I RUSSI NON DIFENDERANNO L’IRAN IN CASO DI ATTACCO USA. A FARLO SARÀ QUALCUN’ALTRO.

DiOld Hunter

20 Febbraio 2026
Mentre tutti guardano di qua, ad Occidente, in Cina è successo qualcosa che ha cambiato le carte in tavola. E che rischia di prendere il tavolo e rovesciarlo.

di Redazionale, substack.com, 5 febbraio 2026

La leadership iraniana –  un termine difficile da focalizzare, in Iran – a fine 2024 ha rifiutato una offerta di difesa militare avanzata dai russi. Una autentica alleanza sulla traccia di quella stretta con il Nord Corea di Kim Il Jong.

Non è stata una scelta lungimirante, da parte di Pezeshkian –  capo del governo –  e gli accordi successivamente posti in essere e che i russi hanno offerto, benché siglati, non hanno più contemplato la difesa dell’Iran in caso di aggressione.

Ma l’Iran ha già un alleato potente, anche se non è un alleato vero e proprio e anche se la sua potenza non è militare.

Negli ultimi giorni il New York Times ha scritto di un presunto colpo di Stato in Cina attribuito a Zhang Youxia, massimo generale dell’Esercito Popolare di Liberazione, membro del Politburo e primo vicepresidente della Commissione Militare Centrale (CMC).

Secondo le fonti “anonime” citate (la CIA noto fornitore di indiscrezioni del NYT), Zhang avrebbe tentato di arrestare Xi Jinping il 18 gennaio, ma il piano sarebbe fallito. La scorta di Xi avrebbe reagito, e ci sarebbe stato un prolungato scontro a fuoco e alla fine si sarebbero contati addirittura 40 morti.

Siccome sappiamo bene come ci si possa fidare del NYT, è inutile perdere tempo coi dettagli, ma qualcosa di grosso è successo sicuramente, perchè è un fatto concreto che il 24 gennaio il Ministero della Difesa cinese ha annunciato ufficialmente che Zhang Youxia e Liu Zhenli, capo dello Stato maggiore congiunto, sono sotto indagine per gravi violazioni della disciplina del Partito e della legge.

Gli editoriali ufficiali dell’esercito parlano apertamente di tradimento della fiducia del Partito, di violazione del principio del comando centralizzato e di danni alla capacità di combattimento. L’accusa precisa è stata poi formalizzata: favoritismo nelle nomine, creazione di reti clientelari, “deviazione politica”. È una formula che in Cina significa “corruzione”. E quando in Cina, di questi tempi, a quei livelli, ti accusano di corruzione, sei già fottuto.

Anche perchè in Cina, per la corruzione, sopra certi importi c’è il plotone di esecuzione ed è dal 2023 che è partita una campagna di epurazione senza precedenti che ha colpito più di 50 tra alti ufficiali delle forze armate e dirigenti dell’industria della difesa, con epicentro nella Forza Missilistica (PLA Rocket Force) e nei settori legati agli appalti militari.

La notizia della messa in stato di accusa di Zhang Youxia e Liu Zhenli – quale che ne sia sta la causa – segna un punto di svolta storico in Cina: Zhang era considerato per anni uno dei pilastri del rapporto tra Xi Jinping e l’apparato militare. Non è la prima volta che a Zhang vengono attribuite voci di questo tipo: già nel 2025 alcuni media occidentali avevano parlato di un suo ruolo centrale in presunti complotti e faide interne ai vertici cinesi, il che dimostra che un certo mal di pancia serpeggiava già nell’esercito.

Cosa c’entra tutto questo con l’Iran?

Tutto.

L’Iran è un fornitore di petrolio fondamentale per l’economia cinese. Il 30% dell’intero consumo della Cina arriva dall’Iran, e un altro 10% dagli stati del Golfo. Una guerra regionale bloccherebbe immediatamente l’afflusso del 40% del petrolio alla Cina, e se dovesse prolungarsi costituirebbe un evento catastrofico che il paese non può permettersi.

Se per i russi l’Iran è un alleato dal punto di vista strategico, perchè controlla l’accesso al mare delle repubbliche ex-sovietiche a maggioranza mussulmana che costituiscono il suo fronte Sud, ma di fatto è anche un concorrente sul mercato petrolifero, per la Cina è un fornitore prezioso e insostituibile, tanto più ora che il Venezuela è divenuto inaffidabile (e ora si capisce il perchè Trump ha voluto prendere il controllo delle sue esportazioni fregandosene di tutto il resto).

Quindi, negli ultimi mesi sono atterrati in aeroporti iraniani periferici, perlopiù militari, ben 26 aerei cargo cinesi, carichi di non-si-sa-bene-cosa.

Curiosamente, proprio a Febbraio, abbandonando decenni di politica di non intervento in Occidente, la fonte ufficiale del governo cinese se ne arriva a ciel sereno a minacciare direttamente Israele di “guerra totale” nel caso si continui con questa guerra “nella regione” portata avanti da Stati Uniti e Israele.

