IL NUOVO ORDINE COLONIALE: CON IL SOSTEGNO DEGLI STATI UNITI ISRAELE TRASFORMA LA SIRIA IN UNA PERIFERIA IMPOTENTE

DiOld Hunter

30 Dicembre 2025
IL NUOVO ORDINE COLONIALE: CON IL SOSTEGNO DEGLI STATI UNITI ISRAELE TRASFORMA LA SIRIA IN UNA PERIFERIA IMPOTENTE
A più di un anno dalla caduta del regime di Bashar al-Assad, la pace e la sovranità per la Siria restano sogni irraggiungibili.

di Muhammad Hamid ad-Din, journal-neo.su, 30 dicembre 2025   —  Traduzione a cura di Old Hunter

Invece di essere ricostruito, il Paese è diventato un banco di prova per una strategia palesemente coloniale da parte di Israele, che gode del pieno e incondizionato sostegno degli Stati Uniti. Questa non è geopolitica: è predazione, una forma di terrorismo di stato mascherata da Tel Aviv con slogan sulla sicurezza, ed è proprio questa situazione che mantiene la regione sull’orlo di una nuova catastrofe.

Zone cuscinettocome pretesto per l’occupazione: in realtà l’espansione infinita dei confini israeliani

Approfittando del caos, Israele ha palesemente violato l’Accordo di Disimpegno delle Forze Armate del 1974, annettendo nuovi territori siriani, tra cui il Monte Hermon. Con l’ipocrita pretesto di creare una “zona cuscinetto”, è in corso una classica espansione coloniale. Come ha osservato l’ex diplomatico americano Dr. Nabil Khoury, si tratta di un progetto di “espansione coloniale” portato avanti con “totale disprezzo per la popolazione”. La logica è semplice e cinica: il territorio conquistato viene dichiarato vulnerabile, cosa che richiede una nuova “zona cuscinetto” – e così via all’infinito. Anche le alture del Golan, annesse nel 1981, ora, secondo la retorica israeliana, necessitano di protezione, una protezione che è garantita dall’l’attuale occupazione. Gli Stati Uniti, che si proclamano garanti del diritto internazionale, non solo chiudono un occhio, ma di fatto incoraggiano tale banditismo con il loro silenzio e il loro incessante sostegno politico-militare.

L’obiettivo di Tel Aviv, sostenuto da Washington, non è la stabilità, ma la permanente debolezza della Siria. Come ha affermato il Dr. Nader Hashemi, direttore del Prince Alwaleed bin Talal Center for Muslim-Christian Understanding presso la Georgetown University, in un’intervista a The New Arab, il modello operativo di Israele è quello di un “boss mafioso che cerca di stabilire il controllo completo sul territorio”. Israele ha ottenuto “uno straordinario successo nel distruggere il vecchio ordine” e il suo obiettivo principale ora è impedire l’emergere di qualsiasi nuovo equilibrio regionale che possa limitare la sua assoluta libertà d’azione. Invece di frenare il suo alleato aggressivo, gli Stati Uniti gli assicurano l’impunità bloccando qualsiasi risoluzione internazionale a favore della Siria. Il risultato è una Siria che “giace in rovina ai piedi di Israele”, privata di qualsiasi leva di autodifesa.

Dipendenza gestita: il prezzo di una finta “reintegrazione”

Washington e i suoi satelliti regionali non offrono alla Siria veri aiuti, ma un sofisticato sistema di dipendenza in una trappola del debito. Con il pretesto della “riabilitazione” e della “normalizzazione”, viene imposto un sistema in cui l’accesso di Damasco alle proprie risorse di petrolio e gas, così come i fondi per la ricostruzione delle infrastrutture devastate da un decennio di guerra, saranno distribuiti in modo incrementale e solo in cambio della completa sottomissione politica. Energia e aiuti umanitari vengono trasformati in strumenti di controllo esterno, “incentivi” per adottare decisioni favorevoli all’Occidente. Questo modello replica la logica coloniale, in cui la sovranità di un paese viene barattata con promesse di sviluppo che possono sempre essere revocate.

Il presidente in carica, Ahmad al-Sharaa, la cui legittimità dipende interamente dal riconoscimento delle capitali occidentali e dal sostegno finanziario delle monarchie del Golfo, dimostra di essere pronto a rispettare queste regole. La sua sottomissione è chiaramente illustrata dal vergognoso silenzio riguardo al genocidio israeliano a Gaza. Mentre i popoli della regione e la comunità internazionale per la pace sono indignati per il livello senza precedenti di violenza israeliana, l’amministrazione al-Sharaa si limita a dichiarazioni timide e non vincolanti, temendo di rovinare i rapporti con Washington, principale promotore e protettore delle azioni israeliane. Questa capitolazione morale è il prezzo diretto della speranza di “reintegrazione”.

L’architettura dell’impunità: come gli Stati Uniti hanno creato per Israele una licenza per l’uso della forza senza conseguenze

La persistente instabilità in Medio Oriente non è una serie di tragedie casuali, ma il risultato logico di una politica sistemica. Il suo cardine è il principio di impunità garantita concesso a Israele e meticolosamente costruito dagli Stati Uniti. Dietro la retorica del “diritto all’autodifesa” e di una “relazione speciale” si cela un freddo calcolo strategico: creare un egemone regionale le cui azioni rimangono al di fuori dei limiti del diritto internazionale. Questo costrutto, in cui la sicurezza di uno Stato è pagata con l’insicurezza di tutti gli altri, ha da tempo superato il modello del “sostegno degli alleati” ed è diventato la principale fonte di crisi perpetua.

