SE TRUMP TENTA DI PRENDERE IL CONTROLLO DI GAZA, I PALESTINESI MORIRANNO LÌ DOVE SONO

DiOld Hunter

6 Febbraio 2025
Il piano di “riqualificazione” israelo-statunitense deve essere chiamato con il suo vero nome: pulizia etnica su una scala mai vista dai tempi dell’Europa occupata dai nazisti
Una donna palestinese e dei bambini siedono tra le macerie degli
edifici distrutti a Jabalia, nel nord di Gaza, il 5 febbraio 2025

di David Hearst per Middle East Eye    –     Traduzione a cura di Old Hunter

Abbiamo tutti denunciato il ruolo dell’ex presidente degli Stati Uniti Joe Biden nel ruolo di quartiermastro generale per la campagna genocida di Israele a Gaza. E giustamente. Ma Biden ha fatto molto più che permettere che questa guerra continuasse per 15 mesi. Ha gettato le basi per qualcosa di molto peggiore. Non è stato solo un caso di impotenza, ma di premeditazione. Questo è stato ora tradotto in parole e politiche dal suo successore, Donald Trump. Alcuni, in particolare coloro che hanno votato per Trump negli Stati indecisi, si sono cullati nel pensiero che, dopo i grandi orrori di ciò che è accaduto sotto il controllo di Biden, Trump avrebbe potuto fare solo meglio. Si sono cullati nel pensiero che Trump fosse sincero nel suo desiderio di porre fine alla guerra a Gaza, anche per le ragioni sbagliate. Il mese scorso, in occasione del suo insediamento, Trump si è circondato delle famiglie degli ostaggi. Il suo inviato per il Medio Oriente, Steve Witkoff, aveva forzato l’accordo di cessate il fuoco fin dall’inizio, quindi hanno dato per scontato che Trump avrebbe fatto pressione sul primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per portare avanti lo scambio di ostaggi e prigionieri. Si sbagliavano tutti.  Molti di coloro che hanno votato per Trump non hanno preso sul serio le implicazioni genocide del suo desiderio di trasformare Gaza nella Riviera del Mediterraneo orientale, né tantomeno le riflessioni di suo genero Jared Kushner su tutte quelle “preziose proprietà sul lungomare“. E neppure si sono resi conto che Trump formula la sua politica sulla base dell’ultima persona con cui parla. 

Un mandato elettorale chiaro

Quando il Wall Street Journal ha riferito dell’idea di Trump di occupare Gaza, ha colto di sorpresa perfino i suoi più stretti collaboratori, ecco cosa significa l’improvvisazione di Trump in politica estera. L’improvvisazione di Trump deve lasciare perplessi anche i suoi più stretti sostenitori. Si è candidato con l’obiettivo di fermare tutte le guerre in cui era impegnato Biden. A poche settimane dal suo incarico, non solo approva il compito di Israele di continuare la sua guerra a Gaza, ma vuole addirittura impossessarsi della Striscia. Dopo un solo incontro con Netanyahu, il capo di “palazzinari” americani si era impegnato ad acquisire Gaza come proprietà degli Stati Uniti, per trasformare un “sito di demolizione” in un paradiso. Ha affermato che l’avrebbe sviluppato per “popolo del Medio Oriente”; in altre parole, anche per i coloni israeliani. Seduto a un metro di distanza, l’uomo che aveva demolito Gaza non riusciva a contenere il suo sorriso. Trump gli aveva appena dato tutto quello che nemmeno il sionismo istintivo di Biden aveva potuto. Netanyahu lascia Washington con un mandato chiaro. Non è, come tutti pensavamo, quello di fermare la guerra, ma di spingerlo a tornare in guerra. Questa è l’inevitabile conseguenza delle parole di Trump, se le manterrà. L’umiliazione di tutte quelle immagini della liberazione degli ostaggi con i combattenti di Hamas – in nuove uniformi e jeep intatte, saldamente al comando – è alle spalle del leader israeliano. E così anche le considerevoli forze militari e politiche dell’estrema destra religiosa israeliana si sono allineate. La fretta di Itamar Ben Gvir, ex ministro della sicurezza nazionale e leader de facto della destra religiosa sionista, di rientrare nel governo israeliano in seguito alla conferenza stampa di Trump la dice lunga. Ben Gvir ha dichiarato che se Trump iniziasse ad attuare il suo piano, il suo partito rientrerebbe nella coalizione.  Mai prima d’ora il sogno di una vita, il sogno di un Grande Israele che si estende dal fiume al mare, è stato per loro a portata di mano. Trump ha detto e fatto molto di più. In un solo giorno ha stracciato l’accordo di cessate il fuoco che era stato negoziato nel corso di 15 mesi. Non solo ha abrogato unilateralmente la terza fase, quella che prevede la restituzione di tutti i cadaveri e il ritiro completo delle forze israeliane da Gaza, ma ha anche messo in forte dubbio la seconda fase, che prevedeva il rilascio di tutti gli ostaggi ancora in vita. Trump ha detto di “non essere fiducioso” sulle prospettive a lungo termine del cessate il fuoco a Gaza. Martedì, Witkoff ha confermato che mentre l’amministrazione era “fiduciosa” sulla seconda fase, la terza era fuori discussione

Il rischio di un crollo

Supponendo che questa raffica di inversioni di rotta degli Stati Uniti sull’accordo firmato a Doha rimanga in vigore, quale incentivo esiste ora per Hamas a continuare a rilasciare ostaggi, anche nella fase attuale dell’accordo? Siamo solo a metà della prima fase dell’accordo, che prevede il rilascio di 33 ostaggi in cambio di centinaia di prigionieri palestinesi. E perché mai Hamas dovrebbe continuare a rilasciare altri ostaggi, sapendo che quello che seguirà sarà il loro annientamento? E che valore si può ancora dare ai documenti firmati dagli Stati Uniti? Questa è la chiara implicazione della reazione di Basem Naim, membro dell’ufficio politico di Hamas. Che ha detto che Hamas si è impegnato a rispettare l’accordo per il cessate il fuoco finché lo farà Israele, ma “qualsiasi manipolazione nell’attuazione dell’accordo potrebbe causarne il collasso”.

E Netanyahu cosa ha suggerito a Trump riguardo alla Cisgiordania occupata? Non lo sapremo prima di qualche settimana, ma i segnali sono inquietanti. Alla domanda se Trump appoggiasse la sovranità israeliana su “Giudea e Samaria” – il che vuol dire l’annessione delle aree B e C, che comprendono più di due terzi della Cisgiordania illegalmente occupata – Trump ha avuto parole comprensive. “Siete rappresentati molto bene e l’idea piace alla gente, ma non abbiamo ancora preso una posizione in merito. Ma probabilmente faremo un annuncio su questo argomento specifico nelle prossime quattro settimane”, ha detto Trump. È ormai evidente che Gaza non rappresenta più la lotta tra un gruppo di resistenza palestinese e Israele. Non si tratta nemmeno più di Gaza. In un momento storico in cui l’identità palestinese e la richiesta di autodeterminazione di questo popolo sono al massimo livello – come conseguenza di ciò che Gaza e la Cisgiordania occupata stanno subendo – Trump e Netanyahu stanno preparando piani per un trasferimento forzato di massa del popolo palestinese che farebbe impallidire tutti gli altri che hanno avuto luogo dal 1948.

Una minaccia esistenziale

Il secondo mandato di Trump rappresenta una minaccia esistenziale per tutti i palestinesi, ovunque vivano, e per la maggioranza della popolazione che ora vive tra il fiume e il mare. Deve essere anche ovvio che i piani di Trump rappresentano un’enorme minaccia alla sicurezza per la stessa Europa.  Se l’arrivo di un milione di siriani ha condannato il governo di centro-destra dell’ex cancelliera Angela Merkel e ha inaugurato un nuovo periodo nella storia tedesca in cui l’estrema destra ha nuovamente minacciato la democrazia, come potrebbero milioni di palestinesi turbare la pace della Fortezza Europa? Forse i leader europei stanno finalmente realizzando quanto sia stato stupido e insulso da parte loro sostenere Israele fino in fondo nella sua guerra contro Gaza, e dove ora questa politica li sta portando. L’Europa sta finalmente realizzando ciò che ogni arabo e palestinese sapeva fin dal primo giorno ovvero quale fosse il vero obiettivo di questa guerra: il trasferimento forzato di milioni di palestinesi dalla Palestina. Trump ha ignorato con disinvoltura e imperiosità gli avvertimenti sauditigiordani ed egiziani contro il perseguimento di questa politica con Israele. È stato uno sciocco a farlo. A poche ore dall’affermazione di Trump: “L’Arabia Saudita sarà molto utile. E lo è stata davvero molto. Vogliono la pace in Medio Oriente. È molto semplice”, il regno ha rilasciato la sua dichiarazione finora più forte. Il ministero degli Esteri saudita ha sottolineato la posizione “ferma e incrollabile” del regno sulla creazione di uno Stato palestinese, contraddicendo l’affermazione di Trump secondo cui l’Arabia Saudita non avrebbe avanzato tale richiesta. La dichiarazione continua: “Il Regno dell’Arabia Saudita ribadisce inoltre il suo inequivocabile rifiuto di qualsiasi violazione dei legittimi diritti del popolo palestinese, sia tramite politiche di insediamento israeliane, con l’annessione di terre, che con i tentativi di spostare il popolo palestinese dal proprio territorio”. Ha descritto la sua posizione come “non negoziabile”. Questa è la reazione più forte e rapida che il regno abbia mai dato a un annuncio di un presidente degli Stati Uniti nella memoria vivente. E non è un caso che questa dichiarazione sia stata rilasciata.

