Si è più volte detto, su queste pagine, che gli Stati Uniti – e la NATO – hanno affrontato il conflitto con la Russia in Ucraina, con una idea di massima di ciò che si aspettavano di ricavarne, ma senza una vera e propria strategia (a tutto campo, non solo militare) per conseguirlo. C’è chi ha lamentato l’assenza di un piano B, ma in effetti il vero problema è stato, ed è, l’assenza di un piano A… Si è più volte, e da più parti, esaminato questo aspetto, cercando di comprenderne le ragioni – che, in ultima analisi, si possono riassumere in una singola questione: sottovalutazione del nemico, e sopravvalutazione di sé.

Qualora l’obiettivo fosse stato il disaccoppiamento tra Europa (Germania) e Federazione Russa, ciò non poteva che intendersi come funzionale all’indebolimento di entrambe, me è fin troppo evidente che questo disegno ha funzionato soltanto a metà: ha colpito gli amici, ma ha solo scalfito il nemico. Per di più, secondo la fondamentale logica imperiale del divide et impera, si è rivelata addirittura controproducente: a seguito del conflitto, infatti, si è determinata una saldissima alleanza tra tutti i principali paesi ostili agli USA, ed in particolare – cosa assai più rilevante – tra Russia e Cina.
Escludendo che qualcuno, a Washington, abbia mai potuto pensare di sconfiggere la Russia sul campo di battaglia, e per di più usando il proxy ucraino, l’unico obiettivo militare che si potesse realisticamente prefiggere l’occidente collettivo era quello del logoramento. Impegnare Mosca in un conflitto abbastanza duraturo, ed abbastanza duro, tale da costringere il nemico a consumarvi una quota significativa del proprio capitale umano, industriale ed economico.

Seppure non fosse necessario essere von Clausewitz, per capire che anche questo obiettivo minimale era irrealistico (come infatti in molti abbiamo sostenuto sin dal primo momento), ciò è comunque diventato assolutamente evidente dopo il clamoroso fallimento della pompatissima controffensiva ucraina dell’estate 2023. Da quel momento in avanti, all’interno dell’establishment politico-militare statunitense, ha cominciato a farsi strada l’idea dello sganciamento.
Posto che la guerra non soltanto non poteva essere vinta, ma che con ogni probabilità prima o poi sarebbe stata persa, diventava necessario avviare un percorso che consentisse di prolungarla il più possibile, e desse modo agli Stati Uniti di uscirne, almeno sostanzialmente.
Per metterlo in atto, a Washington hanno fondamentalmente pensato che la cosa migliore, e più logica, fosse passare la patata bollente agli europei, una parte dei quali peraltro già scalpitava per assumere un ruolo più protagonista.

Naturalmente, seppure gli USA sono un impero ciò non significa che ci sia anche un imperatore, in grado di decidere ed imporre le sue decisioni; l’articolazione del potere imperiale è assai più complessa, e comporta il coesistere di differenti linee di pensiero e d’azione, il cui peso sulle scelte del paese varia in base ad una serie di fattori interni ed esterni. Di conseguenza, anche le linee d’azione americane in Ucraina non sono sempre univoche e coerenti.
Un esempio di questo doppio binario è riscontrabile proprio in questi giorni. Quando si è posta la questione del se autorizzare o meno l’uso di armi occidentali per colpire in profondità sul territorio russo, numerosi paesi europei (su evidente input USA) si sono alla fine allineati sul consenso, mentre gli Stati Uniti hanno assunto una posizione apparentemente più moderata.

Ma la mancanza di una vera e propria strategia, che tenga conto sia del contesto politico internazionale, sia della situazione sul campo di battaglia, rischia per un verso di vanificare qualunque iniziativa, e per un altro di condurre il conflitto verso un punto di non ritorno, oltre il quale si apre l’abisso della guerra nucleare.
Dal punto di vista occidentale, l’aspetto militare ha una enorme importanza, e non è per nulla favorevole. Innanzitutto, come si è visto in particolar modo durante la controffensiva di Kiev, ma in realtà sin dall’inizio della guerra, le armi occidentali non hanno avuto alcun valore aggiunto. Non soltanto non sono mai state capaci di rovesciare le sorti del conflitto, ma a conti fatti nemmeno di riequilibrarlo. La progressiva distruzione delle forze armate ucraine non è stata sostanzialmente nemmeno rallentata. Ed al tempo stesso, ciò è servito a far emergere sia l’assoluta inadeguatezza della produzione industriale bellica dell’intero occidente (incomparabilmente inferiore a quella russa), sia gli innumerevoli limiti dei decantati sistemi d’arma NATO.

In questo quadro, l’Alleanza Atlantica deve continuamente inventarsi qualcosa che sia in grado, almeno per un po’, di rinviare il redde rationem. Ed è questo il caso, appunto, della fornitura di armi a medio e lungo raggio, e/o del nulla osta ad utilizzarle per colpire il suolo russo.
La logica sottostante è che, nella migliore delle ipotesi, ciò finisca per convincere Mosca che è meglio addivenire ad un accordo, anche al ribasso rispetto alla situazione sul campo, pur di evitare i pericoli di questa continua spirale di escalation; nella peggiore, che costringerà la Russia ad allontanare sempre più la linea del fronte dal proprio confine, il che comporterà inevitabilmente un prolungamento del conflitto, e quindi – ancora una volta – maggiori costi da sostenere.
Tutto ciò ha però una serie di grossi limiti, dei quali gli strateghi statunitensi sembrano essere inconsapevoli. Sia la leadership americana, che quelle europee, infatti, sembrano prede di quella che Pepe Escobar ha felicemente definito l’estasi occidentale [1]. Come altro si potrebbe altrimenti definirla, in effetti, se non come uno “stato di isolamento e di evasione totale dalla realtà circostante dell’individuo completamente assorto su un unico oggetto”?

Il primo, più evidente limite, è che provatamente non c’è sistema d’arma capace, di per sé, di cambiare le sorti del conflitto. Se, ovviamente, la fornitura di missili a medio e lungo raggio dovesse concretizzarsi in misura almeno significativa (e sappiamo che i costi, i tempi di produzione e gli stock esistenti depongono in favore di una quantità limitata), ciò sarebbe in grado di creare problemi alla macchina bellica russa, ma non inciderebbe in alcuna misura su quella ucraina, che invece è ogni giorno più vicina al collasso, e per tutt’altre cause. Inoltre, una crescente aggressività della NATO, capace di spingersi a colpire sul suolo russo in misura maggiore di quanto già non accada, finirebbe inevitabilmente per favorire un clima di mobilitazione patriottica, che si rifletterebbe favorevolmente su una eventuale, successiva mobilitazione militare.
Il problema per le forze armate di Kiev, infatti, è la disponibilità di personale addestrato e con esperienza di combattimento (nonché, secondariamente, di una sufficiente quantità di mezzi corazzati per la mobilità).

Già oggi lo stato maggiore ucraino sta inviando al fronte, nei settori di maggiore crisi, soldati con pochi giorni di addestramento – sostanzialmente, quindi, mera carne da macello, ma la cui perdita viene in prospettiva sottratta alla future capacità di combattimento. Questo, e non altri, è il problema con cui deve fare i conti l’esercito ucraino; ed è un problema a cui la NATO non può sopperire, non solo perché qualsiasi intervento diretto di truppe atlantiche aprirebbe di fatto il vaso di Pandora della guerra diretta con la Russia, ma anche perché i paesi europei dell’Alleanza non sarebbero in grado di schierarne in quantità sufficiente a cambiare – sia pure limitatamente – l’andamento del conflitto. Per portare in linea di combattimento almeno 100.000 uomini (il minimo per avere un qualche effetto), la NATO dovrebbe essere in grado di dislocarne in Ucraina almeno 400.000, oltre tutto il necessario supporto in termini di mezzi – carri armati, corazzati da combattimento e trasporto truppe, artiglieria… In pratica, l’intera capacità operativa degli eserciti europei andrebbe gettata nel calderone ucraino, col rischio che poi non sia neanche sufficiente, e ci si ritrovi totalmente disarmati al momento della (ingloriosa) conclusione della guerra.

