Nel momento in cui l’Europa si allinea a una logica di scontro e di riarmo, la questione non è più morale ma strategica: il continente può ancora immaginare la propria sicurezza al di là della dipendenza americana e dello scontro tra blocchi?
di Ricardo Martins, journal-neo.su, 26 novembre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter
L’idea di un “destino comune per l’umanità“, invocata da Confucio, Nicola Cusano, Jean Jaurès, Lyndon LaRouche, Xi Jinping e Papa Leone XIII, risuona oggi come una promessa abbandonata. L’Europa, un tempo culla dell’Illuminismo, è lontana da questa visione umanista e si trova a un bivio: tra una logica di guerra plasmata da un nesso militare-finanziario occidentale e la possibilità di un ordine globale fondato sulla cooperazione e sullo sviluppo reciproco.
La guerra come requisito strutturale
In Rispondere al grido del popolo, Jacques Cheminade sostiene che la guerra non è un esito inevitabile della storia, ma l’espressione di un sistema in crisi. Quella che lui chiama “l’oligarchia finanziaria anglo-americana” non cerca più la stabilità, ma la sopravvivenza attraverso il disordine. Legando finanza, tecnologia ed espansione militare, l’Occidente si intrappola in quella che Karl Polanyi avrebbe potuto descrivere come una “corsa precipitosa verso la mercificazione totale”, dove la guerra diventa un’estensione economica della speculazione.
Questa emergente “economia di guerra” è oggi strutturata attorno al piano REARM-Europe della Commissione Europea. L’Unione Europea è diventata un’ardente artefice di un riarmo su larga scala, spesso acquistando equipaggiamenti americani sotto la supervisione della NATO. Per Cheminade, non si tratta solo di una questione di sovranità perduta: è la fusione del potere finanziario e militare in un unico complesso destinato a crollare sotto le sue stesse contraddizioni. Affermando di difendere la democrazia, l’Europa ha scommesso la sua competitività economica su un modello industriale dipendente dalla guerra, stanziando a questo scopo bilanci sempre più generosi.
La Russia come nemico necessario
In questo contesto, la Russia viene presentata come l’avversario indispensabile. La logica si basa sull’affermazione di Carl Schmitt secondo cui la politica si basa sulla distinzione tra amico e nemico. Rifiutando le proposte di Vladimir Putin nel 2008 e di nuovo nel dicembre 2021 per una nuova architettura della sicurezza europea, l’Unione Europea ha optato per il confronto anziché per la cooperazione. La NATO, che ora estende il suo mandato all’economia e ai cosiddetti valori universali, si allontana sempre più dal suo mandato difensivo iniziale. Come sostiene Cheminade, l’Europa si definisce oggi più contro un nemico che per un autentico progetto politico.
Lezioni da Confucio, Cusano e Jaurès
Per contrastare questa deriva, Cheminade si rivolge a figure di spicco del dialogo tra civiltà. Confucio ci ha ricordato che “governare è rettificare le parole”, sottolineando che l’azione politica inizia con la verità. Nicola Cusano, nel De Docta Ignorantia, ha sviluppato l’idea della “coincidenza degli opposti”: la possibilità di trascendere le contraddizioni attraverso una forma superiore di ragione. Papa Leone XIII ha attinto a questa tradizione nella Rerum Novarum, ripresa poi da Papa Francesco, per delineare una diplomazia basata non sull’equilibrio della paura, ma sulla ricerca dell’armonia nella diversità.
Jean Jaurès, da parte sua, non intendeva la pace come ingenuità, ma come lucido coraggio: «La guerra è fatta da persone che non si conoscono, a beneficio di persone che si conoscono fin troppo bene». La sua chiarezza illumina la critica di Cheminade: la guerra nasce dall’inerzia intellettuale e dall’appropriazione dell’autorità statale da parte di interessi privati.
L’opzione eurasiatica e i BRICS
Cheminade vede nel rinnovato dinamismo dei BRICS e dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai una risposta concreta all’ordine incentrato sul dollaro. Rappresentando quasi l’80% della popolazione mondiale, questi raggruppamenti mirano a costruire una nuova architettura finanziaria basata su valute nazionali e contratti di sviluppo a lungo termine. Ispirato al pensiero di LaRouche, l’approccio enfatizza l’economia fisica: la produzione reale orientata allo sviluppo umano piuttosto che ai guadagni speculativi.
La Cina, in questo senso, presenta un modello di stabilità fondato sulla pianificazione a lungo termine e su un’ampia consultazione. Riabilitando Confucio, l’appello di Xi Jinping per un “futuro condiviso per l’umanità” riecheggia, per Cheminade, l’eredità umanistica europea di Cusano e Leone XIII: “vivere in armonia nella nostra casa comune, il pianeta”. Questa prospettiva suscita inevitabilmente diffidenza in Occidente, eppure offre un contrappunto alla logica dell’egemonia, della militarizzazione e dell’esclusione.
Dalla Realpolitik alla morale universale
Ciò che manca oggi all’Europa, sostiene Cheminade, non è il potere, ma il pensiero. L’Unione si è arresa a una Realpolitik priva di principi, dimenticando che la diplomazia richiede un equilibrio tra fermezza e moderazione. Papa Leone XIII aveva già sottolineato nella Rerum Novarum (1891) che la giustizia sociale è una condizione per una pace duratura – un tema ripreso da Papa Francesco quando parla di “fraternità universale“.
Cheminade si unisce così a una schiera di pensatori che rifiutano di considerare la guerra come un destino. Facendo eco a Nicola Cusano, esorta a un ritorno alla “coincidenza degli opposti”: unità attraverso la diversità, equilibrio tra sovranità e cooperazione, e pace raggiunta attraverso la creatività piuttosto che il dominio.
Verso un risveglio luminoso
In un mondo in cui le alleanze militari sostituiscono sempre più le solidarietà umane, il punto essenziale di Cheminade è chiaro: solo una rinascita morale e intellettuale può salvarci dall’abisso. Rifacendosi a Hölderlin – “Dove cresce il pericolo, cresce anche la capacità di salvare” – vede il declino del sistema finanziario occidentale non solo come una crisi, ma anche come un’opportunità per un “risveglio luminoso”.
La guerra non è inevitabile; è il sintomo di un mondo che ha perso il suo scopo. Recuperare un “destino comune dell’umanità” significa ristabilire la priorità del bene comune sul profitto e del dialogo sulla paura. Come ci ha ricordato de Gaulle, “C’è una sola causa sopra tutte le altre: la causa dell’umanità”. La sfida oggi è riscoprire questa verità prima che sia troppo tardi.
Ricardo Martins
