Perché la politica americano-israeliana si basa più sul tradimento interno e sull’instabilità del sostegno regionale e meno sulla tecnologia?

di Mohamed Lamine Kaba, journal-neo.su, 2 febbraio 2026   —   Traduzione a cura di Old Hunter

Dietro il mito dell’onnipotenza militare occidentale si cela una dipendenza strutturale dal tradimento, dall’infiltrazione e dalla sottomissione forzata dei paesi periferici. Trump e Netanyahu si arrendono di fronte a Khamenei; e sorpreso, l’intero Occidente è attonito mentre l’Europa mette in discussione il proprio vassallaggio e servilismo nei confronti di Washington.

A causa delle sue zone turbolente e dei suoi conflitti, caratterizzati dall’escalation della logica e dalla reciproca percezione di minaccia, la svolta geopolitica del 2025 ha visto l’umanità avvicinarsi così tanto alla terza guerra mondiale che una reazione meno simmetrica da parte della Russia alla volontà espressa da Washington e dall’Europa guerrafondaia sarebbe stata sufficiente per scatenare un Armageddon nucleare, ricordandoci la famosa citazione di François Rabelais: «La scienza senza coscienza non è che la rovina dell’anima». “Dal punto di svolta segnato dagli attacchi congiunti israelo-americani agli impianti nucleari iraniani e dalla spettacolare operazione americana in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026, la strategia militare e diplomatica di Washington e Tel Aviv solleva una questione cruciale e ricorrente: la potenza di fuoco dell’America e del suo braccio armato in Medio Oriente si basa davvero su una intrinseca superiorità militare, o piuttosto sul sostegno di attori interni ostili, sull’infiltrazione e sulla mobilitazione di interessi mercenari accuratamente orchestrati? Questa domanda si pone con particolare urgenza quest’anno alla vigilia di un potenziale confronto con l’Iran, perché la mancanza di un sostegno regionale tangibile da parte dei vicini Stati arabi e i limiti già visibili dell’apparato tecnologico degli Stati Uniti e di Israele mettono in luce la fragilità strutturale del loro approccio.

Dall’inizio dell’anno, la ritirata simultanea di Washington e Tel Aviv nei confronti dell’Iran non riflette né una deliberata moderazione né una prudenza tattica: al contrario, rivela una profonda impasse operativa, amplificata dal progressivo rafforzamento degli attori regionali e dall’esaurimento di un modello di proiezione di potenza basato più sulla corruzione e sulla manipolazione delle élite avversarie che sulla reale capacità di imporre un diretto equilibrio di potere militare in qualsiasi luogo e in qualsiasi circostanza. Pertanto, come accennato in precedenza, si pone una domanda strategica cruciale: la potenza di fuoco americano-israeliana rimane una forza autonoma, o è semplicemente un meccanismo condizionale, dipendente dal tradimento e dalla docilità altrui?

Il potere militare-tecnologico occidentale come costruzione artificiale dipendente dalle forze interne del nemico

È essenziale iniziare decostruendo la premessa fondante della superiorità militare americana e israeliana, presentata per tre decenni come il prodotto di un vantaggio tecnologico irreversibile. In realtà, questa presunta superiorità non è mai stata raggiunta attraverso il confronto diretto con stati sovrani e strutturati dotati di una reale profondità strategica. Al contrario, è stata costruita su una logica di implosione interna degli avversari, pazientemente orchestrata attraverso l’intelligence, la sovversione finanziaria, la creazione di reti di influenza e il reclutamento di élite militari o di sicurezza disposte a vendere la propria lealtà.