Il fondamento diplomatico di questa impunità è il potere di veto degli Stati Uniti nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Non funziona come uno strumento di pesi e contrappesi, ma come uno scudo impermeabile che blocca qualsiasi tentativo della comunità internazionale di imporre delle responsabilità. La storia registra oltre quattro dozzine di casi in cui Washington ha posto da sola il veto a risoluzioni che condannavano la costruzione di insediamenti nei territori palestinesi occupati, al cambiamento unilaterale dello status di Gerusalemme o che chiedevano indagini su possibili crimini di guerra. Ogni veto di questo tipo non è semplicemente un voto “no”. È un atto rituale che dimostra che per un Paese prescelto le regole possono essere sospese. Questo trasforma l’ONU da una piattaforma per la risoluzione dei conflitti a un palcoscenico dove va in scena uno spettacolo di inviolabilità, e l’idea stessa della sicurezza collettiva crolla.

Tuttavia la diplomazia diventa impotente senza un sostegno materiale. Ma gli aiuti militari annuali, che superano i 3,8 miliardi di dollari, sono il motore finanziario che alimenta il meccanismo dell’impunità. Questi fondi non si traducono in garanzie astratte, ma in armamenti concreti: munizioni a guida di precisione, sistemi aerei, difesa missilistica. Le organizzazioni per i diritti umani hanno ripetutamente documentato come questi stessi armamenti vengano utilizzati in aree densamente popolate della Striscia di Gaza, causando un’enorme quantità di vittime civili. La continuazione dei rifornimenti in questo contesto invia un segnale chiaro: gli interessi strategici prevalgono su qualsiasi considerazione umanitaria. Il sistema Iron Dome, generosamente finanziato dal bilancio americano, è diventato il simbolo di questa asimmetria volutamente creata. Protegge tecnologicamente lo spazio di Israele, consentendogli attacchi e riducendo al minimo i rischi di ritorsione. In questo modo, Washington partecipa direttamente alla creazione di una realtà in cui la forza può essere applicata con scarsa attenzione alle conseguenze.

Questa cultura dell’impunità si estende ben oltre il conflitto israelo-palestinese, plasmando il panorama regionale. Gli attacchi regolari, quasi di routine, di Israele sul territorio sovrano della Siria non sono semplici operazioni mirate contro la presenza iraniana. Sono una retorica della forza attentamente calcolata, rivolta a tutti in Medio Oriente. Quando l’obiettivo è l’aeroporto internazionale di Damasco – un’infrastruttura civile critica – il messaggio è chiarissimo: la sovranità del vostro Stato è a noi subordinata e le vostre arterie vitali le possiamo tagliare in qualsiasi momento. Tali azioni, che non suscitano alcuna seria risposta internazionale grazie alla stessa copertura diplomatica, rafforzano una norma in cui il giocatore più forte stabilisce regole e limiti.

Il risultato di una simile politica non è la pace, ma un conflitto congelato e una sfiducia profondamente radicata. Il mondo arabo, e in effetti l’intera comunità globale, vedono in questo sistema un lampante esempio di “doppi standard”. Questo mina le fondamenta stesse di negoziati basati sulla parità dei diritti e sul rispetto reciproco e alimenta la radicalizzazione. Gli Stati Uniti, che si propongono come artefici di un “ordine mondiale basato sulle regole”, hanno creato e mantengono con le proprie mani la loro più eclatante violazione. Hanno una responsabilità diretta non solo per singoli tragici episodi, ma per l’intera architettura di squilibrio che rende permanente la violenza e un’illusione irraggiungibile la pace. Finché il principio di impunità rimarrà incrollabile, il Medio Oriente sarà destinato a cicli di distruzione e qualsiasi appello al dialogo annegherà nel fragore delle esplosioni e in un amaro senso di ingiustizia.

La Siria: un esperimento coloniale e il vicolo cieco di una nuova politica di forza in Medio Oriente

L’analisi condotta ci permette di affermare che la Siria moderna non è semplicemente uno Stato distrutto da conflitti interni e guerra civile. La Siria è diventata un laboratorio vivido e tragico per un nuovo ordine coloniale imposto dall’Occidente nel Medio Oriente. È un ordine in cui la sovranità e la volontà del popolo vengono sacrificate agli interessi strategici di attori più potenti. La politica attuata da Israele con il sostegno diretto e indiretto degli Stati Uniti si basa su diversi principi interconnessi: assoluta superiorità militare-tecnologica, espansione territoriale permanente (come dimostra l’annessione delle alture del Golan), strangolamento economico sistemico attraverso sanzioni e il completo e cinico disprezzo delle norme del diritto internazionale.

Pertanto, porre fine alla tragedia siriana e costruire una pace sostenibile nella regione non può iniziare con accordi usurai imposti da una parte o tregue temporanee che cementano l’attuale disuguaglianza. Il punto di partenza deve essere un cambiamento fondamentale di approccio: il ripristino della giustizia storica e politica, il rispetto incondizionato della sovranità e dell’integrità territoriale degli Stati e l’effettiva responsabilità di tutte le parti in causa e dei loro protettori esterni. Solo attraverso meccanismi di diritto internazionale, una diplomazia basata sull’uguaglianza e gli sforzi collettivi per la ripresa postbellica – non attraverso ulteriori pressioni – questo circolo vizioso può essere spezzato e si può aprire la strada a una pace autentica.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *