati Uniti l’anno precedente. Anche se in Angola non c’erano truppe americane sul terreno, ma solo “consiglieri”, furono spesi molti milioni di dollari, molte migliaia di morti e furono dette molte bugie al popolo americano per condurre una guerra senza alcun rapporto con gli interessi vitali americani e senza speranza di vittoria. Per molti versi fa pensare alle tragedie che coinvolgono le politiche estere e di sicurezza nazionale degli Stati Uniti e che si stanno verificando oggi. Se sembra molto simile alle conseguenze del recente disimpegno dall’Afghanistan, è proprio perché lo è. C’è bisogno di un nemico per giustificare un establishment di difesa gonfiato e se non c’è un nemico disponibile se ne inventerà uno, proprio come ha fatto il senatore Lindsey Graham che ha presentato il disegno di legge SJ106 del Senato, che autorizza in anticipo la guerra contro l’Iran anche se l’Iran non fa nulla per provocarla. È una dichiarazione di guerra anticipata contro un “nemico” che farà comodo quando sarà necessario! Graham è l’ultimo di una serie di guerrafondai americani che si è sviluppata fin dalla Seconda guerra mondiale e che si è intensificata negli ultimi trent’anni. Il potere e la rilevanza reali dell’America, misurati dalla sua economia e dalla sua leadership, sono diminuiti, spesso a causa di decisioni sbagliate prese dal governo del Paese che hanno trasformato i concorrenti in avversari realmente motivati. Un tempo i Paesi in via di sviluppo come la Cina hanno perseguito programmi di successo basati sulle esportazioni. La Cina è diventata la più grande economia del mondo, ma gli Stati Uniti vedono sempre più il successo di Pechino come una “minaccia”, creando una situazione di crisi che in realtà non esiste. Gli Stati Uniti, nel tentativo di mascherare il proprio declino e di aumentare la propria importanza incrementando le spese militari per costosi sistemi d’arma obsoleti come le portaerei, non hanno fatto altro che peggiorare la situazione accumulando enormi deficit insostenibili, che prima o poi verranno al pettine! E quando si ha a disposizione tutto quel costoso hardware militare è bene usarlo, invogliando i politici deboli ad adottare posizioni aggressive in parti del mondo in cui gli Stati Uniti non hanno interessi reali da sostenere. Le 900 basi militari di Washington sparse per il mondo non hanno alcuno scopo difensivo, ma l’effetto prepotente prodotto dalla loro presenza suscita una reazione inevitabile: i Paesi in via di sviluppo e persino alcuni tra quelli avanzati hanno capito che il dominio del dollaro è il cuore del problema. Questi Paesi hanno iniziato a unirsi per resistere all’“imperialismo yankee” e a negoziare accordi per creare nuovi allineamenti economici e politici come i BRICS, che serviranno solo ad accelerare il declino americano. Qual è dunque la soluzione percepita dai leader democratici e repubblicani? La via più facile è quella di aumentare le sanzioni, finché gli Stati Uniti saranno in grado di gestire gran parte del commercio mondiale attraverso il dominio del dollaro come valuta di riserva. Attualmente un terzo delle nazioni del mondo è per un motivo o per l’altro sottoposto a sanzioni da parte degli Stati Uniti e il relativo documento del Dipartimento del Tesoro, che elenca nominativamente i paesi colpiti, conta 2669 pagine. Ci sono stati molti altri interventi militari, insieme a operazioni speciali organizzate con la NATO e con il gruppo sempre più esiguo di nazioni amiche, che a loro volta spingono le altre nazioni a stringersi in abbracci stretti con coloro che non sono più disposti ad accettare ciò di cui si vantava l’ignara Segretaria di Stato americana Madeleine Albright: “Se dobbiamo usare la forza, è perché siamo l’America. Siamo la nazione indispensabile. Siamo forti. Vediamo più lontano nel futuro”. Il pensiero americano ai massimi livelli è chiaramente guidato da ciò che la leadership del Paese venderà alla gente, ovvero la paura delle presunte minacce provenienti da altri Paesi, attualmente soprattutto da Cina, Russia, Corea del Nord, Venezuela e Iran. È sempre positivo avere un nemico a cui dare la colpa di tutto, ma ha anche un costo: i “nemici” capiranno cosa sta succedendo e si uniranno e coopereranno tra loro per resistere all’aggressione statunitense. Questo è ciò a cui stiamo assistendo ora, con gli Stati Uniti nella lista dei nemici di molti Paesi e con i sondaggi di opinione che suggeriscono quanto Washington sia detestabile! La triste verità è che è il governo degli Stati Uniti a trovare conveniente iniziare il processo di creazione di nemici da consumare nella speranza di giustificare alleanze non vantaggiose e altri accordi esteri e allineamenti di difesa che all’estero non hanno senso. Si può dire quello che si vuole del presidente russo Vladimir Putin, ma le mosse fatte dai diplomatici russi negli ultimi vent’anni avevano lo scopo di favorire un accomodamento con l’Occidente. La chiave di questo miglioramento delle relazioni è stata l’adesione di Washington all’impegno assunto dopo la dissoluzione dell’Unione Sovietica di non espandere la NATO nell’Europa orientale, che Mosca considerava una linea rossa. La Casa Bianca ha poi ignorato quell’accordo quasi immediatamente. Ma nel 2014 è stato il