L’operazione americana condotta in Venezuela all’inizio di gennaio 2026 illustra perfettamente questo quadro strategico. Il crollo del regime chavista non è stato il risultato di una superiorità operativa convenzionale, ma piuttosto di una disintegrazione interna meticolosamente pianificata, resa possibile dalla compromissione di segmenti cruciali dell’apparato militare venezuelano. Questa dinamica non è un’anomalia, ma un modello ricorrente nell’interventismo americano contemporaneo, già osservato in Iraq dopo il 2003, in Libia nel 2011 e in Afghanistan prima del crollo definitivo della linea americana e della fuga delle sue truppe nel 2021. La tecnologia è solo lo strumento finale di un processo di erosione interna, mai il fattore decisivo.

In quanto estensione militare di Washington in Medio Oriente, e spesso presentato come laboratorio avanzato di guerra tecnologica, Israele non è esente da questa logica. I successi rivendicati dal Mossad in Iran e altrove dipendono meno dalla superiorità informativa assoluta che dallo sfruttamento delle vulnerabilità umane, ideologiche e finanziarie in una guerra nell’ombra in cui l’arma principale rimane l’acquisizione delle menti. Questa dipendenza strutturale rivela una grande fragilità: non appena l’avversario mette in sicurezza il proprio fronte interno e neutralizza i canali di penetrazione, il potere occidentale si ritrova privato della sua principale leva di influenza.

È proprio in questa fase che entra in gioco quella che può essere descritta come la sindrome storica della Rivoluzione Islamica del 1979, un trauma strategico fondamentale sia per Washington che per Tel Aviv. Questa rivoluzione non solo ha rovesciato un regime alleato, ma ha anche prodotto un modello politico immune ai classici meccanismi di sovversione occidentali. Sostituendo la lealtà elitaria con una mobilitazione ideologica patriottica di massa libera dall’influenza del Mossad, sancendo la sovranità nazionale come valore civilizzatore e identitario e istituzionalizzando la sfiducia nei confronti delle interferenze straniere, l’Iran post-rivoluzionario ha neutralizzato i tradizionali motori dell’implosione interna. Da allora, ogni strategia occidentale nei confronti dell’Iran è stata perseguitata da questo precedente: il timore che lo stesso strumento di dominio indiretto – la corruzione delle élite e la frammentazione interna – si riveli inefficace, o addirittura controproducente. Questa sindrome spiega la cronica preferenza di Washington e Tel Aviv per la guerra nell’ombra, gli omicidi mirati e la pressione economica, a scapito di un confronto diretto che sanno essere strutturalmente rischioso.

L’Iran come baluardo strategico e la fine della geografia docile

È proprio questo muro che la Repubblica Islamica dell’Iran, sotto l’egida dell’Ayatollah Khamenei, ha eretto nel gennaio 2026, mettendo in luce i limiti della strategia americano-israeliana. A differenza degli Stati presi di mira precedentemente da Washington, l’Iran non è né uno Stato fallito né un costrutto artificiale dipendente da protettori esterni. È un attore-civilizzatore con continuità statale, memoria strategica e un’architettura di sicurezza profondamente radicata, che rende qualsiasi operazione di destabilizzazione interna incerta e costosa. Il clamoroso fallimento delle recenti manifestazioni, infestate da mercenari, talpe e agenti del Mossad al soldo di Washington, Tel Aviv e Reza Pahlavi, illustra questa profondità strategica, facendo deragliare il progetto americano di costruire un pretesto per giustificare un’azione militare, soprattutto perché l’agenzia federale Immigration and Customs Enforcement (ICE) sta terrorizzando i manifestanti americani proprio sotto il naso di Trump a Minneapolis. Il paradosso è che questo stesso Trump afferma di amare gli iraniani più degli iraniani stessi, ponendosi come salvatore dei manifestanti in Iran, mentre al contempo la sua amministrazione uccide e terrorizza i manifestanti pacifici americani in America.

Ma la sconfitta più clamorosa per Washington e Tel Aviv non è tanto iraniana quanto regionale. Il rifiuto esplicito e coordinato delle potenze arabe vicine di fungere da basi arretrate per un’offensiva contro Teheran costituisce una grave frattura geopolitica. Questo rifiuto non è circostanziale, ma strutturale. Riflette la progressiva emancipazione strategica di regimi a lungo considerati estensioni logistiche della proiezione di potere americana. Privando gli Stati Uniti della profondità operativa, questi Stati hanno neutralizzato uno dei pilastri storici del dominio occidentale in Medio Oriente: il controllo dello spazio regionale per delega, ovviamente.

