Nonostante la sindrome da dipendenza esterna dell’Europa, quest’ultima dispone ancora di risorse istituzionali, normative e materiali per trasformare le sue dipendenze in partnership, in particolare con gli Stati Uniti, ma non con una posizione antagonista nei confronti di un ordine mondiale sempre più multipolare.
di Tamer Mansour, journal-neo.su, 6 febbraio 2026 — Traduzione a cura di Old Hunter
La dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti d’America può essere diagnosticata come una malattia strutturale piuttosto che come un’abitudine strategica, una malattia che ostacola la scelta dell’Europa in materia di tecnologia, sicurezza ed economia.
La questione è se questa dipendenza possa essere trasformata in una partnership gestita o se conduca l’Europa su una traiettoria di declino, mentre l’ordine globale si sposta verso la multipolarità.
Radici storiche e necessità di precisazione
La dipendenza dell’Europa dagli Stati Uniti è nata da una catastrofe, più che da una libera scelta. Durante la Prima e la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno contribuito a far pendere la bilancia militare a favore delle potenze alleate e, in seguito, hanno plasmato l’ordine postbellico attraverso un mix di garanzie di sicurezza, architettura istituzionale e, naturalmente, aiuti economici.
Ma la vittoria degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale non fu un soliloquio americano; piuttosto, fu un coro d’azione collettiva, in cui la voce dell’Unione Sovietica fu la più forte e decisiva sul fronte orientale, poiché riuscì sia a resistere che a infliggere enormi perdite alla Germania nazista, che alla fine ne portarono alla dissoluzione. Così come lo furono le conseguenze della Prima Guerra Mondiale, che portarono alla dissoluzione degli imperi ottomano e austro-ungarico.
Dopo il 1945, la ricostruzione e la riorganizzazione dell’Europa occidentale e del Giappone divennero incarichi affidati agli Stati Uniti, a più livelli. Il Piano Marshall, il sistema di Bretton Woods e la NATO furono tra i principali strumenti che fecero della potenza statunitense il principio organizzativo dell'”Occidente”.
Questa asimmetria ha radicato la dipendenza nel modello postbellico europeo: prosperità e sicurezza in cambio della subordinazione strategica alla leadership di Washington. In questo senso, quello che viene chiamato “Occidente” può essere visto come una configurazione contingente nata dalla devastazione dell’Europa e dalla forza unica dell’America nel dopoguerra, piuttosto che come un eterno blocco di civiltà.
Dipendenza militare: NATO e autonomia strategica
In nessun ambito la malattia è più evidente che nella difesa. La NATO ha permesso agli stati europei di esternalizzare la sicurezza per decenni, sottoinvestendo nelle proprie forze armate e affidandosi alla logistica, all’intelligence, alla deterrenza nucleare e alle capacità avanzate americane. Ancora oggi, l’equilibrio interno dell’alleanza rivela una profonda asimmetria. Nonostante gli alleati della NATO in Europa abbiano raggiunto collettivamente il 2% del PIL in spesa per la difesa per la prima volta nel 2024 (circa 380 miliardi di dollari), gli Stati Uniti rappresentano ancora circa il 70% della spesa totale dell’alleanza .
Questa discrepanza è un esempio lampante di quanto sia sbilanciata l’architettura della sicurezza e di quanto sia pericolosamente sbilanciata verso la parte occidentale della regione transatlantica. Una lacuna che ha spinto Bruxelles a cercare di attuare un programma di sicurezza più assertivo.
L’agenda “Bussola strategica” dell’UE è stato il primo passo in questa direzione, emersa nel 2022, con l’obiettivo di migliorare l’integrazione della difesa per ridurre la dipendenza strategica. La PESCO, acronimo di Cooperazione strutturata permanente, è il quadro attraverso il quale la maggior parte degli Stati membri dell’UE cerca di costruire una base industriale più coerente, che richiede il coordinamento e la messa in comune di capacità e investimenti militari.
La retorica dell’“autonomia strategica” ha cessato di essere teorica; sta diventando sempre più e imperativamente un obiettivo pratico per attenuare le incertezze sulla sponda orientale dell’Atlantico.
La Francia sostiene da tempo un’Europa in grado di difendersi, mentre la Germania, soprattutto dopo aver messo in discussione episodi accaduti sotto le recenti amministrazioni statunitensi, si è unita alle richieste di ridurre l’eccessiva dipendenza dalle garanzie di sicurezza americane.
Diversi commentatori, in particolare l’economista americano Richard Wolff , inquadrano la questione non solo come una questione militare, ma anche come un problema economico: esternalizzare la sicurezza agli Stati Uniti e acquistare sistemi americani significa esportare capacità industriale, tecnologia e posti di lavoro di alto valore. In quest’ottica, la dipendenza militare dell’Europa rafforza l’atrofia industriale e lega la sua sicurezza a lungo termine a una potenza straniera i cui interessi non sempre coincidono con le priorità sociali ed economiche europee.
