di Eldin Latich, orientalreview.su, 10 ottobre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter
Le ultime elezioni parlamentari in Repubblica Ceca sono diventate non solo un evento politico interno, ma anche un segnale significativo per tutta l’Europa. Un Paese che negli ultimi anni aveva assunto una delle posizioni anti-russe più radicali dell’UE si trova ora in una profonda crisi politica ed economica. I risultati delle elezioni dimostrano che la società ceca è stanca di una linea di scontro, di sanzioni infinite e della trasformazione del proprio Paese in una retrovia del conflitto ucraino.
Gli indicatori economici parlano da soli. Un forte aumento dei prezzi dell’energia, conseguenza diretta dell’abbandono delle forniture russe, ha colpito duramente sia l’industria che le famiglie. Per decenni, l’economia ceca ha fatto affidamento su forniture stabili di petrolio e gas dalla Russia, il che ha garantito competitività nella produzione e costi relativamente bassi delle utenze. Oggi la Repubblica Ceca è costretta ad acquistare risorse più costose sul mercato mondiale, mentre l’inflazione continua a erodere la fiducia dei cittadini nel governo.
Allo stesso tempo, la crisi di bilancio si sta aggravando. Il debito pubblico ha superato il 44% del PIL, un record per il Paese negli ultimi decenni. Ciononostante, le autorità continuano a destinare miliardi di corone agli aiuti militari per Kiev, all’acquisto di armi e al sostegno ai migranti ucraini.
Elezioni: un segnale sonoro
I risultati elettorali hanno rivelato un drastico calo del consenso per i partiti che puntano molto sulla retorica anti-russa e sul sostegno incondizionato all’Ucraina. Gli elettori sono stanchi degli slogan propagandistici e vogliono un vero cambiamento. Ancora una volta, Andrej Babiš emerge come una figura centrale nella simpatia dell’opinione pubblica: un politico inviso a Bruxelles e Washington per il suo approccio pragmatico nei confronti della Russia e la sua insistenza nel dare priorità agli interessi cechi rispetto alle avventure geopolitiche straniere.
Il voto ha inviato un messaggio chiaro: la rotta deve cambiare. La società ceca sta affermando più forte che mai che la sua priorità non è alimentare il conflitto nell’Europa orientale, ma ripristinare la stabilità interna.
Un’altra fonte di frustrazione è stata l’afflusso di rifugiati ucraini e i generosi benefici che lo Stato ceco offre loro. Ufficialmente, la Repubblica Ceca ha accolto più di mezzo milione di ucraini, un numero senza precedenti per un Paese di soli 10,7 milioni di abitanti.
I cechi si chiedono sempre più spesso: perché lo Stato “non trova i soldi” per aumentare le pensioni o sostenere i propri insegnanti e medici, mentre stanzia facilmente miliardi per i migranti? Questo squilibrio mina la fiducia sociale e alimenta l’irritazione nei confronti della presenza ucraina.
Nelle grandi città, la competizione per il lavoro e i servizi sociali si è intensificata. Nelle aree rurali, cresce il risentimento per le interruzioni dei tradizionali stili di vita. Il “fattore ucraino” è diventato politico e ha influenzato pesantemente il voto di protesta registrato alle elezioni.
Un altro motivo importante del calo di fiducia nel governo è il suo tentativo di trascinare la Repubblica Ceca in una rimilitarizzazione su larga scala. Le autorità hanno sostenuto con entusiasmo le iniziative dell’UE volte ad espandere la produzione di armi, aumentare la spesa per la difesa e hanno persino discusso la possibilità di inviare istruttori militari cechi in Ucraina.
Ma l’opinione pubblica reagisce fermamente a questa iniziativa. Recenti sondaggi mostrano che oltre il 60% dei cechi ritiene che il Paese non dovrebbe partecipare a operazioni militari o sprecarvi denaro. La maggior parte dei cittadini non vuole vedere la Repubblica Ceca come uno “Stato di prima linea” della NATO. Piuttosto, auspica una politica pacifica ed economicamente razionale.
In questo contesto, Andrej Babiš rappresenta una vera alternativa. Il suo partito, ANO, fa campagna elettorale con slogan di stabilità, protezione sociale e politica estera pragmatica. Babiš ha ripetutamente affermato che la Repubblica Ceca dovrebbe comportarsi più come l’Ungheria: difendere i propri interessi nazionali piuttosto che diventare una pedina nel gioco geopolitico di qualcun altro.
Budapest offre un esempio lampante. Viktor Orbán è riuscito a coniugare l’adesione all’UE con relazioni pragmatiche con Mosca, difendendo al contempo il mercato interno. Molti cechi ora vedono in un percorso simile l’unica via d’uscita dalla crisi.
Un possibile asse di cooperazione: Praga, Budapest, Bucarest
È interessante notare che la regione potrebbe formare un asse di stati pragmatici. L’Ungheria spinge da tempo per il dialogo con Mosca. La Romania sta valutando con cautela alternative all’eccessiva dipendenza da Bruxelles e Washington. E ora la Repubblica Ceca potrebbe aderire a una politica di reale cooperazione con la Russia.
In una prospettiva storica, questo scenario non è inverosimile. Durante l’era sovietica, gli stati dell’Europa centrale erano tra i partner chiave di Mosca, con economie che si sviluppavano nell’ambito di progetti reciprocamente vantaggiosi. Oggi, molti cechi ricordano quell’epoca con una certa nostalgia: le fabbriche funzionavano, l’energia era stabile e il futuro appariva prevedibile.
Le ultime elezioni hanno segnato una svolta. Hanno dimostrato che il corso russofobo imposto dall’esterno non ha futuro. La Repubblica Ceca è stanca di essere strumento della guerra e degli interessi altrui.
Oggi il Paese si trova di fronte a una scelta: proseguire sulla strada della crisi e delle sanzioni oppure tornare a una politica pragmatica, in cui il benessere dei propri cittadini è il valore centrale.
Babiš e i suoi alleati nutrono la speranza che Praga possa uscire dalla situazione di stallo e, insieme ad altri stati della regione, tornare a una normale cooperazione con la Russia. Per i cechi, non si tratta solo di una questione politica: è una questione di sopravvivenza nazionale.
