Siria. Le prove sui crimini del “tiranno sanguinario” Bashar al-Assad

DiMaria Morigi

15 Gennaio 2025

La stampa occidentale sta sparando tutti i suoi proiettili di propaganda umanitaria perché finalmente, con la legittimazione del nuovo governo al Qā’ida + ISIS, si può liberamente parlare dei crimini perpetrati da Assad durante la guerra civile. I media non vedevano l’ora di riaccendere l’attenzione sulle armi chimiche e le fosse comuni. Una “strategia postuma” contro l’ex dittatore, visto che è ormai nel ricordo di pochi l’informazione sugli anni (dal 2011 al 2017) della cosiddetta “Guerra civile siriana” che fu conseguenza delle “Primavere arabe” sostenute e manipolate dal National Endowment for Democracy (NED), organizzazione finanziata dal Congresso degli Stati Uniti. E oggi nessuno sa più i motivi scatenanti di quella guerra, la reale entità dei massacri provocati da un numero inverosimile di attori presenti sul territorio: eserciti e gruppi armati (1), ONG a libro paga NED e interventisti stranieri.

Come sappiamo il regime di Assad trovò supporto da parte di Iran, Cina, Russia, Venezuela ed Hezbollah libanesi, uniti nel ritenere la famiglia Assad un alleato strategico per contrastare l’influenza israeliana nella regione. Invece per Arabia Saudita, Qatar, Turchia – oltre a Francia, Regno Unito e USA – il conflitto siriano fu un’occasione per limitare le mire espansionistiche iraniane. Fu così che ben presto la guerra civile interna, scaturita dalla Primavera araba, divenne internazionale grazie all’affermarsi nel corso del 2013 dell’ISIS che riuscì a conquistare ampie fasce di territorio in Siria ed Iraq, arrivando a proclamare il califfato nel 2014. Ciò ha portato ad una “guerra nella guerra” contro il nuovo nemico comune, ufficialmente sconfitto – secondo la propaganda occidentale – a fine 2017, grazie alla conquista di Raqqa da parte delle Forze democratiche siriane (SDF) e alla coalizione di arabi e curdi appoggiata dagli USA.

Ma parliamo del massacro di civili siriani nell’attacco effettuato alla periferia di Damasco, a Ghuta (“l’oasi”, terre coltivate che circondano la città) il 21 agosto 2013. Per verificare la veridicità dei fatti e l’entità del massacro (si denunciava l’uso di gas Sarin), l’ONU ha effettuato, dopo cinque giorni dall’attacco, ispezioni negli ospedali in cui erano stati curati i superstiti e nei siti sottoposti all’attacco. Il 16 settembre 2013 il team delle Nazioni Unite incaricato di verificare l’eventuale uso di armi chimiche in Siria ha consegnato il suo rapporto definitivo al segretario generale ONU Ban Ki-moon. Il rapporto, lungo 38 pagine, ha confermato che “armi chimiche sono state usate relativamente su larga scala nel conflitto tra le due parti in Siria, anche contro i civili, inclusi i bambini”, ma non ha individuato i responsabili poiché l’inchiesta del team guidato dallo scienziato svedese Ake Sellstrom è stata di tipo tecnico, limitandosi a stabilire l’eventuale uso di armi chimiche, senza indagare chi le abbia usate. Gli ispettori ONU hanno fornito “prove sufficienti” dell’uso di gas sarin in tre quartieri bombardati di Ghuta, raccogliendo prove mediche, chimiche e ambientali e accertando che la tipologia di gas era la stessa del gas contenuto nei depositi siriani. Tuttavia gli esperti non poterono individuare il responsabile degli attacchi, poiché anche molti “ribelli” (disertori confluiti nell’Esercito siriano libero -ESL) erano nella possibilità di accedere ai depositi. L’interpretazione dell’ONU non venne accettata dalla Russia, secondo cui le prove non erano sufficienti a dimostrare un coinvolgimento del regime siriano. Quindi solo una parte della comunità internazionale credette all’utilizzo di armi chimiche da parte di Assad. Neppure sul numero delle vittime ci fu concordanza. Le stime variavano da 1.729 morti del The Daily Star 22 agosto 2013, ad “almeno 281” del The Daily Star 2 settembre 2013 (2). Il 14 settembre 2013, a Ginevra, venne siglato un accordo tra Stati Uniti e Russia che imponeva la distruzione di armi chimiche in mano alla Siria entro giugno 2014.

