GOLFO SULL’ORLO DEL PRECIPIZIO: COSA VUOLE ISRAELE IN MEDIO ORIENTE

DiOld Hunter

10 Settembre 2025
L’attacco senza precedenti di Israele alla leadership di Hamas a Doha non segnala solo una violazione della sovranità del Qatar, ma anche un avvertimento agli stati del Golfo: nessun centro di potere regionale sarà tollerato se sfida il programma in espansione di Tel Aviv.

di Salman Rafi Sheikh, journal-neo.su, 10 settembre 2025   —    Traduzione a cura di Old Hunter

Facendo impallidire gli stati del Golfo, l’attacco di Israele al Qatar dimostra la portata delle sue ambizioni per il Medio Oriente: non può tollerare alcun centro di potere alternativo, che si tratti di Hamas o di qualsiasi stato sovrano. L’attacco ha messo tutti gli stati del Golfo sotto il radar di Israele, il che potrebbe mettere il regime di Netanyahu nella posizione ideale per perseguire il suo obiettivo finale: l’occupazione totale di Gaza e della Cisgiordania.

L’attacco

Il 9 settembre 2025, il mondo ha silenziosamente varcato una nuova soglia geopolitica. Con una mossa che ha lasciato di stucco anche gli osservatori più esperti del conflitto mediorientale, le forze israeliane, sotto la guida del Primo Ministro Benjamin Netanyahu, hanno lanciato un attacco mirato contro la leadership di Hamas residente a Doha – una flagrante violazione della sovranità del Qatar, perpetrata nel profondo territorio di un alleato degli Stati Uniti che ospita una delle più grandi basi militari della regione.

Sebbene la leadership di Hamas sia sopravvissuta all’attacco, il vero bersaglio non era in carne e ossa. Si è trattato di un teatrino politico, e il messaggio che ha trasmesso è stato tanto inequivocabile quanto sfacciato: la portata militare israeliana non conosce più limiti geografici, diplomatici o legali. Persino le monarchie del Golfo allineate agli Stati Uniti non sono più off-limits quando Gerusalemme ritiene “necessario” un attacco.

Il Qatar, insieme a diversi altri stati del Golfo, ha espresso condanne immediate. Ma il danno – simbolico e strategico – era già stato fatto. Il governo Netanyahu è stato in grado di dimostrare pubblicamente che la sua dottrina dell’aggressione extraterritoriale non sarebbe stata vincolata dalle norme tradizionali della sovranità statale, dal diritto internazionale e nemmeno dalle preferenze dei più stretti partner arabi di Washington.

Questo audace attacco è avvenuto poche ore dopo che l’esercito israeliano aveva distribuito ordini di evacuazione agli abitanti di Gaza, un agghiacciante preludio a un’altra tornata di distruzioni. Martedì mattina, gli abitanti di Gaza si sono svegliati non con il rumore di droni o aerei da combattimento, ma con il leggero svolazzare di volantini che esortavano i civili ad abbandonare le loro case, in modo che l’esercito potesse “ripulire” l’area dalla resistenza di Hamas.

La tempistica dell’attacco in Qatar non è quindi una coincidenza. Si è trattato di un’escalation coordinata, un messaggio sincronizzato del governo Netanyahu al mondo: il progetto del Grande Israele – l’annessione di Gaza e della Cisgiordania – non è più un’ambizione teorica. È una tabella di marcia militare.

E che dire di Washington? In particolare, nessun sistema di difesa aerea statunitense è stato attivato durante l’attacco di Doha – una curiosa anomalia, data la loro consueta ipersensibilità, soprattutto dopo i precedenti attacchi dell’Iran contro le installazioni americane. L’assenza di una risposta militare statunitense solleva interrogativi inquietanti: questo silenzio è stato una svista, una decisione calcolata o un’approvazione tacita?

In ogni caso, le implicazioni sono profonde. Per decenni, Israele ha agito impunemente in tutta la regione, ma sempre con un certo grado di plausibile negazione o ambiguità strategica. Ora non più. Questa non era ambiguità. Questa era una proiezione di potenza audace e sfrenata, rivolta non solo ad Hamas, ma a chiunque osasse sfidare l’agenda regionale di Israele in evoluzione, sia con mezzi militari (come ha fatto l’Iran) sia diplomatici (come ha fatto il Qatar negli ultimi due anni). In pratica, significa che qualsiasi paese, soprattutto in Medio Oriente, che si opponga ai piani israeliani può subire la sua ira militare, cosa che ha mandato direttamente un segnale di allarme a paesi come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, costringendoli a rivalutare il costo di un’alleanza troppo stretta con Israele e lasciandoli a chiedersi se i cosiddetti Accordi di Abramo abbiano ancora una rilevanza significativa.

Come l’attacco potrebbe ritorcersi contro Israele

La precisione e l’audacia dell’attacco hanno dimostrato le ampie capacità militari di Israele. Tuttavia, sebbene l’operazione abbia raggiunto il suo obiettivo tattico, le sue conseguenze più ampie rischiano di ritorcersi contro di essa, non solo per Israele, ma anche per gli Stati Uniti. Al centro di questa ondata geopolitica si trova un interrogativo inquietante per le capitali del Golfo: cosa garantisce effettivamente la presenza militare statunitense nella regione?

Il fatto che i sistemi di difesa aerea gestiti dagli americani non siano riusciti – o si siano rifiutati – di intercettare l’attacco israeliano sul suolo qatariota non è passato inosservato. Ciò rafforza la crescente percezione che le garanzie di sicurezza statunitensi nel Golfo siano selettive, attivate solo quando le minacce provengono dall’Iran o da gruppi sostenuti dall’Iran. In quest’ottica, l’attacco solleva una scomoda verità: le basi americane nella regione non sono progettate per proteggere gli stati arabi da tutte le minacce, ma solo da quelle a cui Washington sceglie di opporsi. Questa equazione lascia gli stati del Golfo estremamente vulnerabili e deboli.

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