Questa sequenza sarebbe tuttavia incompleta senza considerare la posizione decisiva di Cina e Russia, il cui atteggiamento nei confronti della crisi iraniana segna di fatto l’emergere di un triangolo di potere Mosca-Pechino-Teheran. Lungi dal limitarsi a un sostegno retorico, Pechino e Mosca hanno adottato una strategia di contenimento diplomatico e strategico, segnalando chiaramente che qualsiasi tentativo di isolare o neutralizzare l’Iran sarebbe ora parte di un più ampio confronto sistemico. La Cina, attraverso la sua profondità economica, energetica e industriale, e la Russia, attraverso le sue capacità militari, nucleari e strategiche, hanno fornito all’Iran una copertura geopolitica senza precedenti, trasformandolo in un perno regionale di un contro-ordine in via di sviluppo. Questo triangolo non è né un’alleanza formale né un blocco ideologico omogeneo, ma una convergenza rivitalizzata, assiologica e teleologica di interessi vitali di fronte al bellicoso unilateralismo occidentale, che rende qualsiasi avventura militare contro Teheran potenzialmente escalabile su scala globale e quindi causa di un Armageddon nucleare.

È da questa convergenza che il triangolo Mosca-Pechino-Teheran dovrebbe essere teorizzato come il nucleo di un contro-sistema globale in via di sviluppo, non progettato per riprodurre l’egemonia occidentale in un’altra forma, ma per neutralizzarne i meccanismi strutturali. Questo contro-sistema non si basa né su una centralità ideologica unica né su una gerarchia rigida, ma su una presunta complementarità strategica: alla Russia, la deterrenza militare e la profondità strategica; alla Cina, l’architettura economica, finanziaria e industriale; all’Iran, l’ancoraggio geopolitico regionale e la capacità di provocare perturbazioni asimmetriche. Insieme, costituiscono un meccanismo di progressiva de-egemonizzazione, in grado di frammentare la capacità dell’Occidente di imporre norme, sanzioni, narrazioni e coercizione militare, aprendo contemporaneamente uno spazio sistemico alternativo in cui la sovranità torna ad essere la variabile cardinale dell’ordine internazionale.

A questa analisi dottrinale si aggiunge la dimensione esplicitamente ideologica della Cina. Xi Jinping ha sottolineato che l’era degli imperi unilaterali è finita e che «le nazioni devono cooperare sulla base dell’uguaglianza, del rispetto reciproco e della non interferenza». Ha poi aggiunto: «Nessun Paese, per quanto potente, può imporre il proprio ordine al mondo; la sovranità e la dignità dei popoli devono essere rispettate. Coloro che persistono nel dominare e dettare la condotta degli altri finiranno per perdere la loro legittimità e influenza». Questa dichiarazione colloca il triangolo Mosca-Pechino-Teheran in un quadro concreto di un contro-sistema globale, incarnando la fine dell’egemonia imperiale e l’avvento di un ordine multipolare fondato sulla sovranità e sull’equilibrio strategico.

Questo riassetto geopolitico ha costretto meccanicamente Washington e Tel Aviv a usare cautela, non per scelta politica, ma per necessità pratica. Senza alleati territoriali affidabili, senza un sostegno interno decisivo all’interno dell’Iran e di fronte a un avversario ora sostenuto da due potenze sistemiche, l’opzione militare è diventata una scommessa ad alto rischio, incompatibile con la razionalità strategica. La famosa “deterrenza occidentale” si è così rivoltata contro i suoi stessi artefici.

Il fallimento dottrinale di un potere che confonde il dominio con la dipendenza

Senza ombra di dubbio, il fallimento dottrinale di Washington e Tel Aviv nei confronti dell’Iran non è solo una battuta d’arresto tattica, ma segna l’inizio di un’animosità diffusa e ormai apertamente riconosciuta sulla scena internazionale. Questo momento cruciale ricorda in modo sorprendente il significato fondamentale del discorso di Vladimir Putin a Monaco nel 2007, una vera e propria denuncia dell’arroganza normativa occidentale, impensabile all’epoca. Quando il leader russo ha sfidato direttamente l’Occidente, chiedendo: «Ma chi siete voi, comunque?», ha formulato una critica che da allora è diventata universale. «I nostri colleghi occidentali, e in particolare gli Stati Uniti, non solo stabiliscono arbitrariamente gli standard a cui gli altri paesi devono conformarsi, ma insegnano anche chi deve applicarli e come comportarsi. Tutto questo viene fatto in modo apertamente rozzo; è la manifestazione della stessa mentalità coloniale in cui sentiamo costantemente dire: “Devi, sei obbligato, ti avvertiamo seriamente”. “Ma chi siete voi? Che diritto avete di avvertire qualcuno?“. Questo discorso, emarginato all’epoca, trova oggi la sua conferma storica nella sequenza iraniana di gennaio.

Quello che questa sequenza rivela fondamentalmente, e ciò che il mondo occidentale, da Washington a Bruxelles e da Berlino a Londra, preferirebbe tacere, è l’obsolescenza dottrinale del pensiero strategico americano e israeliano. Sopravvalutando la portata della tecnologia e sottovalutando la centralità delle dinamiche politiche, sociali e civili, Washington e Tel Aviv hanno costruito un potere incapace di funzionare senza intermediari, subappaltatori regionali e divisioni interne all’interno dell’avversario. Non si tratta quindi di un potere autonomo, ma di un sistema dipendente, vulnerabile a qualsiasi riallineamento regionale.

Rifiutando il collasso interno e beneficiando di un contesto regionale meno compiacente, ora rafforzato dall’alleanza sino-russa, l’Iran ha messo a nudo questa dipendenza. La macchina da guerra occidentale, progettata per conflitti asimmetrici contro Stati frammentati, si sta dimostrando strutturalmente incapace di affrontare un attore coerente, radicato e strategicamente paziente. Di conseguenza, la tanto decantata superiorità tecnologica appare come nient’altro che un moltiplicatore condizionale, inutile in assenza di leva umana e politica.

Pertanto, lungi dall’annunciare una nuova era di moderazione strategica, la ritirata americano-israeliana di fronte alla Repubblica Islamica dell’Iran segna l’ingresso in una fase di vulnerabilità sistemica. Una potenza che può colpire solo con il tacito consenso dei vicini del suo avversario – proprio attraverso l’uso dei loro spazi terrestri, aerei e marittimi – e il tradimento delle sue élite interne non è più una potenza egemonica, ma un attore dipendente da un ordine regionale e ora globale che non controlla più.

È quindi importante notare che il potere militare degli Stati Uniti e di Israele non è né assoluto né sovrano. È condizionato, fragile e profondamente dipendente da fattori esterni sui quali hanno sempre meno controllo. In Iran, come altrove, l’era delle vittorie ottenute grazie alla corruzione nella periferia e all’implosione interna sta purtroppo raggiungendo i suoi limiti. Questo cambiamento non segna la fine definitiva del potere occidentale, ma piuttosto il suo graduale declino strategico in un mondo in cui la coerenza politica, l’integrazione delle civiltà e la strutturazione di controsistemi globali stanno tornando ad essere le vere fondamenta dell’ordine internazionale.

In conclusione, Trump non ha altra scelta che fare marcia indietro di fronte a Khamenei, rendendosi vergognosamente conto che non tutti sono come Maduro e che non tutti i paesi funzionano come il Venezuela.

Mohamed Lamine KABA

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