LA “FASE DUE” DI GAZA: L’ILLUSIONE DELLA TRANSIZIONE E LA REALTÀ DEL CONTROLLO

DiOld Hunter

21 Gennaio 2026
Washington sostiene che la guerra è entrata in una “seconda fase”, ma le condizioni a Gaza non mostrano alcun cambiamento del potere, nessuna fine della violenza e nessuna vera sovranità: solo quella che sembra essere una forma di occupazione ribattezzata.

di Mohammad al-Ayoubi, thecradle.co, 20 gennaio 2026  —  Traduzione a cura di Old Hunter

L’annuncio è arrivato avvolto nella consueta coreografia diplomatica: linguaggio scelto con cura, briefing ottimistici e rassicurazioni sul fatto che la guerra a Gaza avesse raggiunto una nuova fase, che avrebbe alleviato le sofferenze e aperto la porta a un riordino politico. 

Secondo Washington, la “fase due” dell’accordo di cessate il fuoco era iniziata, segnalando un passaggio dall’annientamento alla stabilità, alla governance e alla transizione.

A Gaza, la realtà era meno astratta. I droni israeliani continuavano a sorvolare quartieri già ridotti in macerie, Rafah rimaneva isolata, i corpi continuavano ad arrivare negli ospedali e le forze israeliane non mostravano alcun segno di ritirata. 

Gli aiuti arrivavano a rilento, la ricostruzione rimaneva una promessa lontana e la meccanica quotidiana dell’assedio continuava ininterrotta. Nulla che definisse un autentico cambiamento nelle condizioni o nell’autorità era cambiato in modo sostanziale, tranne il vocabolario usato per descriverlo.

La questione sollevata dall’annuncio degli Stati Uniti non è quindi se la “fase due” sia iniziata, ma se fosse mai stata concepita come qualcosa di più di un’astrazione politica. 

Si tratta di una vera transizione nella traiettoria della guerra o di un altro esercizio di riconfezionamento linguistico volto a stabilizzare la posizione di Israele senza affrontare le fondamenta del conflitto stesso?

La documentazione storica lascia poco spazio a dubbi. Il coinvolgimento degli Stati Uniti in Palestina si è sempre basato sulla gestione della portata e della visibilità della violenza, calibrandone l’intensità in modo da salvaguardare il predominio strategico di Israele e contenerne al contempo le ricadute diplomatiche. 

Una dichiarazione senza applicazione

Ibrahim al-Madhoun, scrittore palestinese e analista politico vicino ad Hamas, dichiara a The Cradle che l’annuncio di Washington non è altro che “una posizione politica piuttosto che una vera transizione sul campo”, soprattutto considerando che Israele non ha rispettato nemmeno i termini della prima fase.

Le forze israeliane continuano ad espandere quella che i palestinesi chiamano la “Linea Gialla”, una zona cuscinetto militarizzata che ora occupa gran parte del territorio di Gaza. Rafah rimane chiusa, i beni essenziali sono bloccati, le uccisioni mirate continuano e non è stato avviato alcun significativo sforzo di ricostruzione. Le condizioni che hanno caratterizzato la guerra prima del cessate il fuoco rimangono in gran parte intatte sotto uno strato di messaggi diplomatici.

Hazem Qassem, portavoce ufficiale di Hamas, fa eco a questa valutazione, riconoscendo che, sebbene l’annuncio appaia positivo nella forma, “quanto accaduto finora è una dichiarazione mediatica che richiede passi concreti sul campo”. Sottolinea che Israele non è riuscito a soddisfare nemmeno i parametri della prima fase, rendendo qualsiasi discorso su una seconda fase più ambizioso che reale.

Nella logica delle relazioni internazionali, una dichiarazione politica priva di meccanismi di attuazione non è affatto una dichiarazione. Gli Stati Uniti, che possiedono la piena capacità di fare pressione su Israele, hanno ancora una volta scelto il ruolo di “mediatore di parte” – o più precisamente, di partner nella riorganizzazione della guerra con mezzi meno brutali.

Il momento di chiarezza di Netanyahu

La dichiarazione del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che descrive il passaggio alla seconda fase dell’accordo di Gaza come “ampiamente simbolico“, non può essere interpretata come un’opinione marginale o una stima personale. 

Si tratta di una definizione ufficiale israeliana della funzione di questa fase. Quando Netanyahu rilascia una dichiarazione del genere subito dopo l’annuncio di Washington, e di fronte alle famiglie dei prigionieri, chiarisce che Tel Aviv non considera la “fase due” come un percorso esecutivo vincolante, ma come una copertura politica e mediatica, che gli consente di gestire tempo e pressione senza fare concessioni sostanziali.

Ancora più rivelatore è stato il rifiuto da parte di Netanyahu del proposto comitato di governo palestinese, considerato anch’esso simbolico. L’implicazione era inequivocabile. Israele non riconosce alcuna amministrazione palestinese, nemmeno una priva di poteri di fazione e definita tecnocratica, come attore sovrano. Nella migliore delle ipotesi, tali organismi sono solo facciate temporanee. Nella peggiore, sono ostacoli da aggirare o neutralizzare.

Questa posizione mina direttamente la narrativa di Washington sulla “transizione graduale”. Israele non si sta preparando a ritirarsi, a cedere l’autorità o a consentire che una governance palestinese significativa prenda piede. Al contrario, si tratta di preservare l’involucro esterno di un accordo svuotandone il contenuto, una strategia affinata attraverso decenni di negoziati che hanno mantenuto la forma negandone la sostanza.

In quest’ottica, l’annuncio degli Stati Uniti funziona come una gestione della crisi piuttosto che come una risoluzione del conflitto, mentre la risposta israeliana equivale a un’ammissione che non c’è alcuna intenzione di lasciare Gaza, di dare potere ai palestinesi o di impegnarsi in un calendario politico. 

La “fase due” è concepita per congelare l’escalation e gestire le ricadute, non per smantellare le strutture che hanno reso la guerra inevitabile.

Una prima fase che non si è mai concretizzata

Dal punto di vista delle fazioni palestinesi, la premessa della fase due è errata perché la fase uno non è mai realmente esistita nella pratica.

Israele non si è ritirato dalla “Linea Gialla”, che ora copre circa il 60% del territorio di Gaza. Non ha aperto i valichi, non ha interrotto la sua campagna di uccisioni né ha consentito aiuti illimitati. Secondo il Ministero della Salute di Gaza, dall’annuncio del cessate il fuoco sono stati uccisi più di 460 palestinesi, a cui si aggiungono oltre 1.100 violazioni, secondo Hamas, tra cui omicidi e incursioni che sono continuati anche mentre l’accordo veniva celebrato diplomaticamente.

Queste cifre da sole smantellano il concetto di transizione.

Intervistato da The Cradle, Mahfouz Manwar, figura di spicco della Jihad islamica palestinese (PIJ), sostiene che “parlare di una seconda fase è prematuro finché Israele non sarà costretto ad attuare la prima fase”. Ciò che esiste, dice, è un accordo che sopravvive sulla carta ma che è crollato sul campo, con il concetto di “fasi”

riproposto come meccanismo per legittimare la continuazione dell’occupazione a un costo politico ridotto.

Cosa richiederebbe una vera transizione

Se la “fase due” fosse davvero iniziata, i suoi indicatori sarebbero inequivocabili. Le forze israeliane si ritirerebbero dalle aree occupate, Rafah verrebbe riaperta completamente e senza condizioni politiche, le uccisioni mirate cesserebbero e i materiali per la ricostruzione comincerebbero ad arrivare a Gaza su larga scala.

Niente di tutto ciò è accaduto.

Israele continua invece a usare Rafah come strumento di pressione, bloccando qualsiasi presenza sovrana palestinese, anche nella sua forma più simbolica. L’autorità rimane saldamente nelle mani di Israele, rimodellata attraverso accordi di sicurezza che lasciano intatto l’equilibrio di potere sottostante. La “Fase due”, così com’è attualmente, si configura come un rinvio controllato piuttosto che come un passo verso l’attuazione. 

Al centro della narrazione della “fase due” c’è la proposta di un’amministrazione palestinese transitoria a Gaza, una questione che non dovrebbe essere trattata come un dettaglio burocratico, ma come un indicatore fondamentale per capire se è in atto un vero cambiamento.

Secondo Madhoun e Qassem, Hamas si è rivolta al comitato amministrativo per una necessità palestinese, piuttosto che per una concessione alle pressioni esterne. Il movimento ne ha facilitato la formazione, sostengono, per alleviare le sofferenze umanitarie e rimuovere i pretesti usati per giustificare la prosecuzione della guerra.

Il principio di un simile comitato è stato concordato più di un anno fa con la mediazione egiziana e sono stati stabiliti criteri chiari, tra cui la rappresentanza locale di Gaza, l’indipendenza dall’occupazione e qualifiche professionali piuttosto che di fazione. Sono emersi disaccordi su nomi specifici, come riconosce Madhoun, ma alcuni sono stati risolti attraverso revisioni, mentre altri rimangono in discussione, una dinamica che Manwar descrive come naturale in un contesto nazionale frammentato.

Ciò che colpisce, tuttavia, è l’assenza di Fatah dai colloqui del Cairo, che riflette una crisi strutturale più profonda del sistema politico palestinese, dove l’autorità è frammentata e la responsabilità diffusa. La domanda più urgente non è se esista un consenso, ma se Israele permetterà a qualsiasi organismo palestinese di operare con reale autorità. Finora, la risposta è stata inequivocabilmente negativa.

