Il massacro subìto e la minaccia di un bombardamento straniero sprofondano gli iraniani nella collera e nella paura. Ma la dinamica del massacro non è quella raccontata dai media occidentali. E un eventuale bombardamento aggiungerebbe solo dolore al dolore.

di Thierry Meyssan, voltairenet.org, 10 febbario 2026
Dal 28 dicembre 2025 la stampa internazionale chiede a gran voce di bombardare l’Iran per rovesciare «il regime dei mullah». In cinque settimane ci hanno convinti che le autorità iraniane hanno deliberatamente ucciso 40 mila concittadini: un massacro che ne giustificherebbe un altro. Chi sono questi giornalisti che si arrogano il diritto di vita e di morte sugli iraniani? Al servizio di quali oscuri interessi mettono i loro media? Infine: chi sono coloro che vogliono massacrare per l’ennesima volta gli iraniani?
Dalla rivoluzione antimperialista dell’ayatollah Ruhollah Khomeini del 1979 gli Occidentali – in particolare britannici, statunitensi e israeliani – dopo aver organizzato la fuga dello scià e il ritorno del suo oppositore, nutrono un odio mortale non già per il “regime” iraniano, ma per l’intero Paese.
Una concezione clericale della religione
Non mi riferisco a questo regime, perché esso è cambiato più vote in 47 anni. L’unica sua costante è il potere esercitato dal clero sciita, indipendentemente dalla competenza politica. Paradossalmente, l’ayatollah Khomeini, che prima del suo rientro in Iran era considerato un eretico dai suoi pari, oggi è divinizzato proprio da coloro che lo rifiutavano.
L’Iran, che non ha mai conosciuto guerre di religione né separazione tra Stato e Chiesa, è ancora culturalmente asservito al potere clericale. Gli iraniani, che professano una fede esemplare, venerano gli eruditi della religione. Non importa se questi la fede l’abbiano: sono considerati rappresentanti di Dio in terra.
All’opposto, gli uomini di cui si circondava Khomeini non erano idolatri del Corano. Sperimentavano le pratiche mussulmane per stabilire da sé quali potessero essere utili e quali no. Il loro leader era il sociologo ‘Alî Sharî’atî, assassinato dalla Savak, la polizia politica della dittatura, poco prima della rivoluzione. Sharî’atî era amico personale di Franz Fanon e di Jean-Paul Sartre. Riuscì a convincere personalità come Michel Foucault a sostenere con entusiasmo la nascente rivoluzione iraniana.
Una concezione del potere ispirata a Platone ma che non funziona
Sharî’atî e Khomeini erano consapevoli che il popolo iraniano era intriso di un’ideologia oppressiva che inculcava il sacrificio di sé, secondo l’esempio del profeta Ali. Spiegarono agli iraniani che Ali si ribellò a difesa della giustizia e che i veri mussulmani sono uomini che camminano a testa alta. Il sacrificio ha senso solo se compiuto in nome della giustizia.
Impregnati entrambi degli scritti di Platone, in particolare La Repubblica, immaginarono di affidare il governo dello Stato a un «saggio». Nacquero i concetti di Guida Suprema e velayat-e-faqih.
Sharî’atî e Khomeini risvegliarono il popolo iraniano, ma oggi i concetti di Guida Suprema e velayat-e-faqih si sono rivelati catastrofici quanto quello di «dittatura del proletariato» di Blanqui e Marx. Di fatto, gli iraniani conservano tuttora dell’ideologia oppressiva il culto del clero. Ancora oggi, è sufficiente mandare a memoria il Corano e recitarlo come un pappagallo per essere ammirati e vedersi affidare il potere.
La rivoluzione islamica è cambiata di continuo. Solo i presidenti Mohammad Ali Radjaï (1981) e Mahmoud Ahmadinejad (2005-2013) sono stati all’altezza dell’ambizione antimperialista rivoluzionaria. Tutti gli altri – tranne Abolhassan Bani Sadr (1981), che fu un caso particolare – si sono limitati a gestire il potere a profitto del clero. Ebrahim Raïssi (2021-2024) era un fanatico, ossessionato dall’eliminazione fisica degli oppositori. Masoud Pezeshkian, l’attuale presidente, in carica dal 2024, è molto più aperto.
I principali esponenti dell’amministrazione Ahmadinejad sono stati incarcerati. Volevano liberare le donne dal velo islamico e gli uomini dall’obbligo della barba. Il suo primo vicepresidente, Hamid Baghaie, è tuttora detenuto in isolamento. Uomo eccezionale, è stato processato e condannato a porte chiuse con accuse tuttora segrete. Probabilmente questo regime di ordine morale lo ha bandito condannandolo a 15 anni per una relazione extraconiugale [1].
Un fallimento bancario che ha rovinato intere famiglie
A ottobre 2025 l’autorità giudiziaria islamica ha messo in stato d’accusa la banca Ayandeh, che aveva finanziato la costruzione dell’Iran Mall, lussuoso centro commerciale e ricreativo, ostentazione dell’opulenza della classe dirigente e della sua superiorità sul popolo che lotta per non morire di fame. Il 23 ottobre è stato dichiarato il fallimento della banca e sono improvvisamente venute alla luce perdite per 5,5 quadrilioni di rial (5 miliardi di euro); un disastro imputabile a un sistema di frodi e corruzione generalizzate. Sebbene lo Stato abbia cercato di nascondere la portata del crollo della banca, i clienti si sono trovati improvvisamente rovinati. Hanno manifestato e bruciato la sede della banca a Teheran. È stato l’inizio della rivolta.
Rapidamente si è infiammato l’intero Paese. L’obiettivo non era il cambio di regime, ma recuperare i propri miseri risparmi. La classe dirigente, sentendosi minacciata, ha reagito come ha sempre fatto: con la violenza.
Il 21 gennaio 2026, al Forum economico mondiale di Davos, Scott Bessent, segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha commentato: «È successo perché in dicembre la loro economia è crollata. Abbiamo assistito al fallimento di una grande banca. La Banca centrale ha iniziato a stampare moneta. C’è penuria di dollari. Non possono importare, questo è il motivo che ha spinto la gente a scendere in piazza».
Un pretendente al trono agente della CIA e di Israele
In questo contesto, agenti israeliani si sono infiltrati nelle manifestazioni, chiedendo dal 6 gennaio il ritorno dello scià e la restaurazione dell’Impero persiano. Reza Pahlavi, figlio maggiore dell’ultimo scià, oggi vive in esilio negli Stati Uniti. Nel 1985 acquistò un maniero per tre milioni di dollari, vicino alla sede della CIA, a Langley. Da allora incassa una rendita dal governo degli Stati Uniti e il suo ritratto è esposto in bella vista nella sezione iraniana della CIA, accompagnato dallo slogan Hope of Democracy in Iran (Speranza di democrazia in Iran).
Nel 1986, in pieno scandalo Iran-Contras, la CIA interruppe i canali della televisione nazionale iraniana e diffuse un breve discorso del principe ereditario Reza Pahlavi.
In occasione delle manifestazioni del 2019 per il caro-vita, presentò una denuncia contro l’ayatollah Khamenei alla Corte penale internazionale. La denuncia fu dichiarata irricevibile perché l’Iran non è firmatario del Trattato di Roma.
Nel 2023 pubblicò la Carta di Solidarietà e Alleanza per la Libertà (Mahsa) [2] alla quale aderirono numerose personalità, tra cui l’avvocatessa Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace.
Sempre nel 2023 fu incoronato imperatore di Persia durante una cerimonia in Egitto, finanziata dalla monarchia saudita. Nei suoi interventi pubblici si esprime sempre con determinazione a favore della laicità e della democrazia. Tuttavia nella cerchia dei suoi collaboratori figurano personalità che non lasciano dubbi su quale sarebbe la sua linea d’azione. Tra queste, l’avvocato Parviz Sabeti, ex numero due della SAVAK e noto torturatore.
Nel 2023 il neoimperatore Reza Pahlavi partecipò alla celebrazione annuale della shoah (denominazione israeliana della «soluzione finale della questione ebraica») su invito di Gila Gamliel, ministro israeliano dell’Intelligence. Con l’occasione incontrò il presidente Isaac Herzog e il primo ministro Benjamin Netanyahu, cui espresse il desiderio di ripristinare le relazioni di amicizia tra i due popoli, dimentico del fatto che suo padre, su richiesta degli Stati Uniti di Dwight Eisenhower e di John Foster Dulles, firmò un accordo con la Siria per contenere l’espansionismo israeliano.
I suoi sostenitori crearono a Los Angeles, dove ora risiede, la National Union for Democracy in Iran (NUFDI) per radunare tutta l’opposizione iraniana e pubblicare il quotidiano Iran Watch. Dopo essere stato invitato due volte alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco – inviti entrambi annullati dal governo tedesco – nel 2025 ha organizzato il Vertice della Convergenza cui hanno partecipato vari gruppuscoli (Nuovo Iran, La Rivelazione dell’Iran, Partito Costituzionale iraniano/Democratici liberali, Società repubblicana a sostegno del principe Reza Pahlavi, Partito pan-iraniano, Iran-iraniano paternalista, Istituzione popolare, Organizzazione costituzionale e Istituto Omid). In questa occasione è stato designato «capo della rivoluzione nazionale e del periodo di transizione, fino a quando non sarà formato il primo parlamento nazionale, nonché il primo governo democratico del Paese attraverso elezioni libere».
Dal 18 al 20 febbraio 2025 Reza Pahlavi è stato invitato dall’American Jewish Committee e da una ventina di associazioni filostatunitensi o filoisraeliane al 17° vertice per i Diritti dell’uomo e la Democrazia. Qui ha incontrato i più autorevoli pupilli della CIA e del Mossad: i russi Evgenia Kara-Murza e Gary Gasparov, i venezuelani Maria Corina Machado ed Edmundo Gonzalez, le cinesi Rahima Mahmut (uigura) e Namkyi (tibetana).
Ai precedenti vertici erano stati invitati l’ex primo ministro francese Manuel Valls, l’avvocato Juan Branco, le giornaliste Annick Oljean e Caroline Fourest.
Durante i bombardamenti israeliani di giugno 2025 non mostra alcuna empatia per il suo popolo, anzi se ne rallegra e dichiara alla BBC che è «un’occasione senza precedenti per rovesciare il regime» [3].
Un’aggressione jihadista
Siccome un nemico non arriva mai da solo, agli attacchi economici degli Stati Uniti e ai monarchici filoisraeliani si è aggiunto Daesh. Va ricordato che questa organizzazione terrorista fu creata dagli anglosassoni nel contesto della dottrina Rumsfeld-Cebrowsky: rimodellare il Medio Oriente separando le popolazioni in gruppi etnici o religiosi omogenei. Il Pentagono aveva quindi separato Al Qaeda, favorevole all’unità dell’islam, e Daesh che voleva invece la distruzione dei mussulmani non-sunniti, quindi degli iraniani sciiti.
Daesh attaccò prioritariamente minoranze religiose, come gli yazidi, e minoranze etniche, come i curdi. Il sostegno statunitense a Daesh cessò, almeno a livello di Casa Bianca, con il discorso di Trump del 21 maggio 2017 a Riyad [4], durante il primo mandato. Di fatto, Stati Uniti e Iran si trovarono fianco a fianco nella lotta alle organizzazioni terroriste. Immediatamente Daesh iniziò a prendersela sia con gli Stati Uniti sia con l’Iran. Il 7 giugno 2017 ci fu il duplice attacco al parlamento iraniano e al mausoleo dell’ayatollah Khomeini (17 morti e 52 feriti). Il 22 settembre 2018 ci fu l’attentato di Ahvaz, durante una sfilata dei Guardiani della Rivoluzione (29 morti). Il 26 ottobre 2022 quello del mausoleo di Shah-Cheragh (15 morti e 40 feriti). Il 3 gennaio 2024 quello di Kerman, durante la commemorazione della morte del generale Qassem Soleimani (94 morti e 284 feriti). Ora Daesh incendia edifici nei centri delle città durante le manifestazioni, creando un’atmosfera apocalittica.
Un’aggressione da parte delle forze speciali straniere
In questo momento i cecchini, appostati sui tetti, iniziano a sparare indiscriminatamente sui manifestanti e sulle forze dell’ordine. È la strategia dei “combattimenti tra cani”, sperimentata negli anni Novanta e attuata con successo dalla Libia all’Ucraina. I cecchini sono probabilmente israeliani di origine iraniana (in Israele ce ne sono 250.000), ma non ne sono certo. Questi trasformano le parti in nemiche l’una dell’altra. Le forze dell’ordine, terrorizzate, si trasformano in bande di selvaggi. In pochi giorni si passa da 1.200 a oltre 40 mila morti.
Ciò che Trump vuole e ciò che può fare
All’inizio dei massacri il presidente Trump ingiunge all’Iran di cessare di uccidere il proprio popolo. Il messaggio, che sembra di buon senso a chi ignora la responsabilità degli Stati Uniti e dei loro alleati israeliani, viene ripreso in tutto l’Occidente. Le opinioni pubbliche si affidano di nuovo agli Stati Uniti, i “gendarmi del mondo”. Un’eccellente operazione di propaganda per la Casa Bianca.
Tuttavia il presidente Trump sa di non poter cambiare il corso degli eventi. I problemi dell’Iran sono, sul piano sociologico, il culto cieco della popolazione per il proprio clero e, sul piano politico, la “repubblica dei saggi”, che ha portato alla moltiplicazione dei centri di potere e, in definitiva, alla paralisi generalizzata del potere. Ma nessuno di questi problemi può essere risolto con un intervento militare, tanto più se si tratta solo di bombardamenti aerei, limitati nel tempo.
Trump approfitta quindi della situazione per rimettere sul tavolo gli argomenti che lo angustiano: il nucleare e i missili. Sa bene – e la direttrice nazionale dell’intelligence l’ha confermato – che l’Iran non ha un programma nucleare militare dal 1988, ma che una fazione della classe politica desidera che Teheran si doti dell’arma atomica, come ha fatto con successo Pyongyang. Sa anche che, se l’Iran ha il diritto – che Israele contesta – di costruire missili balistici, ora dispone anche di missili ipersonici. Teheran ne ha usati sette per colpire Israele durante la Guerra dei 12 giorni. Tutti hanno raggiunto l’obiettivo: nessuno è riuscito a intercettarli.
È dunque di queste due questioni che Trump discute con le autorità iraniane: argomenti che non hanno nulla a che vedere con il massacro che ha denunciato e che tutti gli iraniani hanno subìto e patito.
Traduzione: Rachele Marmetti
[1] “Processo segreto: 15 anni di prigione per il vice-presidente di Ahmadinejad”, Rete Voltaire, 30 marzo 2018.
[2] The Charter of Solidarity and Alliance for Freedom (The Mahsa Charter, March 9, 2023.
[3] https://www.bbc.com/persian/articles/c861609654zo, BBC, 15 juin 2025.
[4] «Donald Trump’s Speech to the Arab Islamic American Summit», Donald Trump, Voltaire Network, 1 May 2017.