Il rischio maggiore, però, risiede in quello che potremmo definire – tutto sommato con un ossimoro – l’approccio strategico occidentale. Per la NATO, e quindi essenzialmente per gli Stati Uniti, il criterio guida è quello che l’analista russo Ilya Kramnik definisce come valutazione in base ai costi. In pratica, in una sorta di approccio economicistico (e non sorprende…), si ritiene che imporre all’avversario costi economici, materiali e umani sufficientemente alti sia un elemento di deterrenza che la porta alla vittoria, o quantomeno a piegare l’avversario. Si tratta quindi di una valutazione costi/benefici. E poiché per Washington i costi sono sinora abbastanza contenuti, ne consegue che la valutazione della leadership statunitense è che c’è ancora ampio margine di escalation, perché i costi saranno sostenuti prevalentemente dagli europei, e prima o poi a Mosca riterranno che – appunto – il rapporto costi/benefici non è più conveniente, e cercheranno un accordo con l’occidente.

Ma, come avverte sempre Kramnik [2], questo non è il criterio russo.; la Russia, infatti, valuta in base al rischio. Il che significa che Mosca riflette sui rischi dell’agire e/o del non agire, ed è su queste basi che sceglie la propria linea d’azione. Lo scarto tra queste due prospettive è un grosso fattore di rischio, perché la modalità dell’escalation – praticata dagli USA – è sostanzialmente fatta di una successione di piccoli passi; ogni volta si dà un calcio al barattolo, spostandolo più in là, e si vede che succede. Se non succede nulla, si ritiene che il nemico probabilmente non reagirà neanche al calcio successivo, e si va avanti nella progressione.
Diversamente, la Russia parte dall’idea di avere una incomparabile profondità strategica, che non è solo spaziale (la Russia è la nazione più vasta al mondo, come hanno imparato a proprie spese Napoleone e Hitler), ma anche temporale: può incassare più a lungo, per evitare che lo scontro raggiunga livelli pericolosi, nella consapevolezza che – se e quando dovesse diventare necessario – saprà e potrà reagire con una forza incontenibile.

In buona sostanza, l’America agisce con la mentalità dello spaccone, al più del giocatore di poker, che si aspetta reazioni immediate, e che se è il caso fa il suo bluff; se l’altro non reagisce, o se non vede il bluff, vuol dire che sta facendo pippa, e quindi si può rilanciare ancora. La Russia invece ragiona come un giocatore di scacchi, per il quale tutto è trasparente, tutti i pezzi sono in vista, e sacrificarne anche molti è parte integrante del percorso che porta a dare scacco matto.
Questa differente visione del terreno di scontro può indurre gli Stati Uniti a credere che Mosca può essere messa all’angolo, nonostante stia ora vincendo sul terreno, semplicemente alzando sempre più l’asticella. Mentre la Russia continua a lanciare (inascoltata) dei warning a Washington, ma se verrà messa alle strette non esiterà a ricorrere a qualunque opzione, che le consenta di evitare la sconfitta.
E ciò perché – in tutto questo – la Russia avverte che è in questione una minaccia esistenziale, e che la sua eventuale sconfitta nella guerra in Ucraina, in qualsiasi modo si determini, sarebbe il prodromo della sua dissoluzione.

