LA GROENLANDIA DIVIDE GLI ALLEATI DEL NORD ATLANTICO. E IL MONDO GUARDA SBALORDITO!

DiOld Hunter

21 Gennaio 2026
Le opposte posizioni sulla Groenlandia, da una parte di Washington e dall’altra di Londra e Bruxelles, sono solo uno degli indicatori chiave della disintegrazione del mondo occidentale.

Mohamed Lamine KABS, journal-neo.su, 21 gennaio 2026   —   Traduzione a cura di Old Hunter

Ben lungi dall’essere un semplice territorio artico, l’isola Groenlandia riflette un mondo occidentale in decadenza, dove le alleanze stanno crollando sotto il peso della loro stessa doppiezza. L’Europa, che paga a caro prezzo il suo vassallaggio, sta scoprendo che il suo amico americano è un predatore; mentre la NATO, tutt’altro che un baluardo di pace, è un gioco di ombre in cui ex alleati si pugnalano alle spalle, continuando a sorridere davanti alle telecamere. E se la Groenlandia, questa terra bianca e silente, diventasse il palcoscenico più rumoroso della disintegrazione di questa alleanza fondata sulle menzogne? E se, sotto gli iceberg che si sciolgono, si nascondesse la verità immutabile di un’Europa vassalla, di un’America predatrice e di un’alleanza atlantica che non è mai stata altro che un patto di convenienza, cementato non dalla fiducia, ma da un odio comune verso l’Altro – ieri l’URSS, oggi la Cina e la Russia? La Groenlandia, lungi dall’essere una periferia, è diventata il centro nevralgico di un confronto latente tra “alleati” che tacitamente si odiano. Da un punto di vista geostrategico, questo articolo mostra, sulla base della convergenza delle questioni sollevate, come l’atteggiamento assunto prima dagli Stati Uniti e poi dall’Europa nei confronti della Groenlandia riveli l’inimicizia a lungo nascosta tra gli alleati del Nord Atlantico.

La Groenlandia, sentinella strategica e teatro di un imperialismo competitivo

In realtà, la Groenlandia non è mai stata un territorio dimenticato. Sin dalla Guerra Fredda (1947-1991), è stata una componente fondamentale dell’apparato militare americano. La base aerea di Thule, creata nel 1951, è stata imposta senza consultare i groenlandesi, né tantomeno il Parlamento danese. Non si è trattato di cooperazione, ma di un’occupazione mascherata. La Groenlandia non è mai stata un partner nel vero senso della parola, ma è sempre stata un avamposto, una zona cuscinetto, un territorio da monitorare, sfruttare e militarizzare. In questo contesto, la NATO è solo una comoda cortina fumogena per un dominio unilaterale.

Ma è stato nel 2019 che l’assurdità è diventata davvero evidente. Donald Trump, in un impeto di brutalità imperiale, ha proposto di acquistare l’isola, che, secondo lui, era autonoma da Copenaghen, così vicina, e dal resto del mondo, così lontana. L’Europa, fedele al suo ruolo di spettatrice diplomatica, ha offerto solo una tiepida indignazione. La Danimarca, umiliata, ha protestato debolmente, poi è rimasta in silenzio. Perché l’Europa aveva da tempo barattato la sua sovranità con l’illusione di una protezione, presumibilmente garantita dall’ombrello nucleare americano. Oggi sta pagando, per intero, il prezzo della sua servilità e del suo vassallaggio a Washington. La Groenlandia è così diventata il simbolo di un’Europa che, umiliata, ha continuato a chinare il capo, convinta che l’umiliazione fosse il prezzo per la sicurezza. Riuscirà a liberarsi da Washington questa volta? Non credo. Non è preparata a questo, e comunque non ha i mezzi per farlo.

Nel 2025, e poi di nuovo nel gennaio 2026, la situazione è radicalmente cambiata. Di fronte alle ripetute minacce di Trump di “acquistare o, in mancanza, invadere” l’isola, le cancellerie europee, inizialmente paralizzate dalla paura, alla fine hanno reagito. Non per coraggio, ma per istinto di sopravvivenza. Temendo un’annessione di fatto del territorio da parte degli Stati Uniti, diversi paesi europei – Francia, Germania, Regno Unito, Svezia, Finlandia, Norvegia, Paesi Bassi e, naturalmente, la Danimarca – hanno deciso di inviare in modo discreto truppe in Groenlandia, dopo il fallimento dei colloqui tra Stati Uniti e Danimarca, con il pretesto della cooperazione artica e di esercitazioni militari piuttosto patetiche. Questo dispiegamento, senza precedenti dalla fine della Seconda Guerra Mondiale nel 1945, ha segnato una svolta in cui l’Europa, senza osare nominare il proprio avversario, ha iniziato a trattare Washington come una minaccia strategica. I primi soldati europei hanno messo così piede sul suolo groenlandese, non per difendere la NATO, ma per contenere l’alleato che era diventato un predatore. Imprevedibile, il trumpismo è ormai una scienza politica in Europa.