Le misure erano già state prese e Pechino stava armando l’Iran con tecnologie militari avanzate, e probabilmente anche pronti ad intervenire in altri modi (per esempio con un blocco navale di Taiwan).

Ora però il messaggio è politico e di quelli che non puoi ignorare. Xi non è Putin, non parla mai di queste cose, e se manda a dire queste cose il messaggio per Washington è abbastanza brutale: “va bene, se vuoi la guerra, avrai la guerra”.

Ora bisogna capire anche le mosse iraniane, che sono quelle che hanno arrestato il conflitto all’istante: “al primo aereo che ci vola sulla testa, alla prima bomba che cade, al primo attacco terroristico, prima distruggiamo Dubai e poi passiamo al resto”.

A quanto pare l’esibizione muscolare americana nel Golfo non ha spaventato gli iraniani: anzi, li ha aiutati ad essere più “Incisivi” (di fatto emarginando i moderati, che di fronte alle richieste di Trump di un accordo, viste le condizioni hanno dovuto arrendersi).

Trump infatti ha fatto sue le richieste di Israele che ha ora pubblicamente chiesto all’Iran di smantellare il suo programma nucleare, di eliminare la sua capacità missilistica e di abbandonare i suoi alleati regionali.

Gli Stati Uniti hanno sostenuto tale richiesta con i gruppi di portaerei già schierati nella regione minacciando di colpire massicciamente l’Iran se non accettava.

Non ha accettato. Anzi.

Il ministro degli esteri iraniano ha detto che avrebbe discusso con gli USA solo della questione nucleare, e solo se le minacce fossero cessate.

Dopo quel rifiuto perentorio non è successo nulla. Gli Stati Uniti non hanno messo in atto le minacce tanto strombazzate. La richiesta è stata avanzata. L’Iran l’ha rifiutata. E il potere che sta dietro a Trump e che avrebbe dovuto imporla con la forza ha scelto di non agire. Ha scelto di prendere tempo.

Dopo questo, non c’è più un problema di narrazione col tuo elettorato. Hai un problema di credibilità con le tue controparti in giro per il mondo.

Come ha sintetizzato il Principe saudita Bin Salman, in una nota per Trump: “se non dai corso alle minacce per l’Iran qui da noi ci perdi la faccia”.

Gli Stati Uniti d’America non fanno più paura. Questa è la semplice e scioccante realtà. Non fanno più paura ai loro “nemici” ma in compenso ne fanno ancora tanta ai loro “amici” (o forse sarebbe meglio chiamarli “vassalli”).

È chiaro che una situazione di questo genere non può durare a lungo. Le monarchie del Golfo sono tutte appese ad un filo. Non hanno nessuna legittimità popolare: prima di tutto perchè non sono lì per scelta democratica (ma questo vale per noi, nella regione conta poco o niente) ma soprattutto perchè sono tutti sunniti in presenza di una popolazione sciita. E il capo religioso dei sunniti sta in Iran.

Già questo dovrebbe mettere in campana gli strateghi del Pentagono. Ma poi c’è il discorso “cinese”.

L’Iran è un paese totalmente pacifico. Potrà non piacere per la sua gestione degli affari interni (ma non è che i suoi vicini siano diversi) ma l’unica guerra che ha combattuto dal 1775 ad oggi è stata con l’Iraq di Sddam Hussein, all’epoca alleato di ferro degli USA.

È stato l’Iraq, spinto dall’Occidente, ad iniziare quella guerra terribile, e tutti questi paesi arabi lo hanno aiutato. Eppure l’Iran, quando ormai l’Iraq era in ginocchio dopo Desert Storm, non si è vendicato. E neppure lo ha fatto dopo.

Il Qatar ha aiutato tutti i ribelli dell’Isis in Siria a combattere sia l’esercito siriano che l’esercito iraniano che era lì su invito del governo ufficiale siriano. Ma l’Iran non l’ha presa come un motivo per fare guerra al Qatar. Anzi, due anni dopo, quando il Qatar venne ai ferri corti coi regnanti sauditi e fu accerchiato dall’Arabia Saudita, fu l’Iran a salvarlo, forzando il blocco navale e rifornendo l’emirato.

Da allora l’Iran è diventato un nemico dei sauditi, ma un nemico riverito, visto che sanno bene cosa accadrebbe in caso di scontro armato. Una Jihad contro i sunniti della casa regnante e la distruzione dell’industria petrolifera sarebbero un colpo imparabile. E lo sanno bene.

Il 27 settembre 2019, una flotta di droni volanti di tipo molto economico e straordinariamente simili a quelli che conosciamo oggi, sbucò dal nulla non rilevata dai radar, proveniente dallo Yemen o forse dal Sud dell’Iraq, e piombò sull’impianto petrolifero Aramco, la più importante estrazione petrolifera, raffineria di petrolio e risorsa petrolifera degli Stati Uniti in Arabia Saudita.