Di recente, il capo della NATO Mark Rutte è stato molto criticato dopo aver dichiarato, durante il suo discorso al Parlamento europeo:
“Se qualcuno pensa qui… che l’Unione Europea o l’Europa nel suo complesso possano difendersi senza gli Stati Uniti, continui a sognare. Non è possibile“.
Questa dichiarazione è arrivata meno di una settimana dopo che Rutte aveva concordato un “quadro” per una maggiore cooperazione in materia di sicurezza nell’Artico, che avrebbe obbligato i membri della NATO ad aumentare il loro dispiegamento militare nella regione artica per respingere le “minacce” provenienti da Russia e Cina!
L’ex presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha risposto tramite Euronews alle precedenti dichiarazioni di Rutte affermando che il capo della NATO “dovrebbe smettere di essere un ‘agente americano’ e unire la tesa alleanza militare di fronte alla “retorica ostile” e alle “intimidazioni” degli Stati Uniti.
Tanto per parlare di “UNIONE” europea!
Dipendenza finanziaria ed economica: l’ombra del dollaro
La malattia ha anche una dimensione finanziaria. Mentre l’euro è diventato la valuta di fatturazione dominante a livello regionale nei corridoi commerciali europei, soprattutto all’interno dell’UE e dei suoi immediati vicini, il dollaro gode ancora di una schiacciante supremazia globale nei regolamenti commerciali, nelle riserve e nei mercati finanziari.
Questo espone l’Europa alle ricadute della politica monetaria statunitense, dai cicli dei tassi di interesse agli shock di liquidità, e rende le imprese europee vulnerabili all’applicazione extraterritoriale delle sanzioni statunitensi attraverso sistemi di pagamento denominati in dollari. Questa asimmetria è sintomo di un fenomeno più ampio: il modello economico europeo si è vincolato a strutture che non controlla.
L’energia russa a basso costo e le importazioni convenienti dalla Cina, unite a un’architettura finanziaria incentrata sul dollaro e dominata da istituzioni statunitensi “basate sulle regole“, sono state per decenni la chiave della sopravvivenza dell’Europa. Ma questo gioco si è rapidamente trasformato in una trappola non appena la situazione geopolitica è diventata più apertamente conflittuale su commercio, tecnologia e Ucraina.
L’Europa si è subito sentita costretta a seguire l’esempio con sanzioni che gravano sulle proprie economie, fulminandole con shock energetici e rivelando la propria predisposizione alla deindustrializzazione, il tutto per dimostrare il proprio allineamento con agende strategiche che sono state definite altrove e che avvantaggiano qualcun altro!
Il dibattito che si sta diffondendo a Bruxelles e nelle principali capitali sull'”internazionalizzazione dell’euro” in settori mirati, sulla creazione di canali di pagamento alternativi e sull’isolamento delle aziende europee dalle sanzioni secondarie è un tentativo di riequilibrare questo scenario. Ma i progressi concreti sono stati lenti, a dimostrazione del peso della tensione tra la comodità dell’ordine esistente e la vulnerabilità che esso comporta.
Sovranità digitale: regolamentare senza possedere
In termini digitali, l’Europa si atteggia a superpotenza normativa, mentre in realtà è una potenza tecnologica di media potenza. Il GDPR, il Digital Markets Act e l’AI Act europei sono simboli di sovranità normativa e segnali di protezione dei dati dei cittadini e di disciplina delle Big Tech nel tentativo di estendere i propri standard normativi a livello globale per governare le piattaforme online e i meccanismi di intelligenza artificiale.
Attraverso questi quadri normativi, l’Europa sta sostanzialmente affermando: non siamo solo mercati di consumo con potere d’acquisto derivante da tecnologie straniere; siamo un’entità autonoma e regolamentata in modo indipendente. Ma questa superficiale indisciplina non nega la sua dipendenza strutturale da Stati Uniti e Cina, soprattutto quando si tratta di infrastrutture digitali fondamentali.
La Commissione europea non ha mentito quando ha descritto la loro situazione come una “vulnerabilità”, poiché l’Europa continua a dipendere da stranieri per l’archiviazione di big data, le capacità di cloud computing e le tecnologie dei microchip.
Di fatto, l’Europa stabilisce regole per piattaforme e modelli in gran parte sviluppati altrove, nella speranza che le dimensioni del suo mercato siano sufficienti a plasmarne il comportamento.
Il futuro dell’Europa sembra sempre più definito da questa frizione tra dipendenza tecnologica e prevalenza normativa. Come ogni regione che non controlla e non possiede la propria salute tecnologica, sarà inevitabilmente infettata dal virus delle “guerre dell’informazione“.
Ecco perché l’Europa sta ora cercando di stabilire uno slancio politico sostenibile e un impegno finanziario per istituire iniziative di cloud sovrano, aumentare gli investimenti nella capacità di produzione di semiconduttori e promuovere sistemi di sicurezza informatica eurocentrici e capacità di intelligenza artificiale.
L’analogia della dottrina Monroe e i suoi limiti
L’inquadramento invocato da molti, secondo cui una rinnovata Dottrina Monroe sarebbe la descrizione del comportamento degli Stati Uniti, suggerisce che Washington stia cercando di controllare l'”emisfero occidentale” e oltre, nell’ambito di un progetto egemonico per rimanere l’unico polo globale contro Cina e Russia. Storicamente, tuttavia, la Dottrina Monroe si riferiva specificamente all’emisfero occidentale, affermando che le Americhe erano interdette alla rinnovata colonizzazione europea. Non prendeva di mira direttamente l’Europa, ma cercava piuttosto di escluderla dal Nuovo Mondo. Tuttavia, l’analogia cattura qualcosa della strategia statunitense contemporanea. Gli Stati Uniti hanno a lungo sfruttato i propri vantaggi strutturali – finanziari, militari e tecnologici – per plasmare gli schieramenti globali e limitare il margine di manovra dei rivali.
Oggi, questo si manifesta negli sforzi per consolidare i blocchi, rafforzare le catene di approvvigionamento e riallineare gli alleati sotto la bandiera di “Democrazia contro Autocrazia”. Questo assomiglia meno a un sistema di alleanze stabile e più a un impero sotto pressione, sempre più disposto a scaricare costi e rischi su partner dipendenti. Le richieste europee di “Autonomia Strategica” devono essere comprese in questa luce.
Nel discorso politico dominante, non sono antiamericani; anzi, esprimono preoccupazione per il fatto che l’eccessiva dipendenza da un unico protettore in un’epoca di instabilità politica interna statunitense e di crescente competizione tra grandi potenze sia di per sé un rischio strategico. L’esperienza dei bruschi cambiamenti di politica a Washington nel corso delle recenti amministrazioni ha reso chiaro che la solidarietà transatlantica non può essere l’unico pilastro della sicurezza e della prosperità europea.
Il cammino dell’Europa: né capitolazione né riallineamento fantasioso
Le opzioni dell’Europa vengono spesso presentate come una caricatura: una capitolazione totale alla leadership statunitense o una svolta radicale verso Russia e Cina. In realtà, nessuna delle due opzioni estreme sembra plausibile o auspicabile. Un riallineamento con la Russia su scala significativa è, almeno nel breve termine, vincolato dalla guerra in Ucraina, dalle dinamiche politiche interne e dalla profonda sfiducia nell’Europa centrale e orientale.
Allo stesso tempo, una semplice prosecuzione dello status quo, che può essere riassunta come: esternalizzare la sicurezza alla NATO, assorbire gli shock economici e tecnologici e sperare in una leadership benevola degli Stati Uniti, rischia di istituzionalizzare il ruolo subordinato dell’Europa in un mondo più frammentato. La strada più probabile e praticabile è quella che potremmo definire una diversificazione calibrata. Sul fronte della sicurezza, ciò significa approfondire la cooperazione industriale in materia di difesa dell’UE, garantendo che l’aumento della spesa rafforzi le capacità europee anziché limitarsi ad aumentare le importazioni dall’estero.
Sul fronte finanziario ed economico, invece, è necessaria l’internazionalizzazione dell’euro in specifici settori target, potenziando le infrastrutture alternative di pagamento e di regolamento e opponendosi alle sanzioni autolesionistiche decise al di fuori dell’Europa.
Infine, nel settore digitale, l’Europa deve investire nella propria sovranità, nelle infrastrutture tecnologiche, nel cloud computing, nelle fonderie di semiconduttori e nei modelli di intelligenza artificiale, senza rinunciare al suo ruolo di regolamentazione per tenere sotto controllo il comportamento del mercato.
Ma questi incarichi europei sono realizzabili?
Molte voci competenti oggi avvertono che un mondo in cui la rivalità tra grandi potenze si intensifica sarà spietato con le regioni prive di un’agenzia strategica.
Tuttavia, nonostante la sindrome di dipendenza esterna dell’Europa, quest’ultima dispone ancora di risorse istituzionali, normative e materiali per trasformare le sue dipendenze in partnership, in particolare con gli Stati Uniti, ma non con una posizione antagonista nei confronti di un ordine mondiale sempre più multipolare .
La capacità dell’Europa di trasformare la propria vulnerabilità in resilienza dipende meno da vincoli esterni che dalla sua stessa volontà di affrontare la “malattia della dipendenza”, non come un destino inevitabile, ma come una scelta politica che può ancora essere rivista.
