Questa espressione viene ripresa oggi dai media e denota che l’informazione ufficiale prende le distanze dall’ evento che ha colpito la Repubblica islamica dell’Iran. Nelle parole “chiamano Martire” sta un implicito giudizio di condanna ed estraneità. Si sottolineano i recenti accordi dell’Iran con Cina e Russia, la partecipazione dell’Iran ai BRICS, l’attacco notturno del 13-14 aprile ad Israele, senza contare i racconti sulle repressioni di diritti civili e velo. Insomma dopo sanzioni ventennali inflitte all’Iran, ancora lo si diffama, buttando là una sferzata di moralismo laico sulla questione del Martirio e infangando una delle ideologie più sacre del Paese sciita che rappresenta un forte legame identitario.

Per capire e senza andare troppo indietro nel tempo, dobbiamo guardare al conflitto Iran-Iraq (1980-88), provocato dagli Stati Uniti e dai loro alleati nel Golfo per evitare l’allargamento della Rivoluzione sciita del ’79. Il conflitto fu il più sanguinoso nella storia del Medio Oriente. Saddām Hussein, presidente dell’Iraq dal 1979 già segnalatosi per la repressione degli sciiti iracheni, il 22 settembre 1980 attaccò la Repubblica Islamica dell’Iran. Saddām contava sul fatto che l’Iran, dopo la cacciata dello shāh, non avesse più l’appoggio statunitense, contava anche sull’ aiuto militare da parte dell’Unione Sovietica.

Nel 1981 l’Iran passò al contrattacco. Khomeinī fece leva sull’orgoglio nazionalista iraniano, sul coraggio dei volontari e sul coordinamento fra esercito e Pasdaran. Saddām tentò nel 1982 l’apertura di un negoziato, ma Khomeinī volle continuare la “guerra imposta” (Jang-e tahmili) per portare la rivoluzione in Iraq, dove la maggioranza della popolazione era araba sciita. L’Iraq resistette nel 1983 a tre offensive iraniane, contando sugli aiuti militari di USA, Francia, Egitto, Regno Unito, Germania, Italia ed URSS. Tuttavia, per non favorire la netta vittoria di una delle parti e per la liberazione degli ostaggi americani, Reagan vendette segretamente armi anche all’Iran.

Il conflitto si internazionalizzò quando gli Stati Uniti inviarono una flotta nel Golfo Persico col fine di proteggere le rotte petrolifere. Nel 1985, il conflitto investì direttamente la popolazione civile, raggiungendo nel 1988 la massima intensità: agli attacchi missilistici contro Baghdad, gli iracheni risposero con centinaia di missili contro le città iraniane. Allora, temendo che l’Iraq potesse lanciare sulle città ordigni chimici, come era successo contro le truppe al fronte, l’Iran decise di porre fine alle ostilità. Nel luglio dello stesso anno, la Guida Suprema annunciò di accettare la risoluzione 598 dell’ONU. Il 20 agosto la lunga “guerra degli otto anni” finì.

Per l’Iran le conseguenze umane, politiche, economiche e militari furono pesantissime, tuttavia la guerra accrebbe il prestigio di Khomeinī presso la popolazione per i sostegni governativi destinati alle vedove e alle fondazioni per i martiri di guerra. La guerra eroica contro un nemico comune servì da collante sociale producendo quel legame spirituale che ancora tiene unito il popolo iraniano, come è possibile vedere nelle celebrazioni ufficiali del “Giorno dei Martiri” quando migliaia di cittadini affluiscono nelle principali città.

Protagonisti della guerra furono i corpi dei Basij (“mobilitazione”), forza paramilitare composta in gran parte da giovanissimi volontari provenienti dai ceti sociali più umili. Il loro legame con la figura di Khomeinī, segno del sacro comunitario fondato su base affettiva, affermava il primato dello Stato su ogni altra struttura sociale. Il martire chiedeva di far parte dei gruppi d’assalto destinati alle operazioni più difficili. L’arruolamento e la battaglia divennero riti di passaggio per cui migliaia di giovani cercarono un senso alla propria esistenza combattendo contro il nemico arabo, alleato con l’Occidente che interferiva sul suolo dell’Islam. Il “passaggio prima della battaglia” fu una pratica che divenne ritualità collettiva con cui i soldati-bambini facevano testamento prima di partire per il fronte. Il martirio era descritto come atto di purezza, che consentiva la ricongiunzione con i fratelli già sacrificatisi per la rivoluzione islamica.

Oggi in Iran l’appellativo di Martire viene attribuito a chi muore servendo la Stato i cui fondamenti etico-politici, secondo i musulmani, stanno nell’Islam quale sintesi indissolubile di fede ed esercizio politico e unica via per affrontare le iniquità sociali. Anche il Generale Qassem Suleimani è celebrato come Martire.

Quindi, cari occidentali, smettetela con la spocchia e l’arroganza che continuate a manifestare anche nelle situazioni più tristi.

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