rovesciamento da parte di Washington di un governo eletto in Ucraina, amico di Mosca, a porre le basi per il deterioramento delle relazioni multilaterali tra Russia e NATO, dopo che Putin ha capito che non aveva molto senso cercare di stabilire un modus vivendi accettabile con l’Occidente. Come abbiamo appreso di recente dall’ex cancelliere tedesco Angela Merkel, l’accordo di Minsk, che avrebbe dovuto istituire un’Ucraina non allineata, era solo una frode, con la NATO che intendeva armare ed estendere l’adesione a Kiev nonostante l’impegno a non farlo. Ancora nell’aprile 2022, poco dopo l’intervento della Russia in Ucraina per proteggere la minoranza etnica russa nel Donbas e in Crimea nel febbraio 2022, il Primo Ministro britannico Boris Johnson andò inaspettatamente in Ucraina per avvertire il Primo Ministro Volodymyr Zelensky che qualsiasi trattativa di pace con Mosca non sarebbe stata accettabile per Stati Uniti, Regno Unito e NATO. La richiesta era che l’Ucraina fosse pronta a continuare la guerra. Lo stesso vale per l’avvelenamento deliberato delle relazioni con altri nemici potenziali e reali. Nel 1972 gli Stati Uniti e la Cina stabilirono un modus vivendi che avrebbe permesso ai due Paesi di vivere in pace, o almeno in modo da evitare un conflitto armato. Si chiamava “One China” e riconosceva che una Taiwan indipendente, che sopravviveva sotto l’ombrello militare americano, facevaa parte della grande Cina. Allo stesso tempo, però, la Cina accettò di non cercare di conquistarla con la forza e gli Stati Uniti mantennero quella che è stata definita una “ambiguità strategica” sulla questione. Ora, però, gli Stati Uniti hanno creato un problema importante su possibili intenzioni malevole della Cina e Pechino viene sempre più vista da entrambi i principali partiti di Washington come un nemico all’orizzonte. A Washington si parla molto di dover “trattare” con la Cina e la leadership cinese è pienamente consapevole di ciò che si sta ventilando. La Cina ora farà tutto ciò che è necessario per alleviare la minaccia ma agirà completamente nel proprio interesse, un altro enorme fallimento della diplomazia americana. I passi falsi degli Stati Uniti hanno quindi trasformato due grandi potenze militari ed economiche – Russia e Cina – in nemici e questi due Paesi hanno risposto come meglio ritengono, creando relazioni per colpire, se necessario, gli Stati Uniti. Mentre Israele sta per iniziare una guerra regionale con l’obiettivo di paralizzare l’Iran e Washington si è impegnata a difendere lo Stato ebraico anche se dovesse iniziare un conflitto, cosa che de facto già accade, la Russia, in particolare, è già venuta in aiuto di Teheran, fornendogli, secondo quanto riferito, sofisticati sistemi di difesa aerea S-400 in grado di abbattere aerei da guerra statunitensi e israeliani. E l’Iran ricambia vendendo a Mosca un gran numero di droni armati da utilizzare contro l’Ucraina. Inizia così una inevitabile escalation tra due grandi potenze armate di armi nucleari e con nel mezzo uno spericolato Israele, dotato anch’esso di armi nucleari, e la cosa triste è che il crescente conflitto non sarebbe mai dovuto iniziare se la Casa Bianca avesse usato la sua influenza per frenare le azioni del governo israeliano a Gaza e i suoi assassinii in Libano e nello stesso Iran. Nella “classifica dei nemici”, dopo la Cina e la Russia, c’è sicuramente l’Iran, soprattutto grazie all’insistenza degli israeliani, che controllano in larga misura gli aspetti della politica estera di Washington. Israele afferma che l’Iran rappresenti una minaccia sia per gli Stati Uniti che per sé stesso perché sta sviluppando un’arma nucleare. Questo punto di vista è stato recentemente ribadito dal Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu di fronte al Congresso degli Stati Uniti ed è un’assoluta falsità. Persino l’intelligence israeliana ammette che l’Iran non ha un programma di armamento nucleare ed è ben lontano dal possedere un simile dispositivo. In effetti, il fatto è che l’Iran non ha mai minacciato gli Stati Uniti e non ha alcun interesse a farlo. Israele, che ha un arsenale nucleare segreto, è una minaccia più grande per gli Stati Uniti più di quanto non lo sia l’Iran, per aver abbracciato l’“Opzione Sansone”, in base alla quale userebbe le sue armi nucleari per colpire in determinate circostanze i Paesi amici. Ecco, perciò, come si è arrivati a questo punto. La ricerca frenetica di nuovi nemici, a seconda delle necessità, da parte dei pazzi che comandano a Washington, anche quando la realtà non supporta la narrazione. Il libro di Stockwell parlava proprio di questo ed era vero nel 1964 come lo è oggi. Gli Stati Uniti e gli europei sostengono di temere che la Russia fornisca sistemi di armamento di alto livello all’Iran per aiutarlo a difendersi e a sviluppare un’arma nucleare, cosa che in realtà non ha alcuna intenzione di fare. I fatti dimostrano tutt’altro, ovvero che l’Iran è stato oggetto di attacchi da parte di israeliani e americani e di assassinii di suoi alti funzionari, tra cui l’uccisione da parte di Donald Trump del comandante delle Guardie Rivoluzionarie Qassim Soleimani a Baghdad nel gennaio 2020. Chi sono dunque i veri cattivi? Credo che la risposta sia chiara.
Philip Giraldi
