CHI POSSIEDE L’ORO DELLA BANCA D’ITALIA?

DiOld Hunter

13 Dicembre 2025
Rimane una certa ambiguità su chi sia realmente il proprietario dell’oro detenuto dalla Banca d’Italia. Per la Banca Centrale Europea, risolvere la questione minaccerebbe la stabilità dell’eurozona.
Sono finiti i giorni in cui la BCE dichiarava di impegnarsi nella lotta al cambiamento climatico. Oggi,
Christine Lagarde dedica tutte le sue energie a mantenere il controllo dell’istituzione sull’oro italiano.

di Auguste Maxime, forumgeopolitica.com, 12 dicembre 2025   —   Traduzione a cura di Old Hunter

L’Italia detiene ufficialmente la terza riserva aurea più grande al mondo, con oltre 2.450 tonnellate, dopo Stati Uniti e Germania. Stimate in quasi 300 miliardi di euro, pari a circa il 13% del PIL italiano, queste riserve sono iscritte nel bilancio della Banca d’Italia. Circa la metà di questo tesoro è custodita sul territorio italiano, l’altra metà negli Stati Uniti, mentre una piccolissima frazione si trova nel Regno Unito e in Svizzera.

Il mese scorso, i senatori del partito Fratelli d’Italia, guidati da Giorgia Meloni, hanno presentato un emendamento al progetto di bilancio 2026 volto a sancire per legge che le riserve auree “appartengono allo Stato, in nome del popolo italiano”.

La BCE ha reagito immediatamente. In un parere legale pubblicato il 2 dicembre, ha invitato le autorità italiane a riconsiderare la proposta, sottolineando l’importanza di preservare l’indipendenza della Banca d’Italia e rilevando che l’esatto scopo della misura rimaneva poco chiaro.

Da parte sua, il senatore Lucio Malan ha giustificato l’iniziativa come un modo per proteggere l’oro italiano da un uso improprio e per chiarire il suo vero proprietario. “In Italia, la proprietà di ogni immobile, ogni auto, ogni imbarcazione è registrata. Non dovremmo fare lo stesso per un bene del valore di quasi 300 miliardi di euro?”, ha dichiarato al Financial Times.

Perché questa ambiguità?

In ogni Paese, il governo centrale gestisce il bilancio, pianificando le spese, aumentando le tasse e contraendo prestiti se necessario, mentre la banca centrale orienta la politica monetaria, influenzando la quantità di denaro e di credito in circolazione.

In circostanze normali, l’indipendenza di una banca centrale dal governo è considerata essenziale per evitare che quest’ultimo la utilizzi per finanziare politiche elettorali a breve termine stampando moneta, con il rischio di provocare un’inflazione galoppante nel lungo termine.

Storicamente, in periodi di grave crisi – crollo finanziario, guerra o epidemia – questa indipendenza è stata

messa in discussione. La necessità non conosce legge, e la banca centrale finanzia quindi le misure governative per rispondere all’emergenza.

Con l’introduzione dell’euro, l’Italia, come altri paesi dell’eurozona, ha affidato la propria politica monetaria alla BCE, con sede a Francoforte, pur mantenendo il controllo del proprio bilancio.

Le circa 2.450 tonnellate d’oro in questione costituiscono una componente essenziale delle riserve valutarie della Banca d’Italia. Per qualsiasi banca centrale, le riserve valutarie – generalmente costituite da valute estere, oro e diritti speciali di prelievo (DSP) – svolgono un ruolo cruciale per la stabilità e la credibilità di una valuta, poiché consentono di difenderla efficacemente in caso di una grave crisi economica.

Lo status dell’oro nell’Eurosistema

Dal punto di vista legale, le riserve auree rimangono attività nazionali: in Italia sono di proprietà della Banca d’Italia. Tuttavia, la loro gestione è strettamente regolamentata dalla legislazione europea. La BCE ha il potere esclusivo di definire la politica di riserva valutaria dell’Eurosistema, incluso l’oro.

Pertanto, qualsiasi transazione significativa – vendita, prestito, swap o riacquisto – richiede la preventiva approvazione del Consiglio direttivo della BCE. La Banca d’Italia può utilizzare il proprio oro per transazioni di minore entità, ma qualsiasi mobilitazione significativa rimane soggetta al veto di Francoforte.

Il disegno di legge presentato dal senatore Malan e da diverse decine di parlamentari mira a spezzare questa catena di subordinazione. L’obiettivo non è meramente simbolico: è impedire qualsiasi futura istruzione della BCE di mobilitare oro italiano a beneficio dell’Eurosistema.

La BCE ha reagito con fermezza. Nei pareri del 2 dicembre e dei giorni successivi, ha ritenuto la riforma “incomprensibile” e lesiva dell’indipendenza della Banca d’Italia. Dietro la poco convincente argomentazione dell’indipendenza, Francoforte difende in realtà il suo effettivo controllo sull’oro italiano e applica la massima spesso attribuita a Talleyrand: “Si può uscire dall’ambiguità solo a proprio danno”. Naturalmente, in caso di una grave crisi dell’euro, intende poter mobilitare queste riserve per difendere la moneta unica, e non per finanziare un singolo Stato membro.

Nonostante le modifiche apportate dai parlamentari italiani, la BCE persiste nella sua opposizione e chiede il ritiro totale della proposta. Quella che in precedenza era una disputa tecnica tra esperti sta ora iniziando a entrare nel dibattito pubblico italiano. La domanda centrale rimane: chi possiede veramente l’oro della Banca d’Italia? Il popolo italiano, che lo ha accumulato nel corso delle generazioni, o l’Eurosistema, che ritiene di averne bisogno per garantire la propria sopravvivenza?

Un dibattito che rivela le tensioni europee

Questo conflitto illustra le crescenti tensioni all’interno dell’Unione Europea. I paesi dell’Eurozona stanno registrando livelli di debito storicamente elevati: la Francia ha raggiunto il 113% del suo PIL, l’Italia il 135%. Questa situazione riduce il loro margine di manovra e la loro capacità di assorbire futuri shock finanziari.

La perdita dell’accesso all’energia russa, abbondante e a basso costo, continua a gravare pesantemente sul settore industriale tedesco, storico motore delle esportazioni dell’eurozona. Inoltre, l’attuale sconfitta della NATO in Ucraina potrebbe portare al ritiro delle forze armate statunitensi dal Vecchio Continente, compromettendo seriamente la futura stabilità e sicurezza dell’Unione Europea.

Negli ultimi anni, i paesi BRICS hanno notato che la Russia è riuscita a resistere alle sanzioni occidentali imposte dal febbraio 2022, grazie in particolare alle ingenti riserve auree della sua banca centrale, rimaste intoccabili nonostante le misure ostili adottate dai paesi del G7.

Per quanto riguarda il congelamento dei beni russi, investiti principalmente in obbligazioni europee, ha minato la credibilità dell’euro e del dollaro, portando al contempo ad acquisti massicci di oro da parte delle banche centrali del Sud del mondo, facendone aumentare il prezzo di oltre il 130% in dollari in meno di tre anni.

Non sorprende quindi che l’Italia stia cercando di garantirsi una strategia di uscita. Rivendicare la piena sovranità su un asset così strategico potrebbe rivelarsi saggio in caso di disintegrazione della NATO, dell’Unione Europea e dell’Eurozona.

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