Amministrazione senza sovranità

Il comitato proposto, che a quanto pare sarebbe presieduto da un ex viceministro della Pianificazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), Ali Shaath, e composto da circa 14 professionisti di Gaza, è stato presentato come un passo avanti verso l’autogoverno palestinese. In realtà, il contesto in cui dovrebbe operare mette in luce i limiti di tale affermazione.

Secondo quanto riferito, il background dei suoi membri è stato verificato da Stati Uniti, Israele ed Egitto, mentre la sua autorità è vincolata a strutture di controllo internazionali e la sua libertà di movimento rimane soggetta all’approvazione israeliana. Ciò produce un paradosso familiare: un organismo palestinese incaricato di amministrare un territorio su cui non esercita alcun controllo.

Non esiste alcuna autorità sui confini, sullo spazio aereo o sui valichi di frontiera, e nemmeno autonomia sulla circolazione del proprio personale. Ciò che emerge non è una governance in senso stretto, ma una fornitura di servizi sotto occupazione, una struttura progettata per gestire le ricadute umanitarie senza possedere gli strumenti politici per affrontarne le cause. 

Il potere decisionale resta esterno, in particolare attraverso meccanismi internazionali che supervisionano i finanziamenti per la ricostruzione, riproducendo un modello ben collaudato in cui gli amministratori locali operano sotto un centro di controllo internazionalizzato.

Hamas e la politica del ritiro

Uno degli sviluppi più significativi di questa fase è la dichiarazione di Hamas di essere pronta a rinunciare al controllo amministrativo di Gaza senza uscire dalla lotta nazionale. Secondo la leadership del movimento, ciò riflette un genuino sforzo per facilitare i soccorsi, piuttosto che una manovra tattica.

Facendo un passo indietro rispetto al governo civile, Hamas elimina la principale giustificazione israelo-americana per la continuazione della guerra. Se il movimento non amministra più Gaza, l’argomentazione secondo cui le operazioni militari sono necessarie per smantellarne il potere perde coerenza. Eppure la storia suggerisce che il governo non è mai stato il vero problema e che l’esistenza stessa dei palestinesi è sempre stata trattata come il problema fondamentale.

Armi e coercizione

Il tentativo di collegare la ricostruzione al disarmo è ampiamente considerato dalle fazioni palestinesi come una forma di ricatto politico. Sia Hamas che la Jihad islamica palestinese respingono categoricamente questa premessa, sostenendo che mira a imporre politicamente ciò che Israele non è riuscito a ottenere militarmente.

Qassem afferma che Hamas è aperta a regolamentare le armi all’interno di un quadro nazionale, ma non a cederle. Manwar evidenzia la contraddizione al centro delle affermazioni israeliane: se Israele insiste di aver già distrutto le capacità militari della resistenza, perché il disarmo rimane una richiesta centrale? 

La risposta non sta nella sicurezza, ma nel simbolismo. Le armi a Gaza non sono solo armi, ma indicatori di capacità di azione, e rimuoverle trasformerebbe il territorio da uno spazio di resistenza a uno gestito esternamente attraverso accordi di sicurezza.

Un cessate il fuoco senza una fine

Ci sono poche prove che la “fase due” porti a una fine definitiva della guerra. Ciò che esiste è piuttosto una pausa fragile, vulnerabile al collasso, in cui le fasi vengono utilizzate per riposizionare piuttosto che risolvere. 

Nella sua forma attuale, la “fase due” rischia di trasformarsi in una forma di amministrazione fiduciaria non dichiarata, in un’amministrazione umanitaria senza sovranità o in una graduale erosione della resistenza sotto pressione continua.

Nessuno di questi risultati costituisce la pace.

Egitto, Qatar, Turchia e Stati Uniti vengono presentati come garanti dell’accordo, ma persino i funzionari americani ammettono che non ci sono stati progressi sulla Forza internazionale di stabilizzazione (ISF) e che la riapertura di Rafah rimane in ultima analisi una decisione israeliana. 

Questa ammissione coglie l’essenza della crisi. Una seconda fase non potrà avere successo finché Israele manterrà il potere di veto su ogni dettaglio operativo. Solo una pressione costante, non l’ottimismo diplomatico, può trasformare un accordo da testo a realtà.

Ciò che sta accadendo a Gaza allontana da una vera transizione verso la pace e verso una ridefinizione del controllo secondo nuove condizioni. La “Fase due” si è trasformata in un test per le fazioni palestinesi, i mediatori regionali e la credibilità delle garanzie internazionali.

O aprirà la strada a una fine incondizionata della guerra e a una ricostruzione significativa, oppure troverà posto tra i tanti accordi ridotti a forma e privi di sostanza.

Gaza, che ha subito l’annientamento senza arrendersi, non sarà sottomessa da comitati amministrativi o da una retorica graduale. La lotta si è estesa oltre il territorio e lo scontro militare. Ora è una battaglia su chi definisce la politica, chi controlla l’umanitarismo e chi, in ultima analisi, detiene il diritto di decidere.

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