Studiando il mondo islamico ci si rende conto che il nazionalismo arabo incline a laicismo, socialismo, antimperialismo e antisionismo ha trovato una delle sue manifestazioni più credibili nel Partito Ba’th Arabo Socialista che aveva segnato negli anni Sessanta il riscatto dei più poveri. Fondato nel 1947 da un greco ortodosso, Michel Aflaq, e da un sunnita, Salah Bitar, fu diviso nel 1966 in due rami: uno siriano in mano agli Assad rappresentava la sinistra, favorevole a socialismo e progressismo; l’altro iracheno di Saddam Hussein sciolto con l’esercito dagli Usa rappresentava posizioni più conservatrici.
Il Partito Ba’th in Siria è stato uno dei tentativi di modernizzare e riformare uno Stato islamico in senso da loro (islamici) considerato “progressista” offrendo una solida e concreta possibilità che la Siria non fosse condizionata dalle derive del fondamentalismo islamico costituito da Salafismo, Wahhabismo e dai gruppi jihaedisti (al-Qa’ida e Stato Islamico IS nelle sue varie declinazioni).
Adesso c’è la conferma: al crollo del Ba’th, rispunta – immediatamente e sistematicamente – la sola opzione del fondamentalismo, quello senza ideologie storiche di “Riforma” (Iṣlāḥ) ma costruito sulla violenza terroristica e pronto opportunisticamente a farsi adottare dall’Occidente.
In Siria accadrà come già in Libia e Iraq: caduto il “dittatore sanguinario”, certo NON si affermerà spontaneamente una democrazia.
E le democrazie pilotate artificialmente o le Primavere arabe abbiamo visto già come funzionano, asservite agli interessi tardo-coloniali dell’Occidente.
Davvero non riesco a capacitarmi di tanto ottimismo degli Stati europei, sospesi nel limbo di indecisione e sorpresa, i quali però si affrettano a chiudere i confini temendo l’invasione di profughi. Mi pare un po’ lo stesso che accadde per la guerra decennale della Jugoslavia. Anche allora non avevamo capito niente e adesso sportivamente i nostri giornali ci dicono che il nuovo premier designato, Mohammed al-Bashir, è un ingegnere laureato anche in Shari’a…