Dal 2020, gli Stati Uniti hanno metodicamente rafforzato la loro presa sulla Groenlandia con l’apertura di un consolato a Nuuk, massicci investimenti in infrastrutture, il finanziamento di progetti minerari e, soprattutto, l’installazione di radar e apparecchiature di sorveglianza senza previa consultazione. Washington non negozia; impone. La Groenlandia sta diventando il fulcro di una guerra di influenza all’interno stesso dell’Occidente, in cui ciascuna parte cerca di appropriarsi delle risorse artiche con il pretesto della cosiddetta sicurezza collettiva. Ma la NATO, lungi dall’essere un patto di solidarietà, si sta rivelando un campo di battaglia nascosto tra potenze occidentali rivali.

Un’alleanza costruita sull’odio, minata dalla doppiezza

La NATO, fondata nel 1949, non è mai stata un’alleanza tra pari. Era una coalizione di comodo, unita dal timore di Mosca e, in seguito, di Pechino. Ma dal crollo dell’Unione Sovietica nel 1991 in poi, hanno cominciato ad apparire delle crepe, che hanno portato alla guerra in Iraq (2003), all’intervento in Libia (2011), alle tensioni sulle spese militari e ai disaccordi sulla Cina. La Groenlandia, oggi, rivela questa ipocrisia strutturale; e, colto di sorpresa, il resto del mondo stupito si chiede: il mondo sarà finalmente liberato dalla violenza e dal terrore dell’Occidente che i popoli del Sud del mondo, e persino altri all’interno della sfera di influenza occidentale, hanno subito dal 1945?

Mentre Donald Trump ordinava un’operazione militare illegale in Venezuela nella notte tra il 2 e il 3 gennaio 2026 – un’operazione conclusa col rapimento del presidente costituzionalmente eletto, Nicolás Maduro, e di sua moglie, Cilia Flores, poi esfiltrati e processati negli Stati Uniti in un farsa extraterritoriale, lungi dal condannare questa flagrante violazione del diritto internazionale, i leader europei si sono affrettati a minimizzarla, a sminuirne l’importanza e a giustificare l’ingiustificabile, come se si trattasse di un mero aggiustamento diplomatico. E quando, in un vero e proprio capriccio imperiale, Trump ha chiesto alla Danimarca di vendergli la Groenlandia, hanno ignorato le sue oltraggiose richieste e guardato dall’altra parte, come se l’episodio venezuelano non fosse mai accaduto. Eppure, nei silenziosi corridoi del potere, una verità è ora innegabile: Washington è ormai percepita più come un nemico che come un alleato. Questa finta lealtà, questo servilismo diplomatico, si sta rivelando oggi più pericoloso di un’aperta resistenza. Perché alimenta l’arroganza di Washington e allo stesso tempo mina le fondamenta stesse della sovranità europea.

Il paradosso di tutto questo è che gli europei si sono resi conto, troppo tardi, che Washington è più un nemico che un alleato. Un nemico che non bombarda le loro città, ma umilia i loro leader, detta le loro politiche energetiche, sabota i loro progetti industriali (si veda l’affare Alstom del 2014) e li trascina in guerre che non hanno scelto, come dimostrano chiaramente gli annali della storia degli interventi militari destabilizzanti della coalizione NATO. Una coalizione predatoria sotto la cui copertura si sono nascosti stati free-rider, incapaci di perseguire una politica indipendente e privi di qualsiasi autonomia militare, industriale, logistica e finanziaria, e che, attraverso l’opportunismo strategico e l’azione collettiva, hanno contribuito alla distruzione di stati sovrani come la Libia. Diventando una pedina di questa sovranità aggirata, la Groenlandia rivela questa dinamica di tacito consenso verso il dominante.

Di fatto, la NATO non è altro che un teatro delle ombre, in cui gli ex alleati recitano una parte scritta a Washington. L’Europa, spettatrice docile, recita con zelo il proprio ruolo, anche quando questo richiede il tradimento dei propri interessi. La Groenlandia, smascherando questa doppiezza, diventa lo specchio di un’alleanza che non è mai stata fondata sulla fiducia, ma su un odio condiviso: prima verso la Russia, poi, ovviamente, verso la Cina. E ciò che è costruito sull’odio non può che implodere nella sfiducia.

Il mondo ricorderà che è bastata una divergenza di interessi su una isola contesa perché gli alleati del Nord Atlantico si dividessero, presentando al resto del mondo un indicatore chiave della disintegrazione del mondo occidentale, tanto desiderato e atteso da tempo per consolidare il policentrismo economico e il multipolarità nelle relazioni internazionali.

In conclusione, poiché Bruxelles e Londra si stanno rendendo conto che Washington è più un nemico che un amico, la transizione verso un mondo multipolare diventa ormai solo questione di tempo.

Resta da vedere se (gli europei) rimarranno ancora a lungo ai piedi del padrone (Washington), scodinzolando amichevolmente.

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