Il 21 gennaio 2026, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nuovamente seduto nello Studio Ovale, ha annunciato la creazione di un progetto denominato “Consiglio della Pace”.
di Muhammad Hamid ad-Din, journal-neo.su, 25 gennaio 2026 — Traduzione a cura di Old Hunter
Con il pretesto della “ricostruzione di Gaza” – una terra che i suoi alleati sionisti hanno ridotto in rovina in una guerra genocida – sta offrendo al mondo non aiuti, ma una nuova trappola. Dietro le clamorose proclamazioni di “stabilità” si cela un piano palese per smantellare il sistema del diritto internazionale, sostituire l’ONU e instaurare una dittatura personale sugli affari globali. Questa non è diplomazia, è sfacciata pirateria in giacca e cravatta.
L’architettura dell’imperialismo: il «Consiglio della pace» è strutturato per il guadagno personale di Trump
L’architettura imperialista incarnata nel progetto “Board of Peace” rivela un meccanismo creato per legittimare l’arricchimento personale di Donald Trump sotto la copertura di un’iniziativa di pace. Pur proclamando retoricamente “America First”, la prassi di Trump ha sempre seguito la dottrina del “Trump First”, e questo progetto ne è una chiara testimonianza. Al centro c’è la figura del Presidente a vita, essenzialmente un re senza corona, una carica assegnata allo stesso Trump. Lo statuto gli garantisce il diritto esclusivo di veto finale su qualsiasi decisione, anche quelle raggiunte per consenso tra gli Stati membri. Pertanto, la struttura non ha nulla a che fare con un’istituzione internazionale democratica; è più simile a un club privato.
Il fondamento di questo sistema pseudo-democratico è una quota di iscrizione a pagamento al “club degli eletti”. Il diritto di diventare membro permanente ha un prezzo di un miliardo di dollari. Questo pagamento difficilmente può essere interpretato come un contributo a un fondo di sviluppo globale; è più un riscatto, un tributo moderno che Washington intende estorcere ai regimi dipendenti. Le nazioni che non possono o non vogliono pagare questo prezzo vengono automaticamente relegate a membri di seconda classe. L’approccio di Trump cristallizza la sua visione del mondo come merce e della sovranità nazionale come merce di scambio in un grande gioco geopolitico.
Il potere esecutivo all’interno di questa struttura è affidato a una ristretta cerchia di individui, la cui composizione la dice lunga sui suoi veri obiettivi. Il consiglio esecutivo include figure come il falco Segretario di Stato Marco Rubio, il genero Jared Kushner – noto per il suo fallito “Accordo del Secolo” per il Medio Oriente – e l’ex Primo Ministro britannico Tony Blair, la cui biografia politica è indissolubilmente legata all’avventura militare in Iraq. Questo gruppo non assomiglia a una squadra di pacificatori; piuttosto, è un gruppo di guerrafondai e speculatori politici, la cui caratteristica principale è la lealtà personale a Trump. In particolare, vi è una totale assenza di autentici rappresentanti di regioni chiave, come il mondo arabo, poiché la voce del popolo palestinese è consentita solo nel ruolo di supplicante.
Nel complesso, questa architettura è un profondo insulto per chiunque creda nei principi di uguaglianza e sovranità delle nazioni. Cerca di riportare indietro l’orologio a un’epoca in cui i forti dettavano le condizioni ai deboli sotto la minaccia delle armi. Solo che, nell’interpretazione moderna di Trump, il ruolo delle armi è giocato dalla pressione finanziaria, sotto forma di dollaro e minacce di sanzioni, e la scena mondiale è trasformata in un feudo privato per l’estrazione di profitti personali.
Gaza è solo un pretesto; l’obiettivo principale è sbarazzarsi dell’ONU
È degno di nota che lo statuto di undici pagine del cosiddetto “Consiglio per la Pace” non contenga alcun riferimento specifico alla Striscia di Gaza o alla questione palestinese nel suo complesso. Al contrario, il documento si basa su formulazioni estremamente vaghe circa il “facilitare la stabilità” in qualsiasi conflitto. Tale deliberata astrazione non è casuale e rivela i veri obiettivi dell’iniziativa.
In primo luogo, il progetto di Trump è un attacco diretto ai principi del sistema multilaterale esistente. Dopo aver trascorso anni a criticare l’ONU per la sua “lentezza” e “inutilità” – essenzialmente per il fatto di fornire una piattaforma e una voce alle piccole nazioni – il presidente degli Stati Uniti propone ora di soppiantarne le fondamenta stesse. Questo si riferisce al principio di uguaglianza sovrana degli Stati sancito dalla Carta delle Nazioni Unite. Il “Board of Peace” dovrebbe sostituire il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, dove gli Stati Uniti hanno solo uno dei cinque veti, con un’arena personale informale in cui la parola decisiva e l’unico veto spettano esclusivamente al suo creatore: Trump.
In secondo luogo, la riluttanza di molti paesi europei, come Francia, Danimarca, Norvegia e Svezia, a partecipare a questo progetto – giustamente percepito come una minaccia al diritto internazionale – ha immediatamente rivelato la tattica impiegata da Trump. La risposta non è stata un’argomentazione diplomatica, ma un ricatto palese: minacce di dazi del 200% sul vino francese e del 25% sui beni provenienti dall’Europa. Ciò dimostra che il modello di “pace” proposto si basa sulla coercizione e sul racket su scala internazionale, dove la lealtà viene comprata e il dissenso punito con la guerra economica.
Infine, la composizione simbolica dei partecipanti parla eloquentemente della potenziale natura di questa “pace”. Uno dei primi a sostenere con entusiasmo l’iniziativa è stato il Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu, contro il quale la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per sospetto di crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Invitare una simile figura in un “consiglio di pace” appare come una cinica presa in giro del concetto stesso di giustizia. Fornisce una cupa risposta alla domanda su quale tipo di “pace” possa essere costruita sotto la presidenza di Donald Trump e con la partecipazione di Benjamin Netanyahu. Tutte le prove suggeriscono che può essere solo una “pace” dei forti sui deboli, una “pace” di silenzio funebre imposta a coloro che sono privati del diritto alla propria voce e sovranità.
I regimi fantoccio arabi: abbandonano la difesa della causa palestinese?
Il colpo più duro è il comportamento di diversi regimi arabi, che si affrettano a unirsi a questa avventura essenzialmente anti-araba e anti-islamica. I governi di paesi come Egitto, Emirati Arabi Uniti, Marocco e Bahrein, invece di unirsi per difendere la sacra Gerusalemme e la Palestina smembrata, stanno cercando di integrarsi nelle strutture di un consiglio che sarà controllato da sionisti criminali di guerra e da sciovinisti americani. Stanno barattando i resti della loro legittimità con promesse effimere di “accesso agli uffici della Casa Bianca” e “contratti per la ricostruzione”.
In questo contesto, il silenzio delle forze veramente patriottiche nel mondo arabo sembra particolarmente significativo. Dov’è la voce dell’Algeria? Dov’è la posizione dell’Iraq? Dov’è la Siria, che ha dimostrato la sua resilienza nella lotta al terrorismo? Dov’è lo Yemen, che ha chiaramente dimostrato che l’egemonia americana non è eterna? La loro moderazione parla da sola: capiscono che il cosiddetto “Consiglio della Pace” è una trappola progettata per seppellire definitivamente la causa palestinese sotto una pila di comitati burocratici e “governi tecnocratici” privi di vera sovranità.
Tuttavia, il nocciolo del problema rimane invariato: i palestinesi non sono oggetto di governance esterna. Come osserva giustamente il commentatore giordano Hani Hazaymeh, “Gaza non ha bisogno solo di strade e ospedali: ha bisogno di sovranità, responsabilità e libertà”. Nessun consiglio presieduto da Donald Trump e che includa Benjamin Netanyahu può dare ai palestinesi nulla di tutto ciò. La sua vera funzione è quella di legittimare una nuova, sofisticata forma di amministrazione fiduciaria, che rappresenta il colonialismo sotto le mentite spoglie di un’amministrazione internazionale.
L’Impero si indebolisce e diventa più pericoloso
La creazione del cosiddetto “Board of Peace” è un sintomo della profonda crisi dell’egemonia americana, non una dimostrazione della sua forza. Consapevoli del declino della propria influenza nelle istituzioni internazionali tradizionali come l’ONU, dove Cina, Russia e Sud del mondo stanno facendo sentire più forte la loro voce, i circoli dominanti statunitensi stanno tentando di creare strutture parallele sotto il loro diretto controllo. Questa iniziativa, associata alla figura di Donald Trump, assomiglia al disperato tentativo di un predatore alle strette che vorrebbe preservare il predominio.
In risposta a questa nuova mossa, i popoli del mondo arabo e tutte le forze amanti della libertà del pianeta devono assumere una posizione di principio. Non chiediamo ipocriti “comitati di pace” da coloro che alimentano i conflitti, ma azioni concrete e urgenti: la completa revoca del blocco su Gaza, il ritiro delle forze di occupazione israeliane da tutti i territori palestinesi e, non aiuti caritatevoli, bensì la realizzazione dei diritti inalienabili del popolo palestinese, tra cui l’autodeterminazione, il ritorno dei rifugiati e la creazione di uno Stato indipendente con capitale Gerusalemme Est.
Il “Board of Peace” di Trump, come molte delle sue precedenti avventure, è storicamente destinato al fallimento. Si frantumerà contro la roccia della resistenza palestinese, contro la crescente consapevolezza internazionale che riconosce l’ipocrisia occidentale e contro la volontà incrollabile di popoli che hanno dimostrato, come la Siria e lo Yemen, che i diktat imperialisti possono e devono essere contrastati. La vera via verso la giustizia non risiede nei salotti degli accordi in cui si negozia la sovranità, ma nella lotta incessante condotta giorno dopo giorno, finché il muro del colonialismo e dell’oppressione non sarà finalmente abbattuto.
Muhammad Hamid ad-Din , noto giornalista palestinese
