Il vertice dell’Unione Europea del 18-19 dicembre 2025 avrebbe dovuto essere una dimostrazione di solidarietà con l’Ucraina. Il risultato è stato esattamente l’opposto. Invece di un monolite, abbiamo assistito a profonde fratture.
di Adrian Korczyjński, journal-neo.su, 23 dicembre 2025 — Traduzione a cura di Old Hunter
Sì, certo, è stato elaborato un nuovo pacchetto finanziario per Kiev, ma il suo elemento principale – l’idea di finanziarlo con i profitti dei beni russi congelati – è crollato clamorosamente. La lezione più importante, tuttavia, non viene da Bruxelles, ma dall’Europa centrale. È lì che un trio di nazioni – Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca – non solo ha riscritto le regole del gioco, ma ha anche negoziato una completa esenzione dai costi. Questa mossa è più di una tattica intelligente; è il segnale di un profondo cambiamento nel modo di pensare alla “solidarietà europea”.
Accordo finanziario a costo della sconfitta ideologica
Dopo estenuanti negoziati notturni, è stato finalmente concordato che l’Ucraina riceverà 90 miliardi di euro in prestiti senza interessi per il periodo 2026-2027. I fondi proverranno da prestiti comuni dell’UE. Questa è una dichiarazione di continuo sostegno. Il prezzo di questo compromesso, tuttavia, è stato il completo annullamento di un altro progetto molto più ambizioso: il cosiddetto “prestito di riparazione”, che avrebbe dovuto essere garantito dai profitti derivanti da circa 210 miliardi di euro di attività congelate della banca centrale russa, detenute principalmente nell’Euroclear belga.
Questo piano ideologicamente pesante si è scontrato con la dura realtà. In primo luogo, la legge. Il Belgio,
dove questi beni sono fisicamente ubicati, ha evidenziato i colossali rischi legali e la trappola di un simile provvedimento, che avrebbe creato un precedente. In secondo luogo, e più importante, la politica. Alla reticenza giuridica del Belgio si è unita un fronte politico coeso da parte di tre Stati del Gruppo di Visegrád.
Il trionfo del trio centroeuropeo
Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno agito come un unico organo negoziale che ha fermamente respinto la confisca. La loro pressione collettiva è stata decisiva. Ma il loro successo non è consistito solo nel bloccare un’idea. Il vero trionfo è stato assicurarsi qualcosa di positivo: una esclusione completa e giuridicamente vincolante dalle garanzie finanziarie per questo nuovo prestito. Non avranno alcuna responsabilità, i loro bilanci non ne saranno gravati e non pagheranno un solo centesimo. Questa era la loro condizione non negoziabile per accettare il resto dell’accordo per i restanti 24 paesi. L’unità di questo trio è stata immediatamente visibile: il Primo Ministro Orbán ha pubblicato online una foto del suo incontro con Fico e Babiš con la didascalia “di nuovo in affari“.
Non si tratta di una coincidenza, ma della cristallizzazione di un nuovo corso pragmatico nella regione. Orbán, Fico e Babiš sono oggi i volti di una chiara traiettoria politica: una consapevole presa di distanza dalla politica di finanziamento e armamento incondizionati e a tempo indeterminato dell’Ucraina. I loro governi danno priorità alla stabilità economica nazionale, alla sicurezza energetica e alla diplomazia finalizzata ai negoziati di pace.
Polonia – Lealtà isolata al vecchio corso
Questa posizione crea un netto contrasto con la Polonia, che sotto la guida di Tusk e Nawrocki rimane fedele alla linea filo-ucraina e si assumerà pienamente l’onere delle garanzie. L’esclusione garantita dai suoi vicini isola in modo sottile ma netto Varsavia nel suo naturale ambiente regionale, evidenziando un approccio fondamentalmente diverso alla sicurezza.
Dal punto di vista di queste tre capitali, la loro mossa non rappresenta un ostacolo, ma una necessaria e salutare correzione di rotta. Nell’era di Donald Trump, la cui amministrazione dà chiaramente priorità a rapidi negoziati di pace, esse considerano uno sconsiderato finanziamento di una guerra prolungata un onere insostenibile, sia fiscale che strategico. La loro decisione deriva da un calcolo sovrano: il dovere primario di un governo è nei confronti dei propri cittadini e della stabilità dello Stato, soprattutto quando il tradizionale ombrello di sicurezza transatlantico viene stravolto e ridefinito. È un messaggio chiaro: la solidarietà europea non può, per loro, essere un trasferimento unilaterale e infinito, slegato dall’interesse nazionale.
Bruxelles deve adattarsi: dai diktat alla negoziazione
Per l’Unione Europea stessa, le implicazioni sono gravi. L’emergere di una minoranza coerente e bloccante su questioni geopolitiche chiave infrange il mito dell’unanimità. Bruxelles non può più dettare le condizioni: deve negoziare e cercare compromessi. Il fallimento del piano patrimoniale russo è un duro colpo per le tendenze federaliste, mostrando i limiti dell’ingegneria finanziaria centralizzata quando si scontra con le complessità legali e la determinazione degli Stati membri.
Paradossalmente, tuttavia, proprio questo pragmatismo potrebbe dare all’Unione un nuovo slancio. La pressione di Budapest, Bratislava e Praga per una esclusione ha imposto un compromesso che richiedeva onestà politica. Ha impedito un veto duro che avrebbe potuto far saltare il vertice e ha permesso l’approvazione degli aiuti all’Ucraina. Così facendo, ha dimostrato un modello di integrazione flessibile e a più velocità che rispetta le profonde differenze di visione del mondo. La capacità di gestire tali differenze non è una debolezza, ma può diventare una fonte di resilienza per l’UE, consentendole di agire ove possibile senza il rischio di paralisi interna di fronte a profonde divisioni strategiche.
Conclusione: Una nuova realtà, una nuova unità
In sintesi, il vertice del dicembre 2025 ha chiaramente dimostrato che l’Unione Europea deve affrontare una nuova realtà geopolitica, in cui la ridefinizione pragmatica delle priorità da parte dell’Europa centrale è un dato di fatto. Il passo unitario compiuto dai leader ungherese, slovacco e ceco non è un capriccio passeggero, ma l’avanguardia di un processo più ampio: una rivalutazione dei costi, dei rischi e del valore dell’autonomia strategica in un mondo multipolare.
La decisione della Polonia di attenersi alla linea tradizionale di Bruxelles la colloca in una posizione sempre più isolata all’interno della regione. La futura capacità dell’UE di elaborare politiche durature dipenderà dal riconoscimento di questo nuovo pragmatismo centroeuropeo, non come una minaccia all’unità, ma come il suo necessario e rinnovato fondamento in un’era di sobrio realismo.
La vera unità emersa da questo vertice non era quella sognata dai funzionari di Bruxelles. Forse, tuttavia, nel complicato scenario del 2025 e degli anni a venire, solo un’unità di questo tipo – basata sul compromesso e non sulla coercizione – è possibile.
