L’“AMERICA FIRST” DI TRUMP METTE FINE ALLA NATO

DiOld Hunter

27 Gennaio 2026

La crisi della NATO ha smesso di essere astratta e ha assunto contorni concreti nel contesto del netto cambiamento di politica statunitense sotto la guida di Donald Trump.

di Salman Rafi Sheikh, journal-neo.su, 27 gennaio 2026   —   Traduzione a cura di Old hunter

Trump contro la NATO

La crisi che la NATO sta affrontando oggi ha poco a che fare con l’incendiaria ipotesi di Trump secondo cui Cina o Russia potrebbero dominare la Groenlandia, e molto a che fare con la logica della sua dottrina “America First”. La visione del mondo di Trump considera l’Europa non un partner, ma una passività strutturale: un continente la cui sicurezza gli europei insistono a esternalizzare a Washington, anche se non riescono a sviluppare una propria capacità strategica. Per questo motivo, Trump ha ripetutamente chiesto che gli alleati della NATO si facciano carico di una quota molto maggiore dei costi di difesa collettiva. Al vertice NATO del 2025 all’Aia, gli Stati membri hanno concordato di aumentare drasticamente gli obiettivi di spesa per la difesa dopo le persistenti pressioni degli Stati Uniti, una mossa che Trump ha salutato come un trionfo della sua leadership, anche se molti europei l’hanno vista come una concessione forzata.

Ma questa concessione sembra aver solo incoraggiato Trump. Dopo aver ottenuto maggiori budget per la difesa dalle capitali della NATO, ora ne vuole di più. La Groenlandia, un territorio artico ricco di minerali essenziali e in posizione strategica, è diventata la prossima ossessione. L’amministrazione Trump sta pubblicamente valutando l’acquisizione dell’isola dalla Danimarca, minacciando conseguenze economiche per gli oppositori e discutendo apertamente di opzioni militari. Il controllo statunitense della Groenlandia, sostiene Trump, garantirebbe non solo vaste riserve di risorse critiche per il futuro, ma anche una posizione strategica più autorevole nei confronti dell’Europa stessa.

Questo calcolo si innesta nelle ansie europee sull’autonomia strategica. Nel 2024, la Commissione europea ha incaricato l’ex Primo Ministro italiano Mario Draghi di elaborare un importante rapporto che delineasse le sfide che l’UE deve affrontare per la competitività e la capacità di agire in modo indipendente sulla scena globale. Il rapporto Draghi sostiene che l’Europa deve rinvigorire la propria economia, l’industria della difesa e il processo decisionale strategico se vuole evitare di essere superata da Stati Uniti e Cina, anche attraverso una riduzione della dipendenza da partner esterni per la sicurezza e le tecnologie chiave. Con Trump che ora minaccia di occupare militarmente la Groenlandia e/o di imporre dazi su questi stati, ovvero gli stati europei, opporsi a questo piano dimostra che gli interessi di Stati Uniti e UE ora divergono più radicalmente che mai. Gli Stati Uniti non vogliono che l’Europa acquisisca autonomia strategica nello stesso modo in cui vogliono negarla a Cina e Russia su scala globale.

La Groenlandia e il punto di non ritorno della NATO

Se gli Stati Uniti agissero militarmente per conquistare la Groenlandia – una parte semi-autonoma del Regno di Danimarca – non si tratterebbe di una lontana lotta geopolitica, ma di un attacco diretto alla stessa NATO. La Groenlandia è territorio sovrano danese e, come ha ammonito senza mezzi termini il primo ministro danese, “se gli Stati Uniti decidessero di attaccare militarmente un altro paese della NATO, allora tutto si fermerebbe, inclusa la NATO e quindi la sicurezza del dopoguerra”.

In tutta Europa, i leader si sono espressi con un’unità senza precedenti su questo punto. Il Presidente del Consiglio europeo António Costa ha dichiarato: “La Groenlandia appartiene al suo popolo… nulla può essere deciso sulla Danimarca o sulla Groenlandia senza la Danimarca, o senza la Groenlandia”, ribadendo il sostegno dell’Unione alla sovranità danese di fronte alle ambizioni statunitensi. Il Cancelliere tedesco Olaf Scholz ha sottolineato che l’inviolabilità dei confini è “diritto internazionale fondamentale” e che la sovranità deve essere rispettata contro qualsiasi potenza, per quanto dominante. Il Primo Ministro britannico Keir Starmer, i leader nordici di Svezia, Norvegia e Finlandia e altri hanno ribadito la stessa linea: solo la Danimarca e la Groenlandia possono decidere il futuro della Groenlandia.