Una causa di guerra

Re Abdullah di Giordania sta per inviare a Washington un messaggio simile. Secondo fonti autorevoli che hanno parlato con Middle East Eye, la Giordania considererebbe l’apertura da parte di Israele del suo confine orientale e l’imposizione di un esodo di massa di palestinesi dalla Cisgiordania occupata un “casus belli”, una causa di guerra. La Giordania è lungimirante su questo. Molte guerre importanti sono iniziate con pretesti più lievi.  La Giordania riceve ogni anno 1,45 miliardi di dollari in aiuti e assistenza militare dagli Stati Uniti e Middle East Eye sa che è assolutamente disposta a rinunciare a questo aiuto fondamentale se il prezzo della continua assistenza finanziaria significa accettare un altro milione di rifugiati palestinesi.  L’ esercito egiziano è altrettanto determinato a non accettare un solo palestinese che sia stato costretto a lasciare Gaza. Sia la Giordania che l’Egitto sanno che se lo facessero, per i loro regimi sarebbe la fine.  Siamo ormai giunti a una fase di questo conflitto in cui gli obiettivi bellici di Israele e dei sostenitori religiosi sionisti di Trump sono evidenti.  Non ci sono foglie di fico dietro cui nascondersi. Non può più essere definita una guerra per la difesa di Israele, se mai lo è stata. Non si tratta più di sconfiggere Hamas. L’obiettivo chiaro e dichiarato di questa guerra è quello di forzare un trasferimento di massa della popolazione palestinese da Gaza e dalla Cisgiordania occupata. Si tratta di infliggere un colpo definitivo allo stato palestinese e di alterare l’equilibrio demografico delle terre che Israele rivendica come proprie per sempre.

Accecato dall’arroganza

Israele potrebbe definirlo un “trasferimento volontario”. Trump e Kushner potrebbero chiamarlo riqualificazione. Ma non può essere chiamato in altro modo se non con il suo vero nome: pulizia etnica su una scala mai vista dai tempi dell’Europa occupata dai nazisti. Ogni palestinese lo capisce. E per questo motivo non si muoveranno. Il mondo può ora essere certo che se questa guerra a Gaza dovesse riprendere, i palestinesi moriranno lì dove si trovano.  Un giorno di lavoro in ufficio per Trump preannuncia sofferenze e uccisioni su una scala inimmaginabile persino per gli standard degli ultimi 15 mesi. E sta per succedere in tempo reale davanti ai nostri occhi.

Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu parla durante la conferenza stampa
con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump a Washington, il 4 febbraio 2025

Ciò che Trump ha proposto martedì è stato già tentato da Israele diverse volte in passato. Le milizie sioniste hanno cercato di costringere i palestinesi a lasciare Gaza nel 1948. Israele ci ha riprovato durante la crisi di Suez e dopo la guerra del 1967. Ha fallito ogni volta e fallirà di nuovo.  Netanyahu ha concluso la sua conferenza stampa dicendo: “La Bibbia dice che il popolo di Israele si alzerà come un leone. E noi siamo risorti. Oggi, il ruggito del Leone di Giuda si sente forte in tutto il Medio Oriente”. È accecato dalla sua stessa arroganza. Se non viene fermato, i leoni del Medio Oriente si abbatteranno sul piccolo stato di Israele come mai prima d’ora. E ogni israeliano lo sentirà.  

David Hearst

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