Il secondo episodio di attacco con bombe di gas sarin avviene il 4 aprile 2017, quando un raid aereo alla base aerea di Khan Shaykhun nel Nordovest della Siria, zona controllata da non meglio identificati “ribelli”. Tra le vittime un alto numero di bambini come denunciano fonti giornalistiche e il bombardamento di alcune strutture sanitarie. Gli Stati Uniti tramite stampa immediatamente attribuiscono le responsabilità al governo di Assad che nega totalmente ogni coinvolgimento. Il 7 aprile, il presidente Donald Trump ordina il lancio di 59 missili BGM-109 Tomahawk sulla base di Khan Shaykhun, ma solo 23 missili colpiscono la base, mentre gli altri 36 sono deviati fuori bersaglio dal radar siriano. Il raid USA costa 93,81 milioni di dollari (Dati Difesa USA e AGI-Agenzia Giornalistica Italia, 7 aprile 2017). Dunque le vittime dell’attacco del 4 aprile si devono sommare alle vittime del bombardamento USA del 7 aprile.

Nel febbraio 2018 un altro attacco colpisce i quartieri di Ghuta, questa volta senza armi chimiche, ma con centinaia di morti. “Goutha, un’altra Srebrenica” titola The Guardian da migliaia di km di distanza, “250 uccisi a Goutha” dice BBC da remoto. Goracci da Istanbul, dove non vede niente, ripete grida di orrore e sdegno: “Ghouta, bagno di sangue nell’ultimo forte dei ribelli anti-Assad” e dà conto di “almeno 200 morti di cui 60 bambini”. Le testate ripetono come un mantra le stesse parole, quindi attingono ad un’unica fonte: L’Osservatorio siriano per i Diritti Umani con sede a Londra (neanche a dirlo finanziato da NED).

In aprile 2018 a Duma, quartiere di Ghuta, la Casa Bianca dopo una telefonata tra Donald Trump e Emmanuel Macron denuncia un altro attacco chimico con gas. Entrambi i presidenti “vivamente condannano l’orribile attacco” e ritengono che Bashar al Assad debba essere “considerato responsabile delle continue violazioni dei diritti umani”. Poi però non è successo niente, salvo infiammati articoli con le stesse parole in ogni mezzo di informazione, né sono state fatte verifiche.

Consapevoli che la verità è spesso vittima della politica, forse non sapremo mai la reale entità di questi fatti, né chi ha ordinato e compiuto le stragi di Ghuta (2013 e 2018), la strage del 4 aprile 2017 di Khan Shaykhun e la strage di Duma del 2018, ma aspettiamo i risultati delle perizie annunciate sulle fosse comuni, confidando che possano chiarire responsabilità e crimini dei vari attori implicati. Eppure sappiamo che nessuno è innocente, tanto meno chi strumentalizza le tragedie per indirizzare un’opinione pubblica acritica, plasmabile ed emotiva, pronta a condannare il mostro sanguinario così come, di volta in volta, viene confezionata la versione per la stampa.

(1) C’erano infatti milizie filogovernative (Forze armate siriane, Forza Nazionale di Difesa (FND) organismo parallelo all’esercito regolare, Milizie shabiha non ufficiali che compaiono fin dal 2011 nella repressione delle prime manifestazioni, Il movimento sciita Hezbollah, altre numerose milizie sciite straniere provenienti da Iraq, Iran, Afghanistan, Pakistan o dal fronte della Resistenza palestinese). Abbiamo poi le milizie antigovernative (Esercito siriano libero ESL, forza di opposizione più numerosa e meglio equipaggiata con sede in Turchia composta da disertori delle Forze armate siriane, una galassia di così chiamati “ribelli” tra cui gruppi jhaedisti – Jabhat Al-Nusra, the Islamic State of Iraq and Al-Sham –ISIS – e gruppi di matrice islamica –Kurdish armed groups).

(2) Se fossero confermate le cifre più alte (ma non furono mai confermate), l’attacco chimico di Damasco risulterebbe il più grave dopo l’attacco nel Kurdistan iracheno, durante la guerra Iran-Iraq quando armi chimiche furono utilizzate dall’esercito iracheno nella città di Halabja (16 marzo 1988).

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