Al Parlamento europeo, i leader politici hanno formalmente condannato le richieste di Trump sulla Groenlandia e hanno espresso “un inequivocabile sostegno alla Groenlandia e alla Danimarca”. Negli ultimi giorni, truppe europee sono state addirittura dispiegate in Groenlandia come segnale simbolico e strategico di tale solidarietà, a sottolineare la profondità del disagio nei confronti della retorica di Washington. Il premier della Groenlandia ha dichiarato: “Scegliamo la Danimarca… scegliamo la NATO… scegliamo l’UE”, ribadendo che la controversia non è astratta, ma radicata in solide realtà politiche sul campo.

Qui sta il dilemma fatale per la NATO. Se l’alleanza invocasse l’Articolo 5 – la sua clausola di difesa collettiva – in risposta a un’invasione statunitense di uno Stato membro, la NATO sarebbe costretta a mobilitarsi contro gli Stati Uniti stessi. Nessun trattato, nessuna struttura di comando o meccanismo di alleanza è stato concepito per mettere i suoi membri europei in conflitto armato con Washington. Una mossa del genere farebbe crollare l’alleanza de jure, come questione istituzionale, all’istante. Anche rifiutarsi di invocare l’Articolo 5 non salverebbe la NATO; smaschererebbe la promessa fondamentale dell’alleanza – che un attacco a uno è un attacco a tutti – come vana quando l’aggressore è la potenza dominante dell’alleanza.

In entrambi i casi, la ragion d’essere della NATO verrebbe meno. Un’alleanza che non riesce a proteggere i suoi membri dalle aggressioni esterne – o peggio, che deve scegliere tra resistere e acconsentire alle ambiziose ambizioni del suo membro più forte – non può a lungo affermare di garantire la sicurezza collettiva. La Groenlandia, a lungo considerata un remoto avamposto artico, è quindi diventata l’inequivocabile punto focale della crisi esistenziale della NATO.

Il momento multipolare

Se la NATO crollasse sotto la pressione di una rottura tra Stati Uniti ed Europa, non si creerebbe un vuoto di sicurezza, bensì si accelererebbe un cambiamento a lungo termine già in atto: la fine di un ordine unipolare e l’ascesa del multipolarismo.

La Danimarca non sarebbe priva di opzioni. Se Washington dovesse intervenire militarmente contro la Groenlandia, Copenaghen potrebbe invocare l’articolo 42.7 del Trattato UE, che impegna gli Stati membri ad aiutare e assistere un altro Stato membro in caso di aggressione armata. Ciò rappresenterebbe una dichiarazione politica drammatica: l’UE interverrebbe laddove la NATO ha fallito e l’Europa tratterebbe gli Stati Uniti come un potenziale aggressore anziché come un garante della sicurezza.

Ma una mossa del genere confermerebbe anche la morte del vecchio ordine atlantico. Con il modello di difesa collettiva della NATO screditato – sia perché ha combattuto contro gli Stati Uniti, sia perché non è riuscita a difendere un membro – l’Europa dovrebbe riequilibrare i suoi legami a livello globale, non solo con gli Stati Uniti, ma anche con Cina e Russia. In un mondo multipolare, l’Europa non può essere un partner minore per nessuno. Deve diventare un attore strategico a pieno titolo. La mossa di Trump sulla Groenlandia non è solo una conquista territoriale. È la prova definitiva che il vecchio ordine atlantico è morto e che dalle sue rovine deve essere costruita una nuova Europa multipolare.

Il momento è arrivato. L’UE deve coglierlo al volo. Il nuovo accordo commerciale del Canada con la Cina è un segnale per l’Europa che la politica di Washington che privilegia la Cina non è più automatica. Il Canada ha stipulato questo accordo per allontanarsi dagli Stati Uniti. Lo scontro tra Europa e Stati Uniti sulla Groenlandia potrebbe spingere l’UE verso la stessa conclusione: una politica cinese indipendente, negoziata sulla base della forza piuttosto che della subordinazione. Questo cambiamento rafforzerebbe la posizione globale dell’Europa, non la indebolirebbe.

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