Diversamente, per gli Stati Uniti questo conflitto è sì di grande rilevanza, ma non esistenziale. Gli USA sono in fondo specialisti nella metabolizzazione di sconfitte militari, e nel caso specifico sono ben consapevoli che l’impatto di una vittoria russa si ripercuoterebbe soprattutto sugli europei, molto probabilmente facendo franare la già scricchiolante Unione Europea (cosa che a Washington tutto sommato non dispiacerebbe più di tanto), e nella peggiore delle ipotesi metterebbe in crisi l’attuale assetto della NATO. Ma in ogni caso nessuna di queste cose costituirebbe una minaccia all’esistenza stessa degli Stati Uniti.
Inoltre, l’avversario strategico rimane la Cina, e quindi per la leadership statunitense è quello il conflitto esistenziale, al quale occorre prepararsi, e soprattutto in vista del quale è necessario mantenere intatto il più possibile il proprio potenziale bellico.

Questo gap interpretativo – degli avvenimenti e del nemico – può come si diceva innescare involontariamente una crisi che renda poi impossibile recedere, e che quindi finisca con l’avvitarsi irrefrenabilmente. Di questo, dovrebbero preoccuparsi principalmente i leader europei, poiché il rischio maggiore è corso proprio dal vecchio continente, e non solo per una questione di contiguità geografica.
In questo contesto generale, infatti, esiste una soglia di rottura, identificabile appunto con il ricorso alle armi nucleari, che costituisce una red line per entrambe i contendenti, poiché né Mosca né Washington vogliono rischiare di trovarsi invischiate in un conflitto di tal genere, che implicherebbe un livello di distruzione reciproca esiziale. Ma se i due avversari non si capiscono, se l’uno non comprende la mentalità dell’altro, c’è comunque il rischio di un errore di calcolo, di una mossa sbagliata. Anche se, per tornare alla metafora scacchistica, per gli USA è sempre possibile sacrificare la regina (l’Europa), se ciò servisse a fare patta.

A giudicare da quel che si vede, purtroppo le leadership europee sembrano più preoccupate di salvare le proprie poltrone (il proprio potere in quanto élite continentale), che avvertono essere strettamente legato alle sorti del conflitto ucraino, su cui hanno sin troppo investito, piuttosto che dei rischi per le popolazioni europee, per quel che rimane dell’influenza e dell’economia, per le quali un conflitto in cui si affacciano armi nucleari sarebbe semplicemente devastante. Del resto, anche un semplice conflitto convenzionale, che vedesse i paesi europei opposti alla Russia, rischierebbe di non esserlo da meno. Anzi, paradossalmente sarebbe forse peggiore una guerra di logoramento, che riducesse mezza Europa com’è adesso l’Ucraina, piuttosto che un missile nucleare tattico su Ramstein, che mettesse fine alla guerra come la bomba di Hiroshima…

Purtroppo, ed anche questo è stato più volte ripetuto, questa classi dirigenti europee non sono nemmeno lontanamente all’altezza della drammaticità della situazione. Della quale sembrano persino in buona misura inconsapevoli. Basti pensare alla Germania, che ha ingoiato la distruzione dei gasdotti North Stream senza profferire un fiato, oppure alla Francia, che gonfia il petto e ruggisce ad est, come se questo potesse nascondere il fatto che sta attraversando una crisi epocale. E, ovviamente, non è una questione riducibile alla mediocrità contingente dei rispettivi leader; seppure sia Scholtz che Macron, per ragioni diverse, sono chiaramente inadeguati, non si può non rilevare che il giudizio si può tranquillamente estendere alle intere classi dirigenti dei due paesi, che infatti rimangono incapaci di esprimere un sia pur minimo anelito d’autonomia, di istinto di conservazione…In questa roulette russa, insomma, siamo noi gli unici che rischiano di suicidarsi davvero.


1 – “Pepe Escobar: The West is Hell-Bent on Provoking Russia Into Hot War”Sputnik International
2 – Le opinioni di Kramnik sono espresse abitualmente sul suo canale Telegram, ma quelle cui si fa riferimento nell’articolo sono state riassunte efficacemente in italiano su Twitter/X, e si possono trovare qui.

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