La raffineria ne uscì quasi completamente distrutta e dato il suo apporto globale danneggiò profondamente la produzione saudita, proprio in un momento in cui le conseguenze economiche della guerra perduta contro lo Yemen stavano minando il bilancio statale.

Quello è stato il momento in cui i sauditi hanno capito che la guerra in Yemen (fortemente voluta da Obama) non era la “loro” guerra. Ed ecco come mai il principe Bin Salman, da giovanissimo guerrafondaio che era, diventò convinto assertore dello sviluppo “turistico” cercando di creare una nuova Dubai nel suo paese.

L’intera produzione petrolifera saudita è affacciata sul Golfo Persico. 100-150 km di mare la separano dalle postazioni di lancio dei missili iraniani. Anche un catorcio da festa di capodanno oggi può colpire da quella distanza.

I sauditi hanno visto cosa è accaduto ad Israele a giugno 2025, hanno visto che non c’è difesa aerea possibile, e che se anche fosse in grado (e non lo è) di buttare giù qualunque cosa voli, gli intercettori finiscono e da quel momento in poi viene giù di tutto.

L’Iran produce in proprio droni e missili, inutile illudersi che finisca le munizioni domani.

Poi però ci sono gli emiratini.

Gli Emirati Arabi Uniti, come sapete, dispongono di una forza molto brutale, coinvolta in quei massacri in Sudan che l’Occidente tende ad ignorare, e che ha dato molto fastidio agli Houthi. Finora non hanno tratto alcun insegnamento dalla distruzione di Aramco, e non hanno mai pensato che la stessa sorte potrebbe toccare a Dubai e Abu Dhabi.

Probabilmente si sbagliano, perché in Iran si sa bene che tutta questa operazione di guerra ibrida è iniziata da Dubai all’inizio di gennaio, quando il dollaro iraniano è stato bloccato, con la propria riserva di dollari “congelata” (cosa molto di moda di questi tempi, e poi uno si chiede come mai esista una cosa chiamata “de-dollarizzazione”).

È stata questa mossa – chiaramente ispirata da fuori – a creare la crisi economica a Teheran, il crollo della valuta e della borsa, la mancanza di tutto e la speculazione selvaggia che ha spinto la gente all’esasperazione e a scendere in strada.

Era tutto previsto, e subito in quelle manifestazioni, a partire dall’8 gennaio si sono infiltrati i sabotatori dei servizi israeliani e occidentali dando il via ad una collaudata strategia di guerriglia urbana. Una guerriglia che si è nascosta dietro i manifestanti, con forze addestrate militarmente che sono arrivate già armate, sparando alla polizia mentre i tagliagole dell’ISIS – che è finanziato da Israele – entrati clandestinamente dal Turkmenistan hanno decapitato poliziotti e persone comuni per seminare il panico e causare una risposta brutale da parte delle forze di sicurezza governative. Altri commandos hanno dato fuoco alle stazioni di polizia o cercando di entrare nelle caserme militari per impadronirsi delle armi.

Un piano accurato ma senza fantasia, che faremmo bene a studiare attentamente per quando toccherà a noi.

Ma non un piano che si può nascondere, quando gli organizzatori utilizzano Starlink e i cinesi ti hanno fornito le chiavi di decriptazione per la geolocalizzazione e i russi gli apparati di guerra elettronica per spegnerli.

E così che l’Iran sa quanto deve ringraziare quelli di Dubai.

E siccome da giugno ad oggi se lo !”stato” iraniano si è rafforzato, il controllo religioso si è parimenti indebolito, per cui sono i militari adesso a scegliere fra le varie opzioni, non più in base ad astratti concetti di dottrina morale islamica, ma in base alla fredda scienza occidentale di Von Klausewitz.

Per cui, amici cari, al primo “colpo di cannone”, salutatemi Dubai e i miliardi che ci hanno investito le élite occidentali.

“Colpire dove fa più male”, quando si parla di Occidente, significa colpire il portafoglio. Non il PIL di una nazione, ma le ricchezze personali dei vari potentati che stanno dietro ai loro governi.

Un’altra lezione da seguire attentamente.

2 pensiero su “I RUSSI NON DIFENDERANNO L’IRAN IN CASO DI ATTACCO USA. A FARLO SARÀ QUALCUN’ALTRO.”
  1. Mah, un articolo al di sotto dei vostri standard. Notizie interessanti e utili, ma per lo più prive di fonte, inframezzate a speculazioni al limite del complottismo (a.e. “Un piano accurato ma senza fantasia, che faremmo bene a studiare attentamente per quando toccherà a noi.”). Dai ragazzi, non scadiamo così .

  2. Bisogna valutare gli effetti dell’eliminazione del dollaro preferenziale in Iran e in Dubai. Quello per anni ha ingrassato gli amici delle banche private alla Yeltzin, aggravati dallo scioglimento della commissione del coordinamento tra le banche. Ma Alì Larijani è con Rafael Grossi insieme a Abbas Araghcì. Perché dire che sono